Gli architetti dell’acqua
Cara Redazione
Mentre nelle frazioni a monte, l'acqua era praticamente in superfice fresca e potabile, al piano quella superficiale era malsana e portatrice di malattie, così si cercava quella "buona" nei pozzi. Impresa titanica con i mezzi del tempo, che si avvaleva dell'opera di veri e propri specialisti itineranti, i cosidetti POZOLAN.
La vita di tutti gli esseri viventi sulla Terra è possibile grazie alla presenza di un elemento insostituibile; l’acqua. Anche l’uomo non sfugge a questa ferrea legge naturale, e nella sua millenaria evoluzione, ha sempre cercato il modo migliore per procurarsela. Dopo la caduta dell’Impero Romano, e la decadenza dei suoi splendidi acquedotti, per secoli, l’approvvigionamento idrico, è stato possibile attingendo da pozzi, o sorgenti, o con l’immagazzinamento di acqua piovana in cisterne interrate. A Carrara, in particolar modo nei nostri paesi a monte, l’acqua non è mai mancata, ma spesso questa scaturiva da sorgenti poste in luoghi quasi inaccessibili, così i nostri antenati, escogitarono un ingegnoso sistema per portare il prezioso liquido in luoghi più facilmente raggiungibili. Si costruiva una piccola cisterna nella roccia, dove la sorgente scaturiva, per creare una piccola riserva idrica, poi si scavava una canaletta in pendenza, che era piastrellata con le tegole dette “coppi” poste in sovra monta le une con le altre, fino a raggiungere un luogo di facile accesso, qui si scavava un’altra cisterna, la si murava completamente, e si poneva alla sua sommità un tubo di bronzo, che sarebbe diventato la bocca della futura fontana. Nessuna di queste vere e proprie opere d’arte d’ingegneria idraulica, è giunta integra sino a noi, solo alcune cisterne si sono salvate, anche se ormai in disuso. Al piano invece si preferiva l’uso di pozzi, sopratutto per contrastare in qualche modo la Malaria, al tempo endemica. Costruire un pozzo, con i mezzi del tempo, era, oltre ad una fatica sovrumana, anche una vera e propria sfida tecnologica, dove senza alcun strumento, se non scale, secchi e badili, oltre a tanta esperienza, si impegnavano risorse umane e finanziarie, per un lavoro, che non si era sicuri che andasse a buon fine.
Era anche abbastanza pericoloso, perché alcune volte poteva “scoppiare,”ossia arrivati a pochi centimetri da una falda importante, questa, essendo sotto pressione, poteva rompere il fragile diaframma, e in pochi secondi allagare tutto il pozzo, affogando chi era al suo interno. Dopo la costruzione della parte interrata del pozzo, si passava a quella esterna. Quella specie di piccola balaustra di protezione era chiamata, proprio perché circolare, “vera da pozzo, ” e poteva essere costituita da un semplice muretto di mattoni, o in massello di marmo, riccamente istoriato, come spesso accadeva nei cortili delle case patrizie. Sopra la vera, era realizzato in legno, o in ferro battuto, una travatura, dove si poneva una carrucola con il secchio per attingere l’acqua. Nelle aie questa travatura era molto ampia, fino a formare un piccolo tetto, coperto con tegole, con lo scopo di riparare dalla pioggia chi attingeva l’acqua, ma soprattutto per impedire a rami e foglie trasportati dal vento di cadere nel pozzo inquinando così l’acqua. I pozzi presenti nelle aie di ogni casa colonica, o piccolo borgo, avevano a fianco una conca, di solito di marmo, ma spesso in muratura, che serviva da abbeveratoio per gli animali. Il pozzo non era importante solo dal punto di vista della pura e semplice sopravvivenza, ma era anche il luogo, dove la comunità socializzava, mentre attingeva l’acqua, dove d’estate si metteva in fresco il vino o l’anguria, da consumarsi assieme al tavolo posto sotto il pergolato. Volpi Mario
28 ottobre 2014
Foto concesse gentilmente dal Signor Franco