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Villa Dervillè

La città
Villa Dervillè già Monticello
Villa Dervillé, nota anche come Villa del Cav.Orsolini al Monticello, nel comunello di Avenza, località Nazzano, residenza gentilizia situata in collina, verso Massa, in fronte a Fossola, sulla Provinciale Carrara-Avenza (già via Postale), al civico 116. Il predio rustico su cui sorgeva la villa con due case coloniche, era di proprietà della famiglia Orsolini sin dalla fine del secolo XVIII, ovvero 1739. Ma non solo: casa e terreno in piazza Alberìca, terreno con case annesse alla Padula, a Grazzano (a Monte D’Arma), al Casaletto di Massa, la suddetta al Monticello con terreno vignato, una cava di bianco marmo nelle pertinenze di Torano (al Polvazzo), cava di marmo venato a Colonnata (sotto la Tecchia), un edificio con segheria a Bedizzano. Insomma erano ricchi e benestanti.
La dinastia parte dal Cav. Andrea Orsolini, con due figli Domenico e cav. Antonio che a sua volta ha quattro figli: Dr. Giovanni che sposa Laura Luciani, Domenico, Lucio Michele, Francesca sposata Pisani che hanno un figlio avv. Giuseppe Pisani. Un primo momento è indicato Giovanni come continuatore della dinastia, ma non ha figli, così nel suo minuzioso testamento nomina il fratello Domenico con due figli: Giovanni che sposa Margherita Guerra e Pietro. Questi ultimi coniugi hanno tre figli, Carlo nato il 9 marzo 1785 che sposa la nobile Matilde Malaspina, Battista nato il 24 novembre 1797 e Giuseppe nato il 7 settembre 1789.
Vennero a Carrara, provenienti dal comasco nel XV°, avendo acquistato una cava di marmo a Torano; anche nel 1753 Domenico ed Antonio, figli del cav. Andrea Orsolini, dopo la riunificazione delle proprietà e fra le altre un pezzo di terreno coltivato a vigna e casa situata in cima al colle Monticello. Giovanni avendo ampliato la proprietà, dedicò grande impegno economico alla costruzione della casa che divenne una residenza signorile e con impegno economico non indifferente nell’arredarla, con cappella gentilizia, piccola ma graziosa, in un vialetto verso il viale e con facciata rivolta verso la villa.
Questo predio passò nel 1779 a Domenico e nel 1785 al figlio Giovanni suddetto che rimase proprietario della casa padronale, mentre il terreno, la Cappelletta, la casa colonica e la casa a mezzadria passarono allo zio Lucio Michele Orsolini. Dopo alcune complesse vicende patrimoniali, nel 1820 Matilde Malaspina figlia di Tommaso, marchese di Villafranca e moglie di Carlo Orsolini il maggiore dei tre figli di Giovanni riunì tutte le proprietà (casa padronale, Cappelletta, case colonica e dei mezzadri, parco e giardino), frazionati negli anni. Soltanto nel 1835, dopo vicissitudini inerenti quanto ereditato dal marito, non potendo continuare sul mantenimento della proprietà, la cedette a Pantaleone del Nero, il grande industriale del marmo, ricchissimo commerciante di Miseglia e secondo maggior contribuente, nel 1820, di Carrara. Nel 1844 Pantaleone Del Nero fallì per speculazioni commerciali e la proprietà venne acquistata dai fratelli Alessandro ed Agostino Triscornia, altri industriali notissimi nel carrarese per le loro cave, specialmente per il rosso di Castelpoggio, depositi di marmi a fianco della già stazione di San Martino, con la soprastante grande villa, mentre al Monticello in data 19 giugno 1882, fanno eseguire una particolare planimetria, dove il viale interno è indicato quale “strada ruotabile”, sviluppato secondo il tracciato odierno e concluso ad occidente con un grande slargo di fianco e dietro la villa, recintata con un lungo muro. Ma il 14 aprile 1882 a seguito di una vendita giudiziaria passò a Caterina Eudosia Dervillé, che ingrandì la proprietà fino a raggiungere tutta l’estensione dell’intera collina, inglobando anche la grande proprietà appartenuta ai conti Tenderini. Da qui passa nel dimenticatoio la Villa al Monticello del cav. Orsolini e diventa, Villa Dervillé, tutt’ora così conosciuta. Il 14 aprile 1882, con sentenza del Tribunale di Massa, Luigia Caterina Eudosia Dervillé, rimasta vedova di Ciro Adolfo, viene ufficialmente in possesso della villa del Monticello. Il 20 giugno successivo, con atto notarile, Luigia Eudosia acquista da Angelo Angeli un appezzamento di terreno situato ad oriente, che le consente di acquisire tutta l’altura sulla quale sorge il fabbricato residenziale, fino al limite inferiore della Strada Postale, quindi l’acquisto di terreni nella zona meridionale della tenuta, già dei conti Tenderini.
Ottenuta ed allargata la proprietà nel 1883, la nuova proprietaria, provvede a restaurare quello che era chiamato il “Casino di caccia e villeggiatura”, che assume l’attuale veste decorativa, con i quattro vasi agli angoli del tetto e il timpano centrale recante lo stemma degli Orsolini, collocatovi nel 1903. Altri lavori con molti abbellimenti sono programmati dall’arch. Vincenzo Bonanni (la grande scala marmorea con le balaustre delle terrazze, il prolungamento del viale, eseguiti nel 1884). Alla morte di Luisa Eudosia, nell’agosto 1985, tutta la proprietà passa ai figli, Stephan e Jane.
L'ingresso della casa era originariamente verso le valli delle cave, mentre adesso è verso il mare. Nel 1893 fu ampliato il viale orientale e nel 1909 tale Giovanni Beretta, giovane marmista, riveste di marmi la nuova sala da pranzo, costruita nella zona nord della villa. Questo ambiente è illuminato da cinque grandi vetrate, riunendo in un corpo unitario la casa padronale con la casa colonica, realizzando le colonne e i capitelli e gli elementi ornamentali della terrazza, con nel giardino sottostante una fontana sorretta da colonna con tre putti in bronzo. Le statue marmoree del leone e della leonessa all’ingresso, tra la scalea in lastre di marmo, sono le copie degli originali di Emmanuel Frémiet esistenti a Parigi, le statue delle quattro stagioni, originariamente sul tetto, opera dello scultore prof. comm. Carlo Nicoli, scultore carrarese, (Carrara 1843 - Madrid (Spagna) 1915), situate sulla balaustra superiore e fatte appositamente tutte  riprodurre dagli originali di Pierre  Legros, (Chartres 1629 - Parigi 1714) e tutte  conservate al Louvre. All’inizio del Novecento furono sistemate le zone del viale di accesso, con querce, lecci, cipressi, pini, inclusi reperti archeologici [busto di Michelangelo e sotto il berceau quello di Charles Gounod (musicista compositore francese, Parigi, 17 giugno 1818 – Saint-Cloud, 18 ottobre 1893), con appoggiato al pergolato un grande stemma marmoreo, di nobiltà sconosciuta], mentre nel giardino sono sparsi, un po’ dappertutto,  tronchi di colonne romane.
Altre statue marmoree sul davanzale dell’ingresso: il Negro con l’elefante, del 1885, Tobiolo con il pesce del 1886. I grandi vasi marmorei rettangolari appoggiati alla facciata, al termine del viale, prima della scalea d’ingresso, in una nicchia, Battì del Barilo del 1895. (da notare che esiste una simile scultura a Massa, all’angolo con piazza Portone-via S.Francesco, è l’acquaiolo. Una fontana funzionante). Una statua di Battì del Barilo, a Massa, uguale di quella alla Villa Dervillé, prima di arrivare all’ingresso principale e posto in una nicchia. La fontana di Massa in piazza Portone, dove si intravedono le arcate del vecchio vescovado, in una delle quali si trova incastonata la scultura un po’ abrasa anche se restaurata a cura del Quartiere 3, di Massa, nel 2002. Nel piedistallo è riportata la data presumibile dell’opera: MDCXVII, 1617. Mi dicono che un Battì esiste anche a Villa Massoni, sempre a Massa, ma al momento non è fotografabile perché la villa è sotto sequestro da parte del Municipio di Massa. Quella a villa Dervillé non è precisato se si tratta di una scultura di un maestro comacino, come gli Orsolini che crearono la villa, nativi di Como, simili a un maestro campionese, visto che le date in cui operarono possono essere compatibili con la dinastia degli Orsolini comaschi. A quello di Massa la datazione si riferisce al secolo XVII, ed è una tra le più antiche e caratteristiche fontane massesi, modificata nel suo originario assetto con un barilotto tra le mani da cui discende una fonte nella sottostante vasca a conchiglia, tutto in marmo delle Apuane. Il “batti batti”, un saporito crostaceo della famiglia degli astici, dell’aragoste e delle cicale di mare. Ma il battì (con l’accento sulla i), qualcuno dichiara abbreviazione di Battista, altri che si tratta del Battitore. Poi con la qualifica “del Barilo”. Il Barilo è l’autore, lo scultore ? A meno che intendesse “col barile o barilotto”: piccola botte in legno e questo mi pare il più appropriato. Comunque non è precisato. Queste particolari sculture già in età romana erano utilizzate dal popolo per esporvi invettive di carattere satirico volte a beffeggiare l’operato del governo (vedi la fontanella del Facchino a Roma, che ritrae un acquaiolo, simile a quello di Massa e di villa Dervillé, cosiddetta statua parlante, poiché popolani aggiungevano messaggi, dove esponevano satiriche invettive per beffeggiare persone del governo. Quella di Roma è del 1580.
Il figlio Stephan Dervillé curava tutta la vendita dei marmi del complesso di Carlo Fabbricotti (detto Carlaz) sul mercato francese, a cui si devono i reperti romani nel circostante giardino e nel Parco, forniti anche dal figlio di Carlaz, Carlo Andrea. A Stephan si deve la creazione del grande Parco circostante, confinante verso Carrara col canale Bucarolo, prosegue laterale verso Monte Greco e verso mare sino quasi all’attuale rotonda di Nazzano, con l’ex via Postale, ora Provinciale Carrara-Avenza, asfaltata, ma pericolosa negli ingressi e uscite dalla villa (perché non esiste marciapiede), almeno per quanto riguarda il cancello (chiuso), prima della rotonda nazzanese.
Soltanto dopo alcuni decenni trascorsi dalla seconda guerra mondiale 1940-45, passa agli attuali proprietari: la famiglia Vanelli, il padre Giorgio, la moglie Marzia Dazzi sposata Vanelli e precisamente alla moglie di Giorgio, industriale, Marzia Dazzi in Vanelli. (Io stesso, con mia sorella Maria Angela, il marito Dino ed il figlio Marco, negli anni “60 del secolo scorso, ci recammo in macchina sino alla villa poiché era stata messa in vendita, ma non trovammo nessuno, era chiusa e sembrava abbandonata, comunque si vedeva chiaramente che aveva bisogno di un cospicuo e costoso rifacimento tanto esterno e probabilmente interno. Interessava a mia sorella poiché abitavamo sul viale a Ortomurano in affitto in un condominio sul fiume Carrione, delle tre sorelle Biso, professoresse a Carrara: proprio di lato allo Stadio Fossa dei Leoni: pieno di rumori e di zanzare per il vicino fiume. Comunque la villa non interessò mia sorella che dovendo recarsi giornalmente per almeno quattro volte al giorno, dal laboratorio-segheria nella Raglia, a piedi non avendo la patente per la forte miopia. Costruirono poi la loro villa in via del Vignaletto, progetto dell’architetto Fausto Pregliasco, acquistato su terreno frazionato del Conte Tenderini, proprio in località Gildona: questo nome deriva dalla proprietaria di una tabaccheria sul viale, di nome Gilda, ma per le sue grandi proporzioni fisiche, cosiddetta Gildona).
Si prosegue per una strada collinare, asfaltata, verso mare e Nazzano, strada oggi ben tenuta dalla famiglia Vanelli, il padre Giorgio, la moglie Marzia Dazzi sposata Vanelli, i figli Fiammetta (con figlio) e Gualtiero, grande amico di Vittorio Sgarbi.
Le due costruzioni laterali, già casa colonica e dei mezzadri, sempre nel colore rosso-cibeo, rimodernate, passano ai figli, in particolare Fiammetta ed il figlio, per ospitare la sua nuova famiglia. La Villa, attualmente, agosto 2016 (in manutenzione esterna), possiede con diverse antichità artistiche e provenienti da mercati romani e ben tenute, un vanto per i proprietari acquirenti, di cui molti reperti provenienti dagli scavi lunensi, avuti dall’amico Carlo Andrea, figlio di Carlaz Fabbricotti e ceduti ai Dervillé, tanto da creare una passeggiata archeologica, all’esterno del grande giardino. Quello che noi carraresi possiamo rimpiangere è la negazione dell’acquisto dei reperti museali dagli eredi di Carlaz che nel 1938, dopo il fallimento, avendoli rifiutati l’amministrazione carrarase perché i Fabbricotti volevano una sede degna dei loro preziosi reperti, fu acquistata da un consorzio il cui maggiore azionista fu il Comune di La Spezia, nella cui città esiste, in Via XXVII Marzo, il Museo civico archeologico Ubaldo Formentini che ha sede presso il castello San Giorgio, (detto anche “Museo del Castello”), con ben undici grandi sale ed al piano superiore sono conservati i reperti romani provenienti dall'area di Luni e già facenti parte della collezione Carlo Fabbricotti. (detto Carlaz, terzogenito di Domenico Andrea Fabbricotti, nasce il 25 giugno 1818 a Torano, Carrara e muore a 92 anni, nel 1910, sempre a Carrara, nella sua villa “Il Colombarotto” e sepolto a Marinella nella Cappella di famiglia, con innanzi la grande statua in cui è abbigliato con mantello d’epoca e cilindro, mentre con la mano destra fa cadere monete, a significare il contributo economico alla bonifica della zona. Il grande monumento è dello scultore carrarese, Alessandro Lazzerini, nato e morto a Carrara, 7 nov. 1860 – 3 dic. 1895, monumento ordinato dal figlio con due fratelli di Carlaz nel 1913), (vedi la Storia del Colombarotto).
Lungo la strada s’incontrano alcune statuette (negli ultimi due gironi), in marmo tra nicchie ed a tutta vista, che annunciano statue più grandi tanto all’ingresso che all’interno; all’esterno un grande leone ed una leonessa marmorei ai lati della grande scalinata d’ingresso. La villa ci accoglie col grande scalone sotto tre arcate sorrette da colonne, sottostanti e soprastanti (all’esterno del doppio soggiorno), sagomato nella forma di un’ampia terrazza simmetrica, mentre in alto, sul tetto ed al centro lo stemma degli Orsolini. La villa costruita da architetto francese per volere di Carlo Orsolini, come specifica Carlo Lazzoni, nel suo volume “Carrara e le sue ville”, 1880, Tip. di Igino Drovandi, Atesa Editrice, mentre lo scalone d’ingresso, in marmo bianco, fu realizzato su disegno di Vincenzo Bonanni nel 1884 (prof. Vincenzo Bonanni, architetto ornatista, professore di scultura, ed autore di Villa Olga, nei pressi dello Stadio di Calcio dei Marmi, già Parco della Rimembranza, ora abbattuta la villa e sostituita nell’area da quattro condomìni), che collega la balconata con il piano rialzato della villa. Si accedeva dal retro tramite uno scalone a due rampe, tutto in marmo locale, al salone da cui si diramavano le stanze laterali. Dal balcone si vede un largo tratto di mare (dalla Punta Bianca, con le isole Palmaria, Tino e Tinetto fino a Viareggio e nelle belle giornate anche il porto di Livorno.   Sottostante, laterale verso il viale, oltre la grande fontana con putti bronzei, la bella pianura avenzina e della nostra marina.  Il salone a doppio volume, affacciato su eleganti logge e decorato con scene mitologiche e grandi conchiglie ed altorilievi marmorei tra cui due che Vittorio Sgarbi (Nato a Ferrara l’8 maggio 1952. Laureato in filosofia con specializzazione in storia dell’arte presso l’Università di Bologna), amico del figlio, ha dichiarato essere opere di Giovanni Antonio Cybei, scultore e sacerdote nel Duomo di Sant’Andrea Apostolo a Carrara, dove riposa in una tomba nel presbiterio della Collegiata Battesimale. Sul soffitto del salone spicca lo stemma degli Orsolini e sopra le porte busti marmorei settecenteschi, ben mantenuti. Le logge, a tre arcate, si ripetono nei quattro lati della villa.
Gli stessi sviluppi della casa hanno subito gli ambienti esterni, con al centro una tenuta agricola con alberi di ulivo e filari di vite, mentre la zona gentilizia, divisa in due parti: la prima sul crinale di Monte Greco (la collina soprastante la recente Strada dei Marmi), con spazi vicini alle stanze nobili, mentre l’inferiore si distendeva presso i viali d’accesso, ornati di basse siepi, di bosso e cipressi fino alla Cappelletta gentilizia, con funzione di oratorio pubblico. Furono i fratelli Triscornia, subentrati nella proprietà, che allargarono il viale fino a renderlo carrozzabile. La peculiarità però dei giardini in questo periodo è di carattere archeologico dovuto ai molteplici marmi esposti, lunensi dei Fabbricotti.
Al bell’ingresso della villa, sulla provinciale Carrara-Avenza, due bei pilastri pieni di bassorilievi, sorreggono il grande cancello ed il muro esterno ha un lungo tortiglione proveniente dalla Fortezza Castracani di Avenza, (quando nel 1880 iniziarono la demolizione che un tedesco, Theodore Mommsen, studioso della latinità italiana, salvò quanto ancora rimaneva della Fortezza).
I Dervillé nel 1937 crearono anche il “Premio Dervillé” per artisti scultori e ricordo l’ultimo vincitore Ugo Guidi, nato a Querceta (LU) nel 1912 e morto a Forte dei Marmi nel 1977.
Acquistarono anche parte della Rocca di Moneta, ma soltanto la Rocca, perché le altre aree sono di alcuni proprietari privati (vedi la Storia di Fossola). Oggi la rocca è proprietà del Comune di Carrara che l’acquistò dai Dervillé, con rogito a Parigi dove i proprietari risiedevano: ma soltanto la parte della Rocca, circa un terzo di tutto il borgo, più le varie strade e passaggi intersecanti in tutta la zona che un tempo era un grande paese. I giardini attorno la villa pieni di statue e sculture romane e del secolo scorso, lungo l’erta salita che dalla provinciale conduce alla villa, riordinata e mantenuta tale dai Vanelli, con l’ampio parco che gira tutto attorno al famoso Monticello, con un secondo ingresso verso Nazzano, mantenuto chiuso per la pericolosità data dal traffico sulla provinciale, bisogna ammettere che si tratta di una costruzione lussuosa, da rendere Carrara orgogliosa di averla nella sua zona.
Lucio Benassi Carrara, 11 agosto 2016

Bibliografia
Gian Luigi Maffei, (a cura di), Ville della Lunigiana storica, Artegrafica Silva.
Cavalli di Colecchio, Parma, 2005
1739-1835, Vicende patrimoniali della famiglia Orsolini, di Claudio Giumelli “ Atti
e Memorie dell’Accademia Aruntica di Carrara, Vol.V°, anno 1999.
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