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Sezione a cura di Mario Volpi
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L’attentato

Racconti

Spetta/le Redazione

Premetto che avrei preferito scrivere questo racconto in dialetto carrarino per trasmettere appieno le emozioni che dovrebbe, ma non sarebbe stato capito da tutti, quindi ho optato per l’italiano. Anche se non è accaduto nel Medioevo, ho pensato che questo avvenimento meritasse di essere raccontato, perché mostra, come spesso la via del progresso non sia indolore, e come questo non tenga assolutamente conto dei “morti” lasciati sul suo cammino.
La rivoluzione industriale, iniziata negli ultimi decenni del 19° secolo, se da un lato ha comportato un significativo miglioramento della qualità della vita, ha avuto dal lato occupazionale, un effetto dirompente. Lavori, e lavorazioni millenarie, sono state spazzate via in pochissimo tempo, senza dare il tempo agli addetti, complice anche il basso livello culturale, di riciclarsi, aprendo la strada a quella dolorosa piaga  che fu l’emigrazione.


Volpi Mario
19 11 2011

L' attentato


Il campanile della chiesa di Codena aveva appena battuto la mezzanotte. Per essere la fine d'ottobre, l'aria notturna era ancora tiepida, forse a causa dello scirocco che aveva portato pioggia per buona parte della giornata. Ora non pioveva più, ma dei lampi lontani verso la marina, non promettevano nulla di buono. Lissan, il capo della Confederazione dei bovari * era in piedi sulla porta del suo caniz * situato in mezzo al bosco, a poche centinaia di metri dal paese, il lugubre verso di un gufo lo fece trasalire, quasi fosse l'annuncio di un triste presagio. Era stato attentissimo che nessuno lo vedesse, addirittura aveva aspettato che la moglie, e i figli, fossero profondamente addormentati prima di uscire. Un'ombra intabarrata in un mantello nero con cappuccio, uscì dal folto del bosco, era Giovà * che dopo aver salutato, entrò. Poco dopo, alla spicciolata, arrivarono anche gli altri cinque. Avevano scelto quel luogo, e quell'ora insolita per un motivo ben preciso, la segretezza; era fondamentale per la riuscita del loro piano, ma soprattutto assicurava loro l'impunità per il dopo.
Lissan, accese una lucerna a petrolio, distribuì ai presenti dei bicchieri di terracotta, versò del vino "del suo"* da un fiasco rivestito di vimini, poi prese la parola e disse " Sappiamo tutti perché siamo qui, si tratta del nostro pane, ma non dobbiamo dimenticare che quello che vogliamo fare è molto pericoloso, e ci potrebbe portare in galera per molti anni, quindi, chi non se la sente può uscire, e nessuno di noi avrà da rimproverargli nulla". Nessuno si mosse, così Lissan continuò" ieri ho sentito dire Svà *'l fuchin*, che se qualcuno volesse farlo, ci vorrebbero almeno 400 libbre di marzona * dieci fornelli * e almeno cinquanta metri d vi'pra *.
Dai presenti si alzò un mormorio di costernazione, che Giovà zittì, prendendo la parola"Non lasciamoci scoraggiare. Io posso procurarne 100 libbre, di più darei troppo nell'occhio, e per i fornelli dobbiamo fare senza, non si può fare rumore di notte, e poi non ci sarebbe neppure il tempo". Lissan aggiunse che, cercare di procurarsi un po' di vi'pra, era in pratica come andare a dire il nome ai Carabinieri, quindi bisognava farne a meno. Orè, * il più giovane, era disposto a trovare un mulo per portare il materiale. La riunione andò avanti per un bel po', cercando di prevenire, e risolvere, tutti i problemi che l'impresa presentava, infine, quando la lucerna cominciò a tremolare, e il fiasco fu vuoto, decisero. Stabilirono che il momento più adatto per agire sarebbe stato tra una settimana, con il favore del buio della luna nuova, gli avrebbero fatto vedere loro, cosa significava averli nemici. Un tuono poderoso li fece sobbalzare. Come fosse stato un segnale, si aprirono le cateratte celesti, e la pioggia cominciò a cadere, a secchi, a torrenti, i fulmini si susseguivano a un ritmo tale che pareva fosse giorno, mentre i tuoni erano così potenti che le mura tremavano per il rimbombo. Il vento fischiando, spingeva la pioggia in ogni direzione, Lissan disse che quel tempo da lupi era l'ideale per tornare a casa senza essere visti, cosi si salutarono e dopo essersi avvolti nei larghi mantelli, uscirono nella notte. Il mattino dopo il tempo era splendido, e il lavoro riprese con lena in tutti i Bacini. * A Lissan toccò un viaggio fino ad Avenza, e quando lungo la Carriona incrociò Giovà, con i suoi inconfondibili buoi dorati *, per non dare adito a sospetti, lo salutò con calore, come se non si vedessero da una vita, anzi, fermarono i carri e andarono a bere insieme un paio di cavallerie * dalla Zoppa *.
Era la notte tanto attesa. Il freddo era arrivato all'improvviso, una gelida tramontana aveva spazzato via le nuvole con il suo granatone * di ghiaccio. Il cielo, nero come l'inchiostro, era punteggiato da un milione di stelle che tremolavano nel buio, come se anche loro fossero infreddolite. Un bianco sudario di brina ricopriva ogni cosa, dal soffitto della piccola grotta, dove avevano nascosto il materiale, dei "candeli"* di ghiaccio penzolavano nel vuoto, come preziosi lampadari di cristallo. Ora gli uomini ansimavano lievemente, l'erta salita, li aveva fatti sudare, il vento gelido li colpiva come una rasoiata, e pareva si divertisse a rovesciare sulle loro schiene dei secchi di acqua gelata, provocandogli dei brividi incontrollati. Anche il mulo era accaldato, e fumava come se stesse prendendo fuoco, "muoviamoci" disse Lissan "qui si gela".La flebile luce della lucerna spaventò un barbagianni, che spiccò il suo silenzioso volo, come un bianco fantasma. Scaricarono il materiale e ognuno cominciò a fare quello che doveva, cercando di farlo nel massimo silenzio. Dopo più di tre ore il lavoro era fatto, ora veniva la parte più facile.
Lissan era rimasto solo, al buio, si era addossato a uno dei giganteschi pilastri per ripararsi dal vento gelido, erano d'accordo che doveva dargli un buon vantaggio prima di accendere. Ripensò a come tutto era cominciato. Lui era cresciuto in mezzo ai buoi, li aveva sempre visti, li aveva avuti suo padre, e il padre di suo padre, fino alla settima generazione, e ora li aveva lui. Il bovaro era il suo mestiere! Il suo pane!  Possedeva dieci paia di buoi maremmani, e aveva due apprendisti per aiutarlo, e ora quelli della Marmifera volevano portagli via il lavoro! Che cosa avrebbe dato da mangiare alla moglie e ai suoi sette figli? Come avrebbe fatto a mantenere i buoi? Anche altri della Confederazione erano nelle sue stesse condizioni così, avevano deciso che bisognava fare qualcosa. Facendo finta di niente, buttando domande qua e la, si era informato dai suoi amici fuchin, come si dovrebbe fare, se uno volesse... e anche se Svà, che era il migliore, aveva detto che era impossibile, loro avrebbero tentato lo stesso. Si accese un toscano, e dopo avere dato un paio di vigorose boccate, lo avvicinò alla miccia. Questa si accese con uno sfrigolio, e lui cominciò a scendere verso valle, non serviva correre! La miccia era lunga più di due metri. Il mattino dopo, tutti parlavano di quanto accaduto nella notte;
qualcuno voleva fare saltare i Ponti di Vara, ma i quattro pilastri anche se danneggiati avevano retto.









Volpi Mario

Lissan              Sandro in dialetto carrarino
Caniz               Essiccatoio per castagne
Giovà              Diminutivo di Giovanni in dialetto
Del suo           di produzione propria
Orè                Diminutivo di Oreste
Svà                Osvaldo in dialetto
'l fuchin          Operaio specializzato addetto alla preparazione, caricamento, e brillamento             brillamento delle mine in cava (artificiere)
Marzona          nome dialettale con cui veniva chiamata la polvere nera
Fornelli           Fori nella roccia dove veniva caricata la polvere da mina
Vi'pra             Nome dialettale dato alla miccia detonante per il suo colore
Bacini             versanti dove sono posizionate le cave
Cavalleria         antica misura di capacità... un quarto
Buoi dorati       era il tipico colore rosso dorato dei buoi di razza                      Pontremolese      
Dalla Zoppa      nome dialettale di un'antica osteria
Granatone       Nome dialettale usato per indicare la scopa dei netturbini
Candeli            nome dialettale dato alle stalattiti di ghiaccio

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