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Sezione a cura di Mario Volpi
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Carrara a ferro e fuoco

Racconti

Spetta/Le Redazione

Solo quelli avanti con gli “anta” come il sottoscritto, possono ricordare i tragico fatto che agli inizi degli anni sessanta portò Carrara agli onori della cronaca della stampa nazionale. Fu una vera e propria guerra civile, simile ai noti fatti romani, quella che devastò Carrara, in un pomeriggio di vera follia, con decine di feriti, tra dimostranti e i cosiddetti “Reparti Celere di P.S.” come allora era chiamata la Polizia. Io, poco più che bambino, mi trovai coinvolto mio malgrado, così come molte altre persone di ogni età, e ceto sociale, e fu una esperienza sconvolgente. Ho cercato di far rivivere i momenti di puro terrore, vissuti da quel bambino, che solo grazie a un benefattore rimasto sconosciuto, e ai riflessi di un poliziotto, ha potuto uscirne incolume. Per lui molte delle cose viste, erano incomprensibili, e completamente sconosciute, non va dimenticato che al tempo i Media erano quasi inesistenti. Tutto questo accade, come spesso succede, solo per la negazione di una regola fondamentale della Democrazia, dove uno ha il diritto di parlare, e l’altro ha il dovere di permetterlo, e viceversa.

A quel tempo avevo circa dodici anni, frequentavo l'Avviamento Professionale di Stato, Pietro Tenerani che si trovava all'ultimo piano del palazzo che oggi ospita le scuole elementari Aurelio Saffi. Era una scuola a indirizzo commerciale, che preparava i ragazzi a intraprendere la carriera d'impiegati amministrativi, perciò, aveva un così alto numero di materie, che era necessario un rientro bisettimanale il pomeriggio, dalle ore 14, alle sedici. Io abitavo in periferia, i "Pulmini" non esistevano ancora, e tutte le mattine mi recavo in città con il filobus, ma nei giorni del rientro scolastico non facevo a tempo a tornare a casa, così dopo essere stato dal "castagnaccino" a mangiare un poco di calda-calda,(farinata di ceci) e essermi dissetato alla fontana dell'elefantino in Piazza d'Armi, rientravo in classe. Quel giorno era previsto il compito di Computisteria, materia da me fortemente odiata, così, cercai di finire prima possibile, per poter uscire dopo aver consegnato la "pagellina". Appena fuori, attraversai Piazza d'Armi, e vi avviai lungo via Roma, per recarmi a prendere il filobus in piazza Farini. Avevo appena passato l'Accademia, quando vidi in fondo alla strada, alzarsi delle nuvole di fumo bianco, e udii il lacerante suono delle sirene. Pensai che sicuramente doveva trattarsi di un incendio, e che le sirene fossero quelle dei vigili del fuoco, così spinto dalla  curiosità accelerai il passo. Appena arrivato all'incrocio con via Cavour, però, ebbi un'amara sorpresa. Una folla urlante si dirigeva verso di me, inseguita a sirene spiegate da delle jeep grigioverdi, con la scritta in bianco Reparto Celere, alcuni soldati, con l'elmetto di ferro in testa, si sporgevano dalla parte posteriore delle vetture, mulinando dei corti manganelli. Io rimasi come paralizzato dalla sorpresa, non capivo cosa stesse succedendo, e chi fossero quei soldati che picchiavano la gente. Trovai la forza di addossarmi al muro dove un tempo vi era la Banca d'Italia, ma proprio in quel momento, un oggetto rotolò con un tonfo vicinissimo ai miei piedi, e subito cominciò a sprigionare un densissimo fumo bianco. Di colpo i miei occhi cominciarono a bruciare e a lacrimare, mentre mi pareva che una gigantesca mano mi stritolasse i polmoni impedendomi di respirare, accecato, e mezzo soffocato caddi in ginocchio, quando mi sentì afferrare per un braccio, e trascinare via. Mi ritrovai dentro un portone, e un uomo che non avevo mai visto, mi disse in dialetto "ninin, arman chi drent, e non t mov'r" (bambino rimani qui dentro senza muoverti) quindi uscì di corsa. Io ricominciavo appena a respirare, certamente però, qualcuno doveva aver gettato della sabbia rovente nei miei occhi, per quanto mi bruciavano e lacrimavano, ero troppo spaventato per obbedirgli, il mio pensiero era uno solo, raggiungere il filobus per fuggire da quella situazione da incubo. Così aprì cautamente il portone, e sgattaiolai fuori. Memore di cosa vi fosse in via Roma, percorsi a tutta velocità un pezzo di via Cavour in direzione di S. Francesco, e poi tagliai per via Mazzini per arrivare trafelato in piazza Farini. Non sapevo che qui era il centro nevralgico della protesta;  il caos era totale. Per terra, sparsi ovunque, vi erano pezzi di mattoni, tegole in frantumi, e bottiglie infrante, mentre un denso fumo nero si levava da un palco di legno eretto al centro della piazza. Alcune persone sotto le logge del Politeama tiravano pezzi di mattone alle camionette, una di queste fece un velocissimo dietrofront e imboccò a tutta velocità le scale, per ridiscendere quelle opposte all'inseguimento del gruppo di persone. Anche la galleria appena costruita, era percorsa a tutta velocità dalle jeep, che scendevano le scale davanti al Comune con una facilità che io credevo non fosse possibile per un'auto.
Fu allora che lo vidi. Un filobus era fermo con le porte aperte sotto gli alberi davanti all'attuale Esselunga, ed io ingenuamente pensai che appena fossi stato a bordo, la mia brutta avventura sarebbe terminata, così partì di corsa ma giunto al centro della piazza, vidi un gruppetto di persone che, dopo avere lanciato una bottiglia incendiaria alla Celere, scappava verso di me. Sicuramente la cosa non era intenzionale, forse intendevano rifugiarsi dietro il filobus fermo, ma la camionetta oggetto delle loro intenzioni si mise al loro inseguimento. A sirena spiegata, la jeep puntava nella mia direzione, l'autista non poteva vedermi perché coperto dalla massa delle persone, fu un secondo, udì perfettamente il tonfo secco di un manganello che colpiva la schiena di una persona, quando queste si aprirono, la macchina era a pochissimi metri, di sicuro mi avrebbe investito. Spaventato, ero incapace di muovermi, distinsi chiaramente gli occhi terrorizzati dell'autista, e sentì distintamente la sua imprecazione mentre frenava, e sterzava violentemente a destra, lo stridio delle gomme mi parve assordante, la jeep quasi si ribaltò mentre mi sfiorava, sentì l'aria rovente del motore accarezzarmi la pelle delle gambe, lasciata scoperta dai calzoncini corti. Un soldato mi urlò, "vai via!" Scappa" Io in preda al terrore partii a rotta di collo, e mi fermai soltanto quando arrivai in fondo alla discesa di S. Ceccardo. Qui ruppi in un pianto liberatorio, e m'incamminai verso casa. Solo il mattino dopo mia madre lesse sul giornale dei gravissimi disordini avvenuti in città con la Celere, perché Giorgio Almirante, segretario del M.S.I, voleva tenere un comizio, e una parte della popolazione voleva impedirlo.

Volpi Mario

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