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Sezione a cura di Mario Volpi
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Un’irrefrenabile passione

La civiltà animale
Spetta/Le Redazione
Noi uomini moderni,  siamo spesso preda di "passioni" o hobby. Questo è in parte dovuto  all'abbondanza di tempo libero, che il vivere moderno ci ha concesso.  Nel dare sfogo a queste attività però, spesso dimentichiamo che  la  Natura è infinitamente più forte di noi, e nonostante la nostra  tecnologia risulterà sempre vincente.

Ognuno di noi ha qualche passione, o come si dice oggi, hobby. Martino aveva quella di andare a cercare i funghi. Era nato appena fuori il paese di Pulica, al tempo ancora popolato, suo padre era stato uno degli ultimi carbonai, quindi si può dire che il bosco fosse la sua seconda casa. Quando si era sposato, era “sceso al piano,” come diceva lui, trovando casa e lavoro in quel di Sarzana, ma il suo cuore era rimasto nei boschi che, come una trapunta verde, ricoprivano gli aspri e impervi canaloni, che facevano da baluardo quasi invalicabile al paesello natio. Dal matrimonio, non aveva avuto figli, e assieme alla moglie, anche lei grande appassionata di funghi, e ottima cuoca, dedicavano ogni ritaglio di tempo libero per dare sfogo alla loro passione, e questo in ogni mese dell’anno. Martino, oltre a essere un grande appassionato, aveva frequentato diversi corsi di micologia, quindi conosceva benissimo moltissime varietà di funghi che erano presenti nei boschi praticamente in ogni stagione. Era il mese di ottobre, però, dove la sua passione poteva essere soddisfatta a pieno, con la nascita massiccia del re dei funghi; il porcino. Martino prendeva le ferie proprio in quel periodo, e per quasi un mese batteva palmo, palmo, i boschi, che lo avevano visto bambino, e raramente tornava a mani vuote. Il bello era che sia a lui, che alla moglie, i funghi non piacevano, ma la loro più grande gioia era invitare gli amici a mangiarli, o regalarli seccati in eleganti sacchettini di stoffa, resi ancora più graziosi per via di un piccolo ricamo con cui, Giovanna, la moglie, li decorava. Quest’anno, cedendo alle insistenze di un amico, Martino si era fatto convincere a recarsi sul Monte Pisano, una località vicino a Pisa, che, a detta del compagno di lavoro, pullulava letteralmente di funghi. Alla mattina fatidica, Martino, ancora prima dell’alba, era a casa dell’amico, che trovò a letto con un febbrone da cavallo, ma poiché ormai era lì, decise di andare da solo. Prese sommarie indicazioni, ascoltate distrattamente, poi, con “la frenesia da fungo” che lo divorava, disse” per l’una sarò di ritorno con trenta chili di funghi, prepara la pentola, ciao” e ridendo partì per le vicine colline.
Iniziò l’ascesa che albeggiava. Una luce lattiginosa, schiariva pian pianino, i contorni delle cose, come se fossero viste attraverso un vetro appannato. Secolari e fronzuti castagni, pareva volessero, con i loro rami contorti, strappare quel lattiginoso e gelido velo, per fare finalmente sorgere il sole. Gli uccelli cominciavano a svegliarsi, e con alcuni timidi cinguettii salutavano timidamente il nuovo giorno. Martino, nonostante il freddo pungente, aveva la fronte imperlata di minuscole gocce di sudore, e il respiro leggermente affannoso, ma era tale la sua voglia di dare inizio alla cerca, che non ci fece neppure caso. Un’impalpabile brina gelata, impreziosiva il tappetto di foglie cadute con un finissimo pizzo argentato, che i grossi stivali di Martino distruggevano senza rispetto. Dopo aver salito il fianco della collina relativamente spoglio, arrivato sulla cima, quasi di colpo, ai suoi occhi apparve un bosco quasi ininterrotto di castagni, punteggiati da qualche rara macchia di cerri, e carpini, “luogo ideale per i funghi” pensò Martino con un sorriso. La raccolta cominciò subito alla grande, seminascosto dalle foglie brinate, a ridosso di un gigantesco tronco di castagno caduto, e ormai marcio, un grosso porcino faceva appena capolino, ma non sfuggì al suo occhio esperto. Con il fido temperino, tagliò accuratamente il panciuto gambo, e dopo averlo sommariamente pulito dalla terra, lo ripose nello speciale zaino da funghi, che intanto aveva indossato. Dopo circa tre ore di accurata ricerca, Martino si fermò per riposare e fare colazione, aveva lo zaino quasi pieno. Seduto su una grossa roccia affiorante, pensò che dopo aver mangiato il panino che si era portato, e dato fondo al quartino di vino rosso, poteva tranquillamente tornare a casa dell’amico. Finita la frugale colazione, si rimise in cammino. Voleva fare lo stesso percorso dell’andata, ma questa volta a ritroso, e spostato verso monte di un centinaio di metri, per avere la possibilità di continuare la ricerca. Un tuono improvviso lo fece trasalire, era talmente preso, che non si era accorto che il tempo era improvvisamente cambiato. Nuvoloni gonfi e neri, si arrotolavano nel cielo, correndo verso la montagna, e qui, quasi restassero impigliati sulla sua cima, in un attimo si trasformarono in una nebbia fitta e impenetrabile. Non si vedeva a un palmo dal proprio naso, ma Martino era tranquillo, non era certamente un novellino, e altre volte si era trovato in situazioni difficili, sarebbe bastato mantenere la calma. Si tolse lo zaino dalle spalle, e indossò il leggerissimo giubbotto impermeabile con cappuccio che portava sempre con sé, quindi prese lo zaino, e fece per avviarsi. Fu un attimo. Senti il terreno mancargli sotto i piedi, e di colpo si trovò nel vuoto, piedi in avanti, mentre precipitava verso l’ignoto. Atterrò dentro un grosso cespuglio di Biancospino, cosa che in parte ne attutì la caduta, ma che gli procurò decine di dolorosissime punture. Dopo un attimo di stordimento, cercò di alzarsi, ma appena fece per muovere la gamba destra, un dolore lancinante lo fece svenire. Riaprì gli occhi, a causa delle cateratte celesti che si erano aperte, riversando torrenti di acqua gelata sulla terra, inzuppando ogni cosa, con una violenza tale, che, nonostante le spine fu costretto a ripararsi bocca, e naso, con un avambraccio per non affogare. Fulmini rosso fuoco, disegnavano giganteschi arabeschi nel cielo nero come l’inchiostro, seguiti da tuoni assordanti, pareva si fosse scatenata la fine del mondo. Dopo pochi minuti la tempesta cessò, sostituita da un venticello gelido, che lo fece rabbrividire, i vestiti zuppi gli si stavano gelando addosso. Capì che doveva ad ogni costo uscire da dentro il cespuglio, altrimenti sarebbe risultato invisibile a eventuali soccorritori. Rotolando su se stesso, tra dolori atroci provocati dalle spine e dalla gamba ferita, riuscì, dopo un tempo che gli parve infinito, a uscire dai rovi. Disteso supino, con le mani, e il viso pieni di sangue, cercava disperatamente di trovare il telefonino per chiedere aiuto, ma invano, chissà dov’era finito. La nebbia si fece ancora più fitta, o almeno così gli parve, forse perché si stava avvicinando la notte. Una pioggerella leggera, ma fitta, lo convinse, a strisciare, tra urla di dolore, per trovare un precario riparo sotto un castagno vicino. Il ginocchio destro, era diventato gonfio come un copertone da camion, e il dolore, sordo e pulsante, non dava tregua, mentre un freddo glaciale si stava impossessando delle sue membra. Ormai i suoi denti battevano senza controllo, e anche le mani era prese da un’irrefrenabile tremito, con angoscia pensò che questa volta non c’è l’avrebbe fatta! Non sa se si fosse addormentato, o fosse svenuto, quando si ridestò sentendo una lingua umida e calda leccargli il viso, seguito da un forte abbaiare. Il suo amico, non vedendolo tornare aveva dato l’allarme, e i soccorsi con l’aiuto dei cani lo avevano trovato all’alba del giorno dopo, con un ginocchio fratturato, un principio di assideramento, pieno di spine, ma vivo, e tutto questo solo per una … “passione!”
    
Mario Volpi
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