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Castelpoggio

Paesi
Storia di Castelpoggio
Altitudine: 550 metri s.l.m.
Abitanti : castelpoggini
Patrono: Papa Sisto II

E’ una frazione del Comune di Carrara. Antico borgo millenario situato sulle pendici delle Alpi Apuane, in posizione panoramica domina la piana di Luni ed è circondato da boschi pascoli e terrazzamenti, tra castagni, corbezzoli, eriche e ginestroni. Si trova sulla Strada Carrara – Fosdinovo che costituisce confine tra Liguria e Toscana. La parte alta del paese è quella più antica e costituiva un borgo murato di cui poco è rimasto dove si trova la chiesa parrocchiale della Natività di Santa Maria. In particolare quello che tocca il sito scomparso di Volpigliano. Alcuni sentieri che arrivano da Casano, anch’essi antichi e dalla Foce di Ortonovo arriva un sentiero che percorre per buona parte il confine tra Toscana e Liguria. Castelpoggio era zona di confine tra Carrara e Sarzana e poi tra lo stato Modenese e quello Sardo mediante il torrente Parmignola che nasce nella zona. Nella seconda guerra mondiale fu teatro di rappresaglie nazifasciste, verso la fine del 1944, che provocarono immani uccisioni di partigiani e civili. La sua esposizione sopra una collina, è sempre stata strategica tra il versante marittimo e quello interno e questo spiega le numerose vie di collegamento che al Paese pervengono, antiche e più recenti. Ricordiamo il sentiero per la Gabellaccia e per Campocecina. Nata come Rettoria (chiesa non parrocchiale affidata ad un ecclesiastico), al Nord-Est) di Carrara da cui dista oltre sette kilometri, su di una collina in faccia al mare, fra boschi, ulivi e castagni e lungo la via statale che conduce in Lombardia, detta la Spolverina, ( vedi anche sentiero Forte Bastione ) che transita da Fosdinovo e prosegue per Fivizzano, già sulla via Francigena. Questo borgo fu chiamato Casopoci o Casapoci, dei marchesi Malaspina, donato alla Cattedrale di Luni dal marchese Alberto Rufo, nel giugno del 1085. Poi diventa Castrumpodium, in latino, poi nei primi anni del 1500, Castepoggio: è evidente il riferimenti ad un Castello su di un poggio !
Scendiamo un tratto piuttosto ripido e siamo presso i primi ruderi di Volpiglione. ( vedi anche sentiero del Volpilione )
Quest’antichissimo borgo, di cui esiste traccia storica sin dal X secolo, si sviluppava su un costone roccioso ed era difeso da un castello, oggi rimangono i resti di una torre cilindrica, di una cisterna e fondamenta con qualche muro tra alberi e sterpi. (La via Francigena, come detto sopra, diretta a Roma, altro non era se non una direzione e una consuetudine. Per noi oggi il nome della via è strettamente legato alla figura di Sigerico, il vescovo che della strada diretta da S. Pietro fino a Canterbury ci ha lasciato una descrizione precisa, tappa per tappa. Partito da Canterbury nel 990, Sigerico raggiunse Roma per ricevere l'investitura del Papa da Giovanni  XV e il simbolo della sua carica di arcivescovo: il pallio. Lungo la via del ritorno, attraversata tutta l'Italia da Roma al Gran San Bernardo,  toccate l'attuale Svizzera e la Francia, Sigerico raggiunse il punto di partenza, lasciando scritte le tappe che avevano segnato il suo viaggio. Il prezioso manoscritto elenca le 79 località in cui il prelato e il suo seguito sostarono per la notte. Itinerario da Londra-Canterbury, via Santiago di Compostela, in Toscana dal Passo della Cisa Pontremoli- Aulla-Avenza-Pietrasanta-Camaiore-Lucca-Altropascio, San Miniato, Gambassi, Terme di San Gimignano, Monteriggioni, Siena, Ponte d’Arbia, San Quirico d’Orcia, Radicofani, Acquapendente, quindi capolinea a Roma, ed eventualmente proseguire per la Terra Santa in Gerusalemme). Non sarebbe corretto immaginare la via Francigena come un unico asse viario, una sola strada ben definita com’era stata la norma nell'epoca delle solide e ben costruite vie consolari romane, progettate con un tracciato stabilito e con le loro stazioni di posta. Secondo gli storici, nel medioevo i viaggiatori seguivano sì una direttrice fondamentale, ma spesso, a causa della mancanza d’infrastrutture solide e ben definite, il traffico passava senza problemi da una via a una sua parallela, segnando così le fortune e le disgrazie di paesi e borghi lungo il tragitto spesso invaso da mali intenzionati oppure da richieste di gabelle per il transito. Molti pellegrini transitavano da Avenza a Castelpoggio, per Fosdinovo, quindi Fivizzano, poi Aulla, Pontremoli, per evitare l’epidemia di peste scoppiata a Genova, sino al Passo del San Bernardo e proseguire per Francia e Spagna sino ad arrivare a Londra-Canterbury. Oggi ben pochi eseguono questi tragitti . . . a piedi o trainati da calesse oppure in groppa ad un cavallo!
La via Francigena, come scrive Pietro di Pierro, definisce l’arteria che da Avenza passa per il sito ospedaliero di San Giacomo a Carrara, – Gragnana – Noceto – poi risaliva a Castelpoggio ospedale di Monte Forca, quindi Fosdinovo – Aulla - Pontremoli, per raggiungere la Lunigiana interna, una delle più importanti varianti della via Francigena nel nostro territorio. Sicuramente la variante di cui parliamo, scorciatoia non proprio con la nascita della Francigena ma un po’ più tardi, verso il XII secolo, con lo sviluppo delle attività commerciali in Europa, come confermato dal prof. Renato Stopani, tra i maggiori esperti del settore, creatore del Centro Studi Romei (Nel Medioevo erano chiamate vie romee - o romane, o romipete - le strade che i pellegrini percorrevano verso Roma, la città che costituiva una delle principale mete, con Gerusalemme e Santiago de Compostela, della Cristianità occidentale).
Neppure è azzardato prendere in considerazione, visto l’affinità storica del paese con Luni, un’altra mulattiera che proprio da Luni, posta sulla direttrice principale, deviasse per Casano e salisse a Castelpoggio per valicare ancora il Monte Forca e scendere in Luniagiana. Oltre alle due mulattiere tutt’oggi esistenti ed a tratti ancora ben selciate, danno prova dell’importanza di Castelpoggio come incrocio di antiche vie di comunicazione legate alla Francigena, l’esistenza sul Monte Forca già nel 1151, di un “Hospitale”, che serviva da ricovero per i pellegrini. Il 3 dicembre di quell’anno un atto notarile del Codice Pelavicino sancisce la vendita dell’Ospedale che passa dalle mani del Vescovo di Lucca a quelle dei Canonico Lateranensi sempre di quest’ultima città, uno dei punti di riferimento della via Francigena in Toscana. Esistono diversi nominativi della via Francigena: la via romea nonantolana prende nome da una delle sue tappe, l'abbazia di Nonantola, presso Modena. La via romea della Sambuca (nota anche come via Francesca della Sambuca), da cui prende il nome, si dirama dalla via Emilia, lasciando Bologna per risalire la valle del torrente Limentra, affluente del Reno, raggiungendo il castello della Sambuca; la via romea dell'Alpe di Serra o via Teutonica, o via di Alemagna o Via romea di Stade, risalendo la valle del Bidente, valica l'Appennino al passo dell'Alpe di Serra, in prossimità dell'attuale passo dei Mandrioli.
La via Teutonica, ovvero la strada del Sacro Romano Impero di nazione germanica.
L'artefice del toponimo di "Via Teutonica" fu Ottone I, questo grazie a due scelte, fondamentali: la prima fu stabilire la collocazione della via che dal passo del Brennero conduce a Roma; la seconda di affidarne il controllo ad Azzo Adalberto Marchese Di Canossa, avo di Matilde, con un regesto diplomatico mantovano, nell'ottobre del 962 d.C.).
(vedi la Storia di Marina di Carrara – scheda: Forti piogge -). (regesto = lat. tardo regĕsta. Registro, repertorio, riportare; nel Medioevo, repertorio cronologico degli atti governativi, comunali, privati; registro di documenti, diplomi).

Foto storiche
La Parrocchia
Esisteva una specie di chiesa-oratorio, in alto nella parte più antica del paese, ora e forse anche allora racchiusa in mezzo a case fatiscenti, senza sagrato, su strada larga ottanta cm./max un metro, piccola e davvero poco accogliente: infatti, in questo momento è abbandonata e nascosta, costruita con “grottoni” di varie pietre, era dedicata a San Sisto.
L’attuale Chiesa, dotata di una piazzetta, al termine della scalinata di via Vasco Venturelli, con un bel portale di marmo, arricchisce la facciata esterna della Parrocchia di Castelpoggio, dedicata alla Natività di Maria Vergine ed a Sant’Antonio Abate, mentre protettore di Castelpoggio è San Sisto II, papa, festeggiato il 6 agosto.
Nell’esterno e nell’interno si riscontra una bella linea armonica, tanto da non pensare che la chiesa è stata totalmente ristrutturata durante alcuni secoli passati. Il portale esterno comprende una trifora del 1900 e nel timpano una nicchia circolare con la statua di marmo di San Sisto II°, datata 1712, su piedistallo e con incise, nel cuscinetto marmoreo del portale, le parole latine: Quasi plantato rosae in Jerico, del 1832.

(I riferimenti a destra od a sinistra, partono dalla vista del visitatore della chiesa).

Entrando, a destra, il Battistero, piccolo e racchiuso da una cancellata di ferro (in precedenza era alla sinistra di chi entra, con una balaustra di marmo). Fu costruito nel 1769 dallo scultore carrarese Andrea Chiapoella con marmo di Michel Angelo Jardone, in sostituzione di altro, più modesto che già esisteva nel 1634. Spostamento a destra durante il febbrile lavorio nel rifacimento del 1867. Sulla cupola del vaso battesimale, statuetta di san Giovannino. La Benedizione dell’acqua benedetta battesimale il giorno del Sabato Santo fu autorizzata dal Vescovo di Sarzana il 5 febbr. 1788. In precedenza bisognava andarla a ritirare presso il Duomo di Carrara. Sulla parete una piccola scultura in marmo bianco che rappresenta, un po’ sbiadita, Sant’Antonio Abate, donata da Pucciarelli Dario, quale opera del 1300, proveniente dalla casa in Castello.
Quasi al centro della prima lesena, applicata con muratura a una colonna, l’acquasantiera di marmo con data 1699 nel piedistallo, e grande vaso marmoreo per l’acqua benedetta, in sostituzione di una precedente, più piccola e bassa, che si ruppe e datata 1 luglio 1584. Questa precedente è murata alla parete sempre della prima lesena e al disopra di quest’acquasantiera una scritta in latino su lapide marmorea annuncia: “Questa chiesa fu consacrata il 1° luglio 1564 dal Vescovo di Sarsina (FC), visitatore apostolico, durante il pontificato di Gregorio XIII. Giovanni Maria Franceschi, rettore”. Con decreto di mons. Angelo Peruzzi, questa lapide qui fu posta ma fino al 1776 si trovava sopra l’ingresso della chiesa. (in questa lapide esiste un errore di data: non è 1564 ma 1584. Il motivo di questo sbaglio non è giustificato.
Comune il sottostante scritto, conferma l’errore:
sotto la soprastante lapide, altra in marmo bianco (entrambe murate sulla parete sopra la vecchia acquasantiera), per l’anniversario di 400 anni dalla costruzione, tramite la partecipazione di tutti i paesani, scritta dalla manifestazione avvenuta il 1° Luglio 1984, con l’intervento, oltre a tutti i Paesani, anche del Vescovo diocesano mons. Aldo Forzoni, nel suo 50° di sacerdozio, mons. Angelo Ricci, già Parroco castelpoggino, e l’allora Parroco di Castelpoggio dal 1960, don Umberto Pisani, fossolese, a futuro ricordo. Q.M.P.
Segue un quadro della Madonna del Rosario (200 x 180 cm.), tra la prima e la seconda lesena: di questa pittura non si conosce né l’autore né la data di origine, ma si presume d’esser posteriore al 1653, quando venne approvata la Società della Madonna del Rosario. La bolla, datata 14 giugno 1553 (visibile e completata dopo il ritrovamento, nel 1980 tra i documenti della parrocchia, mal messa e mancante di molte righe, ammuffita e rosicchiata, poi ricucita e completata, quindi posta sotto il quadro (55 x 40 cm) della Madonna che porge la corona del rosario a San Domenico alla destra, mentre alla sinistra vi è santa Caterina da Siena con piccoli 15 cerchi a rappresentare i misteri del rosario. Quadro di valore artistico, restaurato più volte (nel 1819, 1829, 1981. Prima dell’anno 1848 si trovava sull’altare della Madonna, a sinistra.
Il confessionale in marmi policromi e lavorati, tra la seconda e terza lesena, con la scritta “Sanat contritos corde. 1766”, in altre parole, risana i pentiti di cuore.
Altare del Suffragio, tra la terza e la quarta lesena. Costruito nel 1763, tramite Francesco Andrea Chiapelli che ricevette da un donatore, il priore Domenico Vaira la cifra per detta costruzione, sormontato dal quadro in pittura su tela, tuttora esistente. Il quadro è del 1675 e portato qui da Ortonovo. Riparato nel 1736 e ripulito nel 1983 dal pittore carrarese Giovanni Castelli, rappresenta in basso figure di anime purganti, al centro Papa Gregorio Magno, con Sant’Antonio da Padova, San Vincenzo Ferrari e San Luigi Gonzaga, in atti di supplica per le anime purganti, mentre angeli coronano la scena. Sopra le decorazioni marmoree, il verso latino del Salmo 129 “Siano le tue orecchie attente alla voce della mia supplica. 1763”
Lapide sepolcrali, nel pavimento a lato dell’altare del Suffragio, con questa scritta in latino: “A Dio ottimo massimo. Qui sono raccolte le ossa del sacerdote Pietro Morelli di Castelpoggio, che visse 64 anni. Parroco dal 1777. Morì il 31 maggio 1814”. Fratello del precedente don Andrea, parroco di Avenza, dove fece elevare la chiesa da rettoria al grado di priora. Erano nati da genitori gragnanini.
( = rettoria, è chiesa non parrocchiale affidata a un ecclesiastico. = Priora, è chiesa, che ha cura d'anime, d’intermedia dignità, tra la parrocchia e la pieve).
Nel presbiterio, la parte che comprende l’altare maggiore, c’è una balaustra di marmo, bloccata da punti di ferro, con parte antica del 1687. L’altare maggiore è della stessa epoca dell’altare del Suffragio e dei Confessionali e forse dello stesso artista Andrea Chiapeli, ha sostituito l’altare in muratura, che era sormontato da un quadro del 1736. Dietro l’altare son incuneati due piccoli tabernacoli con porticina in legno, uno per gli Oli Santi datato 1768 e l’altro più grande, per le Reliquie, con data 1771; il Crocifisso che si trova alla sommità dell’altare è del 1695. Sino al 1930 era portato da robusti castelpoggini, in processione, circondato da quattro alti lanternoni. Il baldacchino sospeso in alto è del 1756. Il tabernacolo in policromo marmoreo, all’esterno, mentre all’interno è stato foderato in ottone con nello sfondo l’iscrizione “A Gesù Sacramentato in ricordo delle nozze d’oro sacerdotali del Can. Don Primo Corsini – Parroco di Castelpoggio – i congiunti Corsini, Giunti, Conti e Galletti, 1956”. Per alcuni anni, 1775, 1781, 1836 era citato nei documenti parrocchiali amministrativi un contraltare di un quadro dietro l’altare, di cui non esiste più alcun riferimento (si trattava forse, del quadro di Sant’Anna venduto a Noceto?). In questo momento non si conosce alcun altro documento cui facciano riferimento tali incartamenti amministrativi. Anche la colomba, in marmo giallo, che nel 1836 venne posta sopra il tabernacolo, ora non più esistente, ci sono due cherubini. Veduta generale degli altari con balaustra in blocchi di marmo, del Coro ed in alto sulla cupola pittura che rappresenta i Santi, Sisto II° e S.S.Maria Vergine, Santa Lucia (lateralmente, a sinistra con San Pietro e a destra, San Paolo Apostoli), con grande Crocifisso centrale. Il primo altare rappresenta, nel bassorilievo sottostante, Gesù nell'Orto degli Ulivi o Getsemani di marmo statuario, con quattro colonne in breccia marrone, dove si ritirò Gesù dopo l'Ultima Cena prima di essere tradito da Giuda. Tutta la Chiesa è piena di Cherubini di marmo. Le due statue laterali, una di San Sisto II° e l’altra Madonna con Bambino, in legno di pero colorato.
(Il Giardino dei Getsemani, parola aramaica che significa frantoio = è un piccolo oliveto, attualmente di otto antichi olivi, uniti a quello piantato da Paolo VI, il 4 gennaio 1964, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa, poco fuori la città vecchia di Gerusalemme sul Monte degli Olivi, nel quale Gesù Cristo, secondo i Vangeli, si ritirò dopo l'Ultima Cena prima di essere tradito e arrestato. Le più antiche piante dell’orto, dunque, sono giunte intatte dall’età Crociata, sopravvivendo alla distruzione della chiesa e agli anni di abbandono, terminati nel 1681, quando i Padri Francescani entrarono ufficialmente in possesso del podere, avendo tutte le piante, l’identico DNA).
Nella Chiesa Patronale il sepolcro in terra, dietro l’altare maggiore, nell’attuale coro è evidenziato una botola con lastra sepolcrale. Forse si tratta del locale precedente che era la sacrestia e forse il sepolcro della famiglia Rossi, che appunto era in sacrestia, ma di queste considerazioni non esistono prove certe. Altri affermano che era un sepolcro per i defunti, prima del nuovo Camposanto (quello in zona ai Canepari, ma non il borgo di Fosdinovo) dove venivamo gettati i corpi, ma è tutto da dimostrare, anche se don Angelo Ricci confermava che usciva un odore nauseabondo da quella botola, tanto da tapparsi il naso! Come consuetudine, in quell’epoca, i cadaveri non venivano messi in una bara, sigillata, ma accomodati ed avvolti in un telo, calati tramite la botola nel sepolcro. E’ ovvio che all’apertura della botola, uscissero emanazioni pestilenziali, tanto da far emettere, nel 1835 dal Vescovo diocesano, dopo aver compiuto la visita pastorale, da Massa mandò l’ordine di eliminare i sepolcri familiari in chiesa. Queste disposizioni furono considerate insulti e disagi dai fedeli sulle leggi costituzionali relative alla costruzione di cimiteri fuori e lontano dai luoghi abitati, emanate durante il dominio francese in Italia (1796-1814). Ma i comuni, eccetto Massa, non fecero in tempo ad eseguirle. Infatti anche a Castelpoggio si hanno le prime tumulazioni con la cassa sigillata, durante gli anni 1804-1807. Si arrivò al 1855 quando il colera a Castelpoggio fece ben 51 vittime, ma prevalse, dopo la fine dell’epidemia, il ritorno alla sepoltura in chiesa, perché la piana ai Canepari non era recintata né protetta. Nel 1930 il camposanto fu allargato e raddoppiato dalla parte posteriore ed apparvero le prime costruzioni private dei cosiddetti “forni” o “loculi” e “cappelle”, che ebbero accettazione dai fedeli. Ci sono in questo luogo santo, tombe di eroi della prima e seconda guerra mondiale, di rappresaglia nazi-fasciata dei mesi di agosto fino a dicembre 1944 con cippo offerto da Guido Murray Fabbricotti, a sinistra entrando ed inaugurato nel 1920, attualmente rifatto l’elenco dei defunti, poi murato all’esterno (1915-1918), con i nomi di tutti i caduti. Nelle chiese non si possono inumare ulteriormente salme. Qui bisogna aprile una parentesi concernente il periodo del colera e del nuovo Camposanto.
- Sul colera, del modo e del mezzo con cui arrivò nel 1854 alla Marina di Avenza e quindi a Carrara, a Massa ed in Lunigiana. Fonte del presente studio sul colera dal 1854 e 1855 a Castelpoggio è il Registro dei Morti che va dal 1854 al 1902. Così si viene a sapere che all’ interno della Parrocchia vi erano i sepolcri famigliari degli Stefani, dei Vaira, dei Pucciarelli, dei Danesi, dei Giromini, dei Rossi, dei Morelli, dei Fantoni, dei Lunardelli, dei Maneschi, dei Rocchi. Le tracce dei sepolcri famigliari, nella chiesa di Castelpoggio (come del resto in tutte le altre chiese), sono sparite a seguito del rifacimento del pavimento con quadrette di marmo bianco e grigio scuro, tagliate a mano, alla fine del XX secolo. Sono rimasti intatti solamente i sepolcri, con epigrafe latina, del parroco Don Francesco Rossi, morto nel 1805 e di Don Pietro Morelli, sacerdote paesano, morto nel 1814. Quindi in non poche parrocchie non si seppelliva in chiesa, ma in terreno aderente le mura esterne della chiesa. Forse poi, con l’espandersi delle costruzioni abitative, quei cimiteri rimasero come strozzati tra i fabbricati e quindi si preferì seppellire all’interno delle chiese: uso che troviamo generale da noi nei secoli XVI e XVII, creando situazioni poco igieniche. In Francia la prima legge, vietava i seppellimenti in chiese sin dal 1765, seguita da altre del 1774 e 1776. In Italia il divieto fu introdotto durante il dominio napoleonico, ma non si generalizzò, per la resistenza incontrata nelle popolazioni, ed anche a causa della breve durata di quel dominio. Sembrava un oltraggio seppellire i propri parenti in un campo. Nella nostra provincia solamente a Massa si inaugurò nel 1812 il primo cimitero nei pressi del Mirteto. Solo con l’avvento del Regno d’Italia e del morbo del colera negli anni 1854-1855, entra nella mentalità e diventa generale. In questa situazione di emergenza, il Parroco don Nicolao Geminiani, poteva anche esercitare le prerogative di notaio, viste le leggi estensi. E così fece con alcuni castelpoggini e gragnanini.
Il micidiale “morbo cholera” arrivò anche a Castelpoggio nei suddetti due anni, uccidendo 51 persone, tanto adulte che bambini e neonati, seppelliti tutti nel cimitero ai Canepari. Superato il periodo più critico, si tornò a seppellirli in chiesa sino al giugno 1870. Il Parroco suddetto redige la seguente nota: “La terra ai Canepari che già negli anni 1854 e 1855 aveva servito da Camposanto ai decessi di colera, in quest’anno 1870 e dal primo luglio, per cura del Municipio di Carrara, fu cinta di mura e decentemente ridotta all’uso di Camposanto, come ingiunto dal medesimo Municipio”.
Così, dal secondo semestre del 1870 è definitivamente cessato l’uso del seppellimento in chiesa e con il Camposanto o Cimitero, iniziato per necessità nel 1854, si afferma il nuovo e più igienico sistema dell’inumazione dei cadaveri fuori dell’abitato, in aperta campagna.
Verso il 1930 il Camposanto fu allungato dalla parte posteriore e quasi raddoppiato. In seguito si cominciò da parte di qualche privato la costruzione dei cosiddetti “forni”, uso che poi si è largamente diffuso dopo il 1950, tanto da consigliare il Comune alla costruzione in serie dei medesimi. Idem per le cappelle private. Quanto descritto più sopra accadde anche per altri paesi, ed accennerò soltanto a quelli vicini :
Gragnana, che ospitava anche i defunti di Noceto, il 14 ottobre 1854, nel borgo sopra la chiesa, detto “Querceto”, è benedetto il nuovo Camposanto.
Noceto: cimitero provvisorio stabilito il 28 agosto 1855, nel borgo al “Colletto”, poi il 17 ottobre 1855 si torna a seppellire in chiesa. Soltanto il 5 settembre 1873 sarà adottato definitivamente il nuovo Cimitero al “Colletto”.
Carrara città, nel 1829 cessò di seppellirli in chiesa, portandoli nel nuovo cimitero, inaugurato il 18 giugno 1829, dov’è oggi piazza Matteotti, allora in un largo spiazzo in aperta campagna.
Il cimitero di Marcognano, già a disposizione di Torano, inaugurato il 27 settembre 1879 dal borgo, mentre il Monumentale cimitero di Carrara, è nato nel 1880 nello stesso luogo (accorpando quello di Torano) ed inaugurato nel 1896, per il decentramento del cimitero Napoleonico situato in Piazza Farini, in un momento di forte sviluppo del marmo. Si può considerare come un vero e proprio museo all'aria aperta, il motivo è legato alla presenza artistica e monumentale pregiata ed elevata, suscitando interesse nel visitatore. La struttura del camposanto si rifà a quella del cimitero monumentale genovese di Staglieno, sopra una collina, completamente rivestito in marmo bianco. Vale sempre un’occasione per visitarlo, possibilmente in primavera, minuziosamente (anche se recentemente, in occasione del Lunatica Festival in luglio 2014, furono programmate visite guidate in questo Cimitrero) -.

Gli scanni del coro, del 1872 rifatti dopo i lavori per l’allungamento della parrocchia, e formano corpo unico con i sedili-inginocchiatoi del presbiterio, così ideato da don Nicolao Geminiani (o Giminiani), parroco del colera (1854-55) e dell’ingrandimento della chiesa.
La Madonna in legno di pero, con Bambino, all’ingresso nel coro, a destra dell’altare maggiore, con paramenti colorati; in alto, sotto il catino dell’abside in bassorilievo con nicchia a tutto sesto e con in alto due soli che forse vogliono rappresentare il suo sorgere e il suo tramonto. Sotto l’iscrizione in latino che significa: “Chiesa di S. Maria, di giuspatronato della Vicinanza di Castelpoggio. Anno del Signore M.DI.VI.XVIII Marzo” Questa data non è facile a leggersi: potrebbe essere scritta in latino antico, 18 marzo 1541, comunque si tratta di opera marmorea del periodo 1500, di indubbio pregio artistico. (Vedi la Storia “Chiesa San Giovanni Battista di Fossola”), nella pagina della lapide proveniente da Moneta, che ricorda la consacrazione della chiesa nella Rocca, datata 1651, murata sopra la porta della Sacrestia della Parrocchia di Fossola, in latino antico, con numerali e cardinali, in cui milies, quingentis, quinque, semel, ovvero, mille, cinquecento, uno - meno, di cinque, più uno.
A sinistra dell’altare maggiore, statua di San Sisto II° Papa, in gesso, anch’essa colorata. Festa il 6 agosto.
Di origine greca, fu eletto papa il 30 agosto 257 d.C.. Operò per la pacificazione tra la chiesa di Cartagine e quella di Roma, divisesi a causa del problema sorto sulla necessità o meno di ribattezzare gli eretici che rientravano nella Chiesa. Durante la persecuzione di Valeriano, fu catturato mentre celebrava la messa nelle Catacombe di San Callisto e decapitato insieme a quattro diaconi. Fu trasportato da Papa Pasquale I° nella Cripta dei Papi, al Cimitero di Callisto, alla Cappella “iuxta ferrata”, dedicata a lui e a Papa Fabiano, il 6 agosto. A Roma, sulla via Appia, nel Cimitero di Callisto, il beato Sisto secondo, Papa e Martire, il quale nella persecuzione di Valeriano, ucciso con la spada, ricevette la corona del martirio. E’ sepolto nelle stesse Catacombe di San Callisto. Sisto succedette al suo predecessore, Papa Stefano I°, il 30 agosto 257.
Durante il pontificato di quest'ultimo, era sorta una violenta disputa tra la Chiesa di Roma e le Chiese africane ed asiatiche, riguardo alla riammissione degli eretici e al battesimo da loro amministrato: la polemica aveva rischiato di finire in una completa rottura tra Roma e le altre Chiese. A Sisto II, che Ponzio, il biografo di san Cipriano (Vita Cypriani, capitolo XIV), definiva "sacerdote buono e pacifico" (bonus et pacificus sacerdos), e che era più conciliante di Stefano I, va il merito di aver riportato la pace all'interno del mondo cristiano ripristinando le relazioni con le altre Chiese. Tuttavia, in parziale accordo con la posizione sicuramente assunta dal suo predecessore, incoraggiò l'uso romano di riammettere alla comunione con la Chiesa mediante l'imposizione delle mani e di ritenere valido il Battesimo da loro amministrato. Siccome "Ipse est qui baptizat" (Egli è chi battezza).
Poco prima del pontificato di Sisto II, l'imperatore Valeriano aveva pubblicato il suo primo editto di persecuzione, con il quale aveva obbligato i cristiani a partecipare al culto nazionale degli dei pagani e aveva impedito loro di riunirsi nei cimiteri, minacciando con l'esilio o la morte chiunque fosse stato trovato a disubbidire l'ordine (e l'editto costò infatti la vita a papa Stefano I). Sisto riuscì inizialmente a compiere le sue funzioni di pastore dei cristiani senza subire interferenze da coloro che dovevano far rispettare l'editto imperiale, ma nei primi giorni di agosto del 258 l'imperatore pubblicò un nuovo editto di persecuzione, il cui contenuto è desunto da una lettera di san Cipriano di Cartagine al vescovo africano, di Abbir Germaniciana (Epistole, l, XXX), e che causò la morte di Sisto.
Così Cipriano iniziava la sua lettera: «L'imperatore Valeriano ha spedito al senato il suo rescritto col quale ha deciso che vescovi, sacerdoti e diaconi siano subito messi a morte. Sisto II fu uno dei primi a cadere vittima di questo editto». Cipriano continuava dicendo: «Vi comunico che Sisto ha subito il martirio con quattro diaconi il 6 agosto, mentre si trovava nella zona del cimitero. Le autorità di Roma hanno come norma che quanti vengono denunciati quali cristiani, debbano essere giustiziati e subire la confisca dei beni a beneficio dell'erario imperiale ».
Il pontificato di Papa Sisto è caratterizzato dai due editti di Valeriano, il primo dell'agosto del 257, che vietava le riunioni dei cristiani, imponendo ai vescovi e ai presbiteri di apostatare, minacciando l'esilio ai refrattari, mentre il secondo ordinava l'immediata esecuzione dei membri del clero che non si fossero sottomessi. Poco prima del pontificato di Sisto II, l'imperatore Valeriano aveva pubblicato il suo primo editto di persecuzione, con il quale aveva obbligato i cristiani a partecipare al culto nazionale degli dèi pagani e aveva impedito loro di riunirsi nei cimiteri e nelle catacombe, condannando con l'esilio o la morte chiunque fosse stato trovato a disubbidire l'ordine. Il patrono del paese di Castelpoggio, è Papa San Sisto II°, vescovo di Roma.
(Giuspatronato = detto anche Juspatronato, diritto di patronato, complesso dei diritti e privilegi e degli oneri che, secondo il diritto canonico, competono a chi ha fondato una chiesa o eretto cappelle e di benefici ai loro eredi.
presbitero = in origine, ciascuno degli anziani, che, secondo gli Atti degli Apostoli, reggevano e amministravano le prime comunità cristiane; in seguito, prete, sacerdote, ministro della chiesa.
apostatare = rinnegare pubblicamente la propria fede).

Valeriano emanò due editti, nel 257 e nel 258, che prevedevano la confisca dei terreni religiosi e la condanna dei seguaci del Cristianesimo; a differenza dei suoi predecessori diresse il proprio attacco alla gerarchia ecclesiastica piuttosto che ai semplici fedeli. Tra le vittime di questa persecuzione vi furono infatti papa Stefano I, papa Sisto II, il vescovo Cartagine Cipriano, Dionisio di Alessandria, san Lorenzo martire. A questi l'agiografia cristiana aggiunge martirio e dubbi impossibili, come quelli di papa Lucio I, Gervasio e Protasio, Mercurio di Cesarea. In un primo tempo i resti di Sisto furono traslati nella cripta papale del vicino cimitero con le catacombe di San Callisto, che si trovano nella cosiddetta area callistiana, compresa tra la via Appia Antica, la via Ardeatina e la via delle Sette Chiese, a Roma. Poi da papa Pasquale I° dalla Cripta dei Papi nel Cimitero di Callisto, alla Cappella “iuxta ferrata”, dedicata a lui e a Papa Fabiano, a S.Pietro in Vaticano. Dietro la sua tomba, in un reliquiario, fu posta la sedia macchiata di sangue sulla quale era stato decapitato. La persecuzione voluta da Valeriano ha avuto un esito negativo sulla storiografia del suo regno.
Le origini di questo Papa, San Sisto II° sono ignote, fu il 24° vescovo di Roma e Papa della Chiesa cattolica. È venerato come Santo dalla Chiesa cattolica e dalle Chiese ortodosse. Sisto succedette al suo predecessore, papa Stefano I, il 30 agosto 257, fino alla morte, l’anno successivo, il 6 agosto 258, trucidato a Roma, in seguito ai decreti emanati dall’imperatore Valeriano.
Tornando alla Parrocchia di Castelpoggio, a sinistra, entrando, oltre alle scale (con scalini molto alti), che portano all’orchestra, la statua in gesso della Madonna di Lourdes, sistemata nel 1983, in una nicchia, scoperta durante i lavori di restauro che fino ai lavori del 1857-1867 ospitava il fonte battesimale. La statua, inginocchiata, di Santa Bernadetta Soubirous, anch’essa di gesso colorato, fu offerta dalla madre del parroco don Umberto Pisani, Amelia Barattini ved. Pisani, nata a Fossola il 30 Novembre 1887.
Questa scala di accesso alla cantoria, situata nella prima campata. Fatta nel periodo 1785-1789, con marmi carraresi e rifatta nel 1828 con disegno e direzione lavori dall’architetto Giuseppe Frugoni, con sedile e cassepanche munite di spalliere. Figura installato un armonium “donato” da Guido Murray Fabbricotti, che riposa nel Cimitero di Castelpoggio, con la moglie (entrando nel luogo sacro, a destra, racchiuse in grandi lapidi-tombali marmoree). L’armonium, in principio fu dato in prestito, ma in seguito, il parroco di allora, in un sermone, ringraziò il donatore pubblicamente, tanto da acquisire il prestito.
Nella Chiesa di Castelpoggio, orchestra con pavimento in grandi lastre di marmo bianco screziato, dimensioni 60 x 60 cm., balaustra in breccia bianca in massicci blocchi marmorei, uniti da punti in ferro, tutta l’orchestra sorretta da quattro colonne in marmo, sormontate da una fila di colonnine in statuario. Nel frontale interno della facciata, sopra i tre finestroni della cantoria a vetri colorati, una grande epigrafe scritta a stampa, in lingua latina :

D. O. M.
NATIVITATE MARIAE VIRGINIS
AC-DIVO XYSTO-II°-P-M
DICATA
A-D-MCMXXX
RESTAURATA
MCMLXXXIII
ANNO SANCTO REDEMPTIONIST
ET QUARINGENTESIMO
AB ERECTION SUA
DENUO PICTA

Così la traduzione: “Questa chiesa, dedicata alla Natività della Beata Vergine Maria e a San Sisto II°, è stata restaurata nell’anno 1930. Nel 1983, Anno Santo della Redenzione e quattrocentesimo della sua erezione, è stata nuovamente pitturata”. Veramente la chiesa è dedicata alla SS. Maria Vergine ed a Sant’Antonio Abate. San Sisto secondo, Papa, è il protettore del Paese.
All’interno della Parrocchia, nella prima lesena di sinistra, anche un’epigrafe testamentaria di Antonio Tambanini di Simone, dove è specificato l’impegno che la chiesa assume nella recita di ben otto messe l’anno e la donazione di pane per i poveri, rogato dal notaio Girolamo Ponzanelli di Carrara. Segue il Confessionale del 1766 con l’iscrizione latina “Solvit Compeditos” (scioglie dai peccati). I due Confessionali, uno di fronte all’altro, in marmi policromi, ma solo esternamente: all’interno sono foderati in legno, ma privi d’inginocchiatoio.
Una lapide sepolcrale all’inizio della quarta campata, sul pavimento, in una propria fossa con l’iscrizione latina, qui tradotta: “Gli abitanti di Castelpoggio, colpiti da dolore e da lutto, piangono la morte e qui ripongono le ossa del sacerdote Francesco Maria Rossi, di Tenerano, che per 50 anni resse questa chiesa con somma pietà e massima religione. Morì l’ 11 gennaio 1805, all’età di anni 82”, sepolto vicino all’altare della Madonna del Rosario, costruito dallo scultore Marco Moisé che costò una somma sproporzionata per quel periodo. Quest’ altare è addossato al muro della quarta campata, frontale all’altare del Suffragio, della metà del 1600, dove aveva nell’ancona il dipinto della Madonna del Rosario che ora si trova tra la prima e la seconda lesena, a destra, poi la Madonna con Bambino, in legno di pero, malridotta dal tempo per i continui spostamenti e la “scopritura” della tendina che velava la vista ai fedeli nella nicchia, (ora abolita) e i continui strofinamenti per implorare una grazia, poi ben restaurata, posta a lato destro dell’altare maggiore. In nicchia è esposta altra statua della Madonna del Rosario, con Bambino in braccio, in legno, rivestiti in costumi settecenteschi di stoffe colorate, chiusa da un vetro sintetico. L’altare, senza tabernacolo, fu ristrutturato nel 1763, è tutto in marmo, con intarsi in brecce colorate. Subì in seguito ristrutturazioni e trasformazioni nella parte alta. La nicchia costruita nel 1848, con sotto una lastra di marmo che riporta la seguente iscrizione latina: “Mi diranno beata tutte le generazioni. 1781”, così tradotta.
Il pulpito, sopra la balaustra, all’inizio della quinta campata, del 1713, poi nel 1766 fu inserita la scala esterna, in ferro poi in marmo. L’attuale sistemazione con scala interna è della fine del 1800, con sette alti scalini. Tre lampade d’argento sono sospese sopra la balaustra. Alle pareti figurano 14 quadri della Via Crucis che nel 1924 hanno sostituito quei vecchi in tela, consumati e irriconoscibili già dipinti nel 1776 e ritoccati nel 1819.
Questi arredamenti che elenchiamo, in sacrestia, sono patrimonio artistico della Parrocchia : una grande credenza del 1669 - l’Ecce Homo del 1687, che si faceva baciare agli sposi e parenti dopo la celebrazione del matrimonio, tutto in argento, (non si trova, è sparito, ovvero non si conosce che fine abbia fatto) - il grande banco con cassettoni sotto e armadi sopra, del 1711 - l’acquasantiera marmorea piccola, del 1718, con il lavabo sempre di marmo (ora a destra, murata, entrando in Chiesa) - il trono di legno che si pone sopra l’altare maggiore, durante l’esposizione del SS. Sacramento, del 1752 - un parato nero completo (piviale, pianeta e due tonacelle), comprato nel 1756 dai Frati di San Giorgio di Equi – il reliquario d’argento per l’esposizione e il bacio delle Reliquie, del 1790 - il grande ostensorio d’argento giunse da Genova nel 1833 per l’interessamento di Felice Bianchi di Ortonovo ed arrivò a Castelpoggio trasportato in un “baroccio”. Il disegno fu composto dall’architetto Giuseppe Frugoni di Carrara.
La Parrocchia possiede le seguenti documentazioni nel proprio archivio:
Complesso di fondi / superfondo. Estremi cronologici: sec. XVII inizio - Descrizione: Il fondo è costituito dai libri canonici in cui sono annotate le registrazioni dei Battesimi (1611-1957), dei Matrimoni (1612-1968), dei Defunti (1649-1990); delle Cresime (1841-1970) e degli Stati d'anime (1693-sec.XX metà circa).
Conserva inoltre la documentazione prodotta dall'Opera parrocchiale (1676-1967), dalla Confraternita del SS.mo Sacramento (1639-sec.XX secondo quarto), dalla Compagnia del Rosario (1692-1809)e della Compagnia del Suffragio (1734-1809).
La documentazione è prodotta e conservata da: Archivio della Parrocchia della Natività di Maria a Castelpoggio, (in Canonica, di fronte alla Parrocchia).
Mi dicono che nel sotterraneo vorrebbero allestire un piccolo museo (locale grande come l’attuale sacrestia), di quanto comporta il patrimonio artistico della Parrocchia, ma dovrebbero esaminare provvedimenti di sicurezza e di garanzia dello stato in cui si trova tale locale, in modo da non aver sorprese da mali intenzionati. Saranno progetti tutti eventualmente da esaminare, comprese scale interne . . . e sarebbe una bella idea! (l’attuale ingresso, esterno e malamente raggiungibile, sarebbe pericoloso). Il problema dei finanziamenti è sempre presente, anche se le idee sono molte, tanto da parte dei castelpoggini che nocetini.
Una volta, molto tempo fa, Castelpoggio aveva due Santi Patroni, San Sisto e Sant’Anna (madre di Maria Vergine), fino a che un giorno d'inverno San Sisto restò da solo a protezione del paese, privo del quadro di Sant’Anna. A Castelpoggio gli abitanti non la presero bene, ma pian piano dimenticarono il fattaccio festeggiando sempre ogni 6 agosto il loro protettore rimasto, San Sisto. Questa sparizione si deve al Parroco che dovette cedere amaramente ai priori che vollero vendere alla chiesa di Noceto il quadro di Sant’Anna. Secondo noi, per criticare l'inevitabile vendita ma anche esorcizzare e rendere più soave la perdita del dipinto che da anni era conservato nella Chiesa Parrocchiale e per il quale molti nutrivano affezione. Il parroco Nicolao Geminiani per far fronte alle alte spese, usò la famosa terra di Pela (Francesco Antonio Mencaccini detto appunto "Pela" nato nel 1822, del quale si narra fosse cieco. Morì a cinquantuno anni il 5 luglio del 1873), anche per i lavori di prolungamento ed ampliamento della chiesa, eseguiti sotto la guida del parroco suddetto, tra il 1857 e 1867.
Si narra che (potrebbe essere una leggenda, ma vale la pena ricordarla), la chiesa fu fatta costruire da Grancontessa Matilde di Canossa, anche Matilde di Toscana (Mantova?, marzo 1046 – Bondeno di Roncore, 24 luglio 1115), fu contessa, duchessa, marchesa e regina medievale, come ex-voto per uno scampato pericolo, durante un terribile e pericoloso temporale-uragano mentre transitava sopra una carrozza, nella via Francigena, verso la Spolverina. La nuova chiesa fu intitolata alla Natività di Maria già prima del fervore mariano del XVII secolo. Unica donna, insieme alla regina Cristina di Svezia, ad avere sepoltura monumentale in San Pietro a Roma. Che sia vera o meno questa storia-leggenda, nulla toglie.
Comunque fu ampliata tra il 1743 e 1755 poi altre volte nei secoli e recentemente, ultimo grande intervento, negli anni ottanta del secolo scorso, seguito e programmato dal Parroco Don Umberto Pisani.
La chiesa
Targhe
Sappiamo che la piazza Alberìca di Carrara fu fatta costruire da Alberìco I° Cybo-Malaspina nel 1560, sul luogo già detto Platea Porcorum, fuori dalle antiche mura del 1200. Sull’edificio in fondo a via Aberìca, l’odierna via Loris Giorgi (palazzo Pisani), in angolo con la piazza, in alto, sopra la nicchia con Madonna del ‘700, c’è una cartella marmorea con questa iscrizione.
ALBERICUS CYBO – MASSA PRIN. I
ALDERANUS FIL. MARCHIO CARRARIE
LAN. D. MDLXXXI (1581)

Lapide a Carrara
Alberico desiderava lasciare imperituro ricordo di sé e delle sue opere, perciò fece murare molte lapidi o cartelle, con iscrizioni auto celebrative nel territorio del suo stato.
La storia della lapide, alla Torre e del suo recupero. Un’iscrizione che si può dire “gemella” di quella in Piazza Alberìca si trova sulla lapide che nell’anno 1971, per opera degli scolari e del loro maestro di allora (Mario Venutelli), fu salvata e collocata a lato dell’ingresso del vecchio edificio sede della Scuola Elementare “Don Primo Corsini” di CASTELPOGGIO, in località “Torre”. Lapide a Castelpoggio:

Sulla facciata del palazzo ex scuole elementari, detto la Torre, trovasi la sopra lapide marmorea con la seguente iscrizione :

ALBERICUS CYBO MASSAE
P.I. ALDERANUS EIUS
FILIUS MARCHIO CARRA-
RIE. L’ANO D. MDLXXXI
Tradotta : ALBERICO CYBO I PRINCIPE DI MASSA ALDERANO SUO FIGLIO MARCHESE DI CARRARA L’ANNO DEL SIGNORE 1581
Salvata, è proprio il caso di dirlo, per un pelo, da una “fine” indegna per il “nobile” documento di marmo. Infatti, gli operai del Comune, che stavano sistemando la pavimentazione del luogo - come ricorda Venutelli - trovata questa solida “lastra” di marmo, avrebbero voluto usarla per coprire un tombino di fogna. Subito gli alunni, guidati dal maestro nella decifrazione dell’iscrizione in latino e “informati” dell’importanza - per la storia di Carrara e del loro paese - del personaggio che l’aveva dettata, (Alberico I Cybo-Malaspina), accolsero con entusiasmo la proposta di farsi giornalisti e protagonisti  del suo salvataggio e della sua valorizzazione…. E si attivarono, inventandone di tutti i colori, prima di tutto per stoppare le intenzioni degli operai e poi per farla collocare, appunto, all’ingresso della scuola. Essi scrissero ognuno anche una letterina “documentata”  al Comune chiedendo di essere ricevuti dal Sindaco in delegazione… il quale accolse ben volentieri la loro protesta e la loro proposta, disponendo che la famosa lapide fosse murata come e dove volevano, all’ entrata della scuola.
I bambini assistettero ovviamente orgogliosi alla muratura della lapide e immortalarono quel momento di trionfo per la storia e la cultura del nostro borgo nei loro disegni. Il maestro Venutelli, per tutti questi anni, ne ha conservati quattro, a suo avviso più significativi: due portano le firme di Rosella Pucciarelli e di Lorenza Giromini. Fu così che la lapide si salvò. Per la seconda volta. La prima volta, infatti, scampò alla distruzione della torre di 5 piani, fatta erigere nel 1581, proprio in quel luogo da Alberìco per scopi militari e difensivi (di certo vi era stata posta al termine dei lavori di costruzione di detta Torre).
(da Internet: http://castelpoggio.typepad.com/il_mio_weblog/2007/06/alberico-cybo.html)
Questa lapide doveva trovarsi sulla porta d’ingresso della Torre fatta qui costruire da Alberico Cybo-Malaspina intorno al 1581. Tale Torre, di cui non restano tracce, era situata nel luogo dove, verso il 1910, fu costruito l’attuale edificio, allora scolastico, affiancato dalle restanti e possenti mura perimetrali del vecchio maniero. Località, anche oggi chiamato “alla Torre”. La lastra reperita dal maestro Mario Venutelli, carrarese, di Italia Nostra, (sez. Apuo -Lunigianese) ed allora insegnate nelle Scuole Elementari di Castelpoggio. Salvata ed è proprio in caso di confermarlo, da una fine indegna per il prezioso e nobile documento in marmo. Infatti, gli operai del Comune, che stavano sistemando la pavimentazione del luogo – come ricorda Venutelli – trovata questa solida “lastra” di marmo, avrebbero voluto usarla per coprire un tombino di fogna. Subito gli alunni, guidati dal maestro nella decifrazione dell’ iscrizione in latino e informati dell’importanza – per la storia di Carrara e del loro Paese – del personaggio che l’aveva dettata (Alberico I Cybo-Malaspina), accolsero con entusiasmo la proposta di farsi portatori e protagonisti del suo salvataggio e della sua valorizzazione, per farla collocare, appunto, all’ingresso della scuola, assistettero orgogliosi alla muratura della lapide.
Mentre sulla facciata del nuovo edificio scolastico, sorto nella zona dell’ex villa di Guido Murray Fabbricotti (grandiosa e moderna villa, forse l’unica casa che avesse avuto il bagno, e nella vasca la prolunga della doccia che alcuni castelpoggini, quanto poterono visitarla credettero che Fabbricotti avesse avuto il telefono . . . in bagno!
Targhe
Scuole Elementari don Primo Corsini
(Corsini, già parroco a Castelpoggio, nella parrocchia della Natività di Maria dal 1922 al 1959. Era nato a Carrara il 29 novembre 1882 e dopo 37 anni di servizio parrocchiale, e 53 anni di sacerdozio, ammalato, si ritirò a Carrara e vi morì il 4 ottobre 1961. Sepolto nel cimitero di Marcognano, con una lapide, lo ricorda nel cimitero di Castelpoggio). La targa fu posta nel 1970 a memoria, dal parroco al momento in carica, don Umberto Pisani. Rammentiamo che questo parroco fu professore di Religione nelle scuole medie di Carrara. Nel 1971 ha fatto ricostruire tutto il tetto della Chiesa e nel 1983 la ripresa delle decorazioni interne e un moderno impianto elettrico d’illuminazione ordinaria e straordinaria.
La chiesa-parrocchia di Castelpoggio, di cui si posero le fondamenta il 15 giugno 1584 sotto Alberico I°, come da rogito in tale data del notaio Orazio Pellegrini, allora di giuspatronato, dedicata alla Natività di Maria (e di sant’Antonio Abate). Notare che anche la chiesa della vicina borgata di Noceto e quella di Sorgnano sono dedicate alla Natività di Maria e pure la chiesa di Nazzano, verso Avenza, è dedicata alla Natività di Maria SS.
Lungo le stradine di Castelpoggio, spesso chiuse da portici si trovano effigi di santi e madonnine molto antiche e moderne, non da meno le maestà marmoree. Un tempo, nella zona, era estratto un Marmo colorato molto raro chiamato il "rosso di Castelpoggio”. Questo marmo affiora ancor oggi in alcuni punti del paese, specialmente nelle vie sterrate. Impiegato in molte chiese ed altrettante cappelle e l’esempio visibile nel Portale della Cattedrale San Lorenzo di Genova, con marmo rosso di Castelpoggio, dov’è impiegato a profusione, tanto all’interno che all’esterno. Ho letto anche una poesia “Castelpoggio”, in quartine, di una certo non identificato Paolo Pisani. Il 2 febbraio 2009 un redazionale dell’ Arte e C HYPERLINK "http://castelpoggio.typepad.com/il_mio_weblog/arte_e_cultura/"ultura, sulla Gazzetta di Castelpoggio, c’è una poesia di Enzo De Fazio, nell’edizione 31 Maggio 2010, ultimo capoverso: - Di colpo si sente un ululare / di sirene azionate a più non posso! / La Morte, è scesa in un piazzale! /E il marmo là…Diventa rosso!
 – con riferimento al marmo bianco di Carrara, che si vorrebbe non diventasse mai rosso di sangue a seguito di incidente, spesso mortale - , dichiara, inoltre, che da qualche settimana sul noto sito di aste eBay.it è in vendita un Antico pendolo parigino del 1860 Japy Freres & Cie, con scultura in bronzo Rousseau e torre in "marmo rosso antico di Carrara o imperiale". Possiamo affermare con certezza quasi assoluta che il marmo in questione è il "Rosso antico imperiale" della cava di Castelpoggio. Uno dei tanti oggetti sparsi in giro per il mondo eseguito con il raro e prezioso marmo rosso di Castelpoggio. Sarebbe bello avere la possibilità di comprare e regalare al paese questo bell'oggetto, magari per un futuro museo. Di recente ho scoperto che il portale nella cappella della villa Del Medico, a Fossola, sulle colline prospicienti il mare, intarsiato con marmi colorati, compreso il Rosso di Castelpoggio, richiamando l’opera del carrarese Alessandro Bergamini. Nel paese iniziò anche l'escavazione in quantità limitata di questo marmo pregiato chiamato Rosso di Castelpoggio che assomigliava al Rosso Antico della Grecia ed era usato nel territorio apuo - lunigianese soprattutto nella decorazione di nicchie ed altari nelle chiese. Negli anni successivi, durante il lungo governo del principe Alberico Cybo Malaspina (1553 - 1623), nel borgo, come in altri paesi della valle del Carrione, si ebbero notevoli aumenti di popolazione con una conseguente espansione del centro abitato e la costruzione di case allineate le une alle altre lungo le strade acciottolate che conducevano nella parte più antica, dandogli quell'aspetto tipicamente medioevale che ancora conserva. Nel paese non si notano portali di marmo rosso, (per lo meno, pochi, in marmo di Carrara), neppure nella Parrocchia, ma prevalentemente architravi in arenaria, gli edifici sono in genere a due piani. Ora mi confermano che non è più reperibile. Forse esauritasi la vena o forse il marmo di Carrara prevale sul rosso. Pare non siano così catastrofiche: sono in corso ricerche storiche e geologiche per la riscoperta delle cave di Marmo Rosso di Castelpoggio. Domenica 11 luglio 2014 è stata compiuta una prima escursione da parte del professor  Sergio Mancini e di alcuni simpatizzanti della Gazzetta (Emiliano e Valter Giannarelli). Il gruppo ha ripulito buona parte dei blocchi fuori dalla cava ed ha iniziato i rilevamenti per pianificare i prossimi interventi.

A dominare la valle che sfocia verso Carrara, all’interno, della parte più vecchia del Borgo, ricostruzione semplice, senza grandi pretese storiche né grafiche di Castelpoggio, esiste ancora una torre di fiancheggiamento a picco, facente parte dell’antico “Catrum”, un edificio che oggi come nei documenti del 1500 viene chiamato "Castello". Una porta di ingresso in arenaria con arco a tutto sesto e una parte della cinta muraria adesso detta "murata". Alcuni storici ne parlano come di un castrum bizantino. Il suo comprensorio confina con i comuni di Fivizzano a nord, di Fosdinovo a nord-ovest e di Ortonovo a ovest. L'edificio difensivo, che probabilmente ha perso la sua altezza originaria, adesso è adibito ad uso privato. Per alcuni risalirebbe al XIV-XV secolo ma altri, come scrive il nostro beneamato don Angelo Ricci, sostengono che la costruzione della parte inferiore, in particolare lo stile dei sassi lavorati che sono alla base, sia attribuibile al secolo XII. Si possono vedere alcuni ruderi, probabilmente fu un "castrum" a difesa proprio di Luni contro l'espansionismo dei longobardi.
Esistono tuttora gli avanzi di questo grande Castello dell’ XII° secolo, occupato durante il XV° secolo da Tommaso Campofregoso, signore di Sarzana, aiutato dai genovesi. Questo Campofregoso occupò anche il Castello di Moneta sopra Fossola, mentre il Castello Castruccio Castracani degli Antelminelli, signore di Lucca, (in precedenza dai Marchesi Cybo Malaspina), per intenderci quello di Avenza, fu ridotto ad uso delle artiglierie (poi venduto a privati che intendevano demolirlo, ma fermati in tempo, a metà abbattimento). Il vecchio maniero, tramite il Capitano Giovanni Colonna, a titolo di pegno, per paghe arretrate, dovute da Giovanni Galeazzo Visconti, estintosi nello stesso anno, occupò la rocca di Castelpoggio: si scambiavano i manieri come fossero noccioline! Castelli sorti per difesa di probabili invasori, come il Castello di Campiglia e quello di Ficola, lungo l’odierno viale Venti Settembre, dopo l’oratorio di San Ceccardino, attualmente scomparsi.
Durante il XII° secolo, a quel tempo, nel varco chiamato di Castelpoggio, esisteva un Ospitale (hospitale = ospedale), per i pellegrini bisognosi di cure ed ospitalità, citato nel “Breve” di Gottifredo, vescovo di Luni, nel 1151, quando sottopose ai canonici di Lucca la Pieve di Carrara, “cum hospitale montis Furculi (Monte Forca), et cum capellis suis, vide licet S.Sixti”, che si rileva dal “Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana” (pubblicato a Firenze tra il 1833 e il 1846), contenente la descrizione di tutti i luoghi del Granducato della Toscana, territori delle Isole compresi, della Romagna Toscana e della Massa Trabaria, Ducato di Lucca e di La Spezia). Autore del Dizionario il carrarese Emanuele Repetti (Carrara, 1776 – Firenze, 1852). Il nome Massa Trabaria è una provincia ecclesiastica medioevale (nel comune di Borgo Pace, attualmente in prov. Pesaro e Urbino) e deriva dal fatto che da questa massa (zona boscosa) si prelevavano ingenti quantità di tronchi per farne travi, spesso trasportate a Roma tramite il fiume Tevere. Nulla a che vedere con Massa-Carrara. Lo stesso Repetti, scrive che mentre si progettava la strada che da Castelpoggio conduce alla Tecchia, fu trovata un’olla antica (recipiente privo di anse, per lo più in terracotta o in rozza pietra, usato presso antiche civiltà e popoli primitivi del XIII secolo), in questo caso per custodire monete d’argento, fece sospettare che fossero parte di un bottino, che gli apuani avessero carpito alle truppe romane ed alcune delle monete vennero acquistate dal conte Bernardo Monzoni, di Carrara. Sotto Castelpoggio trovasi Noceto, a Nord-Est di Carrara, da cui distano oltre tre kilometri, ma tale zona trovasi situata nella frazione di Gragnana. Noceto ha una Parrocchia con lo stesso nome di “Natività di Maria”, mentre quella di Castelpoggio è intitolata alla “Natività di Maria Vergine e S. Antonio Abate”, con San Sisto II° Papa protettore del paese, con una bella statua all’interno della Chiesa, in gesso colorato offerta da Sergio Giromini. Il 1° giugno 2014 è stato inaugurato il nuovo altare in marmi policromi, donato da Alessandro Pucciarelli, castelpoggino, residente a Gragnana, e raffigura in bassorilievo, Gesù in preghiera nell’orto dei Getsemani. Benedetto dal Vescovo diocesano, Mons. Giovanni Santucci, che ha officiato la Santa Messa assieme al parroco don Primero Scortini e l’abate del Duomo mons. Raffaello Piagentini. Poi il Vescovo ha inserito ai piedi del nuovo altare una teca marmorea bianca, contenente le reliquie dei Santi della nostra terra: Ceccardo, Caprasio e Terenzio. Il primo, protettore di Carrara, festeggiato il 16 giugno, (assieme a Sant’Andrea Apostolo, il 30 novembre, con una pieve anche a Luni), Caprasio di Lèrins, protettore di Aulla, 1 giugno, Terenzio vescovo di Luni, e qui festeggiato il 15 luglio).
Al termine della cerimonia, sul piazzale della Chiesa è stato offerto un rinfresco ai molti partecipanti, intervenuti all’inaugurazione, ed erano davvero tanti ! Altra visita pastorale il giorno 12 nov. 2014, il Vescovo ha incontrato le comunità di Castelpoggio e Noceto: ha celebrato l’eucarestia nelle due chiese, ha visitato gli ammalati ed ha avuto un confronto con i membri dei consigli per gli affari economici e pastorali delle località. Genitori, alunni e insegnanti della scuola elementare, popolazione castelpoggina, hanno accolto con interesse e gioia le parole del Vescovo, così come i giovani e gli ammalati.

Eroi partigiani
Con certezza si sa che già dai tempi del Neolitico esistevano nella zona insediamenti umani, questo lo dimostrano i ritrovamenti di asce di diverse dimensioni in pietra verde levigatissima in località Gabellaccia, poco sopra Castelpoggio.
Probabilmente fin dal periodo della Repubblica romana fu molto legata a Luni, e nei primi anni del millennio fece parte di un sistema difensivo curtense di cui ancora oggi si possono vedere alcuni ruderi, probabilmente fu un “Castrum” bizantino a difesa proprio di Luni contro l'espansionismo dei Longobardi.
La rete viaria attraversava il territorio di Massa e fiancheggiava il borgo di Avenza mentre un altro percorso pedemontano, collegava la Pianura Padana con il mare, scendendo da Castelpoggio a Carrara e procedendo verso la Marina di Avenza. Lungo queste vie oltre ai castelli di Castelpoggio e Gragnana, alla rocca di Carrara, ai Castelli di Moneta, Campiglia e Ficola, già esistenti, Castruccio Castracani degli Antelminelli, signore di Lucca, ampliarono con installazioni difensive il borgo murato di Avenza, per la sicurezza del territorio della costa. La posizione nella pianura conferì al Castello di Avenza un ruolo di avvistamento e di difesa contro le incursioni piratesche e favorì quindi lo sviluppo dell'attività portuale per il commercio del marmo ma anche di merci essenziali come grano, grazie alla protezione data dalle strutture fortificate. A Marina fu installata una costruzione di “grottoni”, pietre varie marmoree, a forma rotonda tuttora esistente, per collegamenti ottici (costruzione ora vuota ed abbandonata, nel parco di via Garibaldi).
Si può comprendere che oltre a Castelpoggio, anche Gragnana aveva un'importanza strategica per la loro posizione di controllo, per chi dal Nord voleva entrare nella Valle del Carrione. Da documenti di Michelangelo stesso si apprende che tra l'aprile del 1516 e il febbraio dell'anno successivo dovette rifornirsi di marmi per eseguire ben sei colonne e si serviva dai magistri toranesi molto esperti come Jacopo da Torano detto il Pollina, Giampaolo di Cagione appellato il Bello da Torano ed altri, che erano incaricati non solo di estrarre ma di sbozzare i blocchi.
Ha una storia secolare, il primo documento storico di Castelpoggio che lo riguarda, 997 d.C. La data di questo storico anno è stata adottata come compleanno del paese, anche se sicuramente l'insediamento esisteva già da qualche tempo. Nel 1997 per i festeggiamenti dei mille anni del paese è stata affissa una lapide commemorativa sul portale del campanile della chiesa, dov’è inciso il testo del documento di vendita tratto dal Codice Pelavicino (vedi anche il documento in lapide marmorea, di cessione immobiliare riportato nel capitolo relativo a Volpiglione).
( Del Codice Pelavicino, di Oberto Pelavicino, se ne sente spesso parlare, ma non si conoscono né termini né contenuti e neppure dove si trovi. Eccovi una breve spiegazione :
Il marchese Oberto Pelavicino, figlio di Guglielmo, fu uno dei grandi capi del partito ghibellino. Apparteneva ad una famiglia feudale che possedeva delle proprietà nel Piacentino, nel Parmigiano e nel Cremonese. Il suo primo incarico fu di Rettore di Alessandria (guelfa) quindi capo dei popolari Piacenza. Fu fedele collaboratore di Federico II, il Barbarossa: nel 1239 fu da lui nominato vicario imperiale in Lunigiana e nel pontremolese e nel 1243 messo a capo del nuovo vicario di Versilia, Garfagnana e Lunigiana. Egli però mirava crearsi una signoria personale e divenne signore e podestà di Pavia, ma, dopo alterne vicende, il suo potere si ridusse notevolmente. Fu cacciato da Milano da Carlo d’Angiò. Gli rimase il dominio di S.Donnino, ma anche da qui fu allontanato. Morì a Gisalecchio, presso Pontremoli, l’8 maggio 1269.
Federico II, avversò molto il papato e nel 1241 la sua flotta, unita a quella pisana, sconfisse quella genovese alla Meloria e prese prigionieri molti prelati italiani e stranieri, fra cui Guglielmo vescovo di Luni, e li tenne in Puglia per dieci anni. Oberto Pelavicino, nominato vicario imperiale per la Lunigiana, cerca di mettere insieme un corpus di tutti i privilegi concessi da papi e imperatori. Il primo risale all’anno 900. Berengario marchese del Friuli e re d’Italia, conferma al Vescovo Odelberto i privilegi concessi dai suoi predecessori alla Chiesa di Luni. Non sappiamo a chi siano stati concessi i precedenti privilegi, l’investitura del vescovo di Luni pare debba risalire molto addietro, se non addirittura a Carlo Magno. Sembra certo che alcuni prelati lunensi abbiano partecipato alla cerimonia d’incoronazione. I documenti del codice sono oltre 500, ma solamente 7 anteriori al 1000, 11 fra il 1000 e il 1100, 12 fra il 1100 e il 1150, 67 fra il 1150 e il 1200; tutti i rimanenti si restringono nell’arco di un secolo, cioè al tempo del Vescovo Gottifredo II° Enrico da Fucecchio.
La lingua del Codice è, naturalmente quella latina, ma non quella classica. Gli imperatori e i vescovi avevano nella curia i notai e questi tenevano nel loro studio degli amanuensi. Salvo i casi di documenti importanti, i primi stendevano una bozza con tutti gli "omissis" e i secondi lo redigevano in forma completa. La trascrizione nel senso sopra chiarito, ad eccezione delle parti poc’anzi ricordate, è stata fatta dal prof. Michele Lupo Gentile, ed è la sola alla quale si possa fare riferimento. Il testo contiene alcuni vuoti dovuti alla corrosione dell’inchiostro o allo scadimento della scrittura, il gotico curiale.
Pochi anni or sono i Codice è stato restaurato a cura delle Regione Liguria. E’ proprietà del capitolo della Cattedrale di Sarzana e custodito in unico scaffale di ferro nella Biblioteca Niccolò V, in una stanza blindata munita di apparecchiatura di allarme antifurto. Recentemente sempre a cura della Regione Liguria è stato anche microfilmato perché è in programma una nuova e integrale edizione. Si tratta di un documento tanto importante e finora quasi del tutto ignorato. Le premesse ad ogni documento sono del Lupo Gentile).
Come potete costatare il Codice e depositato molto vicino a noi, esattamente a Sarzana, chiuso dentro una cassaforte ben difeso dai male intenzionati, proprio per il valore cui riveste.
Castelpoggio, unico tra i primi paesi all’origine del carrarese a essere stato nominato comune, com’è da antichi documenti del milleduecento. Anticamente fu via di transito per i pellegrini che viaggiavano verso la Lunigiana ed i valichi, per questo fu sede dell' Hospital, accogliendo pellegrini bisognosi di alloggio e cure. Durante la Seconda guerra mondiale fu teatro di sanguinosi scontri. Tra marzo 1944 ed aprile 1945, nelle rappresaglie fasci naziste, a Castelpoggio, furono uccisi 33 civili ed incendiato il paese intero.
Novembre 1944, sarà ricordato nella storia della resistenza di Massa Carrara, come uno dei momenti più fulgidi di sacrificio, di abnegazione e solidarietà della gente apuana.
“L'enorme dispiegamento di forze militari messo in atto dal Comando tedesco, facente capo al Maresciallo Kesserling i mesi di Novembre, Dicembre 1944 per annientare le forze partigiane operanti nelle retrovie della linea Gotica, composte da formazioni spezzine, lunigianesi, garfagnine e di Carrara e Massa che componevano la Divisione G. Garibaldi "Lunense", era in parte dovuto al fatto che il Comando Alleato dell'alto Tirreno, aveva deciso di rimandare l'avanzata alleata alla primavera dei 1945 dando la priorità dello sforzo bellico allo sbarco alleato del vallo atlantico in Normandia. Il proclama del Generale Alexander, che "consigliava" ai partigiani di nascondere le armi e tornare alle proprie case, per poi riprendere la lotta a primavera è la prova più clamorosa dell’assoluta mancanza di conoscenza reale di come stavano le cose oltre la linea Gotica, o meglio questo comportamento da parte alleata si potrebbe spiegare in due modi: il primo, il più ingenuo, come ho già detto, che non conoscessero la situazione reale; il secondo che è il più probabile, quello della preoccupazione alleata che nel dopoguerra con la forza e l'armamento delle Brigate Garibaldine che erano le più numerose e di tendenza comunista queste divenissero decisive per l’instaurazione di un regime comunista e perciò un annientamento da parte tedesca delle brigate partigiane, andava in direzione della politica della "guerra fredda", già in atto contro la Russia e i Balcani.
I tedeschi si accorsero di questa tattica e così ebbero modo di distogliere ingenti forze dalla linea del fronte e impiegarle in un massiccio sforzo di annientamento contro le forze partigiane, assieme ai neo-fascisti detti anche MaiMorti, che collaboravano assiduamente con i germanici, anzi era il loro compito snidare i partigiani dalle montagne. Ed è in questa situazione, che si svilupperà poi l'accanita rabbiosa ed epica resistenza delle popolazioni e dei partigiani, contro i rastrellamenti, le distruzioni e le minacce di deportazioni e rappresaglie. L'attacco iniziale e massiccio, lo subisce dal 23, 24 Novembre, la popolazione di Castelpoggio, della valle dell'Isolone e Fosdinovo con la Formazione "D. Chierasco" comandata da "Orti", Lido Galletto, subiscono il primo urto e tiene le posizioni, coadiuvata dalla popolazione sino al 28-29 poi dopo giorni di combattimenti, a corto di munizioni e la perdita di otto uomini e costretta a ritirarsi con il suo comandante ferito e che sarà poi disperso. Il secondo urto lo subisce il distaccamento a Forte Bastione, della formazione "L. Parodi" di stanza a Castelpoggio, comandata da Francesco Tosi (Mario) e da Giovanni Bernardi (Ulisse) con l’incarico di commissario politico. Il distaccamento é formato da un mitragliatore leggero azionato da Azzolino Marselli, con altri tre compagni, Volpi Giuseppe, Tonarelli Luciano e Vasco Venturelli che resistono agli attacchi e all'accerchiamento sino a che hanno munizioni, permettendo cosi al resto della formazione di non venire accerchiata e retrocedere senza perdite, poi vengono sopraffatti e cadono con il mitragliatore ormai inservibile per mancanza di munizioni, in tre Marselli, Tonarelli e Volpi, mentre Vasco Venturelli cade ferito e viene catturato da una compagnia di "Alpejager" (truppe di montagna ). Vasco Venturelli, grondante sangue e senza essere medicato è rinchiuso, assieme a una quindicina di civili rastrellati, nella scuola elementare e sottoposta a interrogatori incessanti, con pestaggi e torture per costringerlo a dire i nomi dei suoi compagni e comandanti. Il giovane subirà botte e torture ma non parla; non un nome uscirà dalle sue labbra tumefatte finché la sua faccia e il suo corpo non saranno una maschera di sangue; poi i suoi aguzzini decidono di fucilarlo contro il muro della scuola e il ragazzo che capisce e parla la lingua tedesca, con sforzo enorme tenta di alzarsi appoggiato al muro ed erigersi con dignità verso il plotone di esecuzione e quando un soldato si avvicina presentandogli una benda per gli occhi, lui rifiuta sdegnosamente. La gente rastrellata e obbligata dai tedeschi ad assistere a tutta la scena e racconta che a fucilazione avvenuta l'ufficiale tedesco che comanda il plotone di esecuzione, lo schiera davanti alla salma di Venturelli e ordina ai soldati il "present'arm", cioè l'onore delle armi, portando la mano alla visiera del berretto e resta in silenzio riverente per alcuni istanti, poi con un gesto, forse dettatogli dall'eroismo del partigiano, libera tutti i prigionieri i quali dopo avranno la possibilità di raccontare come si sono svolti i fatti. Questa è stata la morte eroica di quattro partigiani socialisti della formazione "L.Parodi". (detto tra parentesi la “Parodi” nacque dall’ex “Banda Partigiana di La Spezia – 340^ Compagnia” situata nella zona di Bardine S.Terenzo Monti e faceva parte un fossolese del 1915, “Gualtiero”, ovvero Walter Valentini: la Formazione si dichiarava di posizione socialista con il “Capuralin”, Giovanni Bernardi, detto Ulisse, creando la “Ugo Muccini” e rimanendo nella Brigata “Lunense”, collocata a Castelpoggio, con distaccamento a Marciaso e Forte Bastione, in cui militava anche un celebre attore degli anni passati, nato a Roma il 17 marzo 1925, vivente, Gabriele Ferzetti). Questo episodio segnerà l'inizio da parte tedesca del riconoscimento alle formazioni partigiane quali patrioti militari combattenti per la liberazione del proprio paese e non più dei fuori legge, trattati alla stregua di banditi e al CLN saranno dati la qualifica dì governo regolare delle città e delle zone liberate e saranno definite le competenze territoriali da amministrare da ambo le parti sino alla fine del conflitto. Questi eroici giovani, che senza chiedere nulla, si sono sacrificati, dimostrando quale spirito di abnegazione li animava quando hanno scelto di salire sui monti per difendere la loro terra e la loro libertà ci hanno lasciato un’eredità preziosa e inalienabile; possa il loro esempio essere di stimolo e insegnamento ai loro nipoti e pronipoti nel momento in cui le circostanze lo richiedessero, essere pronti a difendere queste nostre città, questo nostro paese da qualsiasi nemico che attentasse alla sua Democrazia e alla sua Costituzione”.
dal discorso di Giorgio Mori (Presidente ANPI Massa-Carrara) in occasione della cerimonia commemorativa del 64° anniversario dell’eccidio di Castelpoggio, Domenica 24 agosto 2008).
Proprio in questi giorni, sul mensile “Trentadue” – 32 l’Ecoapuano, Dicembre 2014, un redazionale di Mori, relativo alla Centrale elettrice ex C.I.E.L.I. di Ortomurano, e stralcio quanto riguarda Castelpoggio:
. . . I giorni della liberazione dell’aprile 1945 videro la “Brigata d’assalto G.Menconi” impegnata sino al 10 contro un grosso contingente tedesco che si era ritirato dopo aver distrutto il ponte della Martana a Massa, occupando le alture, sovrastante Carrara, di Piana Maggio e della Foce. Lo scontro durò circa una giornata e si risolse con la cattura di duecento militari e la morte dell’ufficiale che li comandava si tolse la vita per la “vergogna” di essersi arreso a dei “banditen”. Subito dopo ci fu il combattimento sulle pendici del monte d’Arme e del Paga, contro un centinaio di “Alpenjager”, assieme ai partigiani anarchici dell’ex Lucetti e altre formazioni. La resa degli uomini della Wermacht portò il numero dei prigionieri a cinquecento. Appena il tempo di ingoiare un boccone di pane bianco americano e partenza per Castelpoggio dove vi era una forte resistenza nazista. Si carica l’armamento sopra un’ambulanza della P.A. e, seguiti da una torma di ragazzini e gente entusiasta, si inizia a salire verso Gragnana, ma all’altezza di Linara rabbiose raffiche di mitragliatrice ci investono costringendoci a sdraiarci a terra per non essere colpiti. Stupiti dal silenzio dietro di noi, ci accorgiamo che la folla che ci seguiva coraggiosamente si è come volatilizzata. Decidiamo di proseguire non sulla strada ma lungo i sentieri dei boschi che conducono a Castelpoggio, mentre quattro di noi, tra cui lo “Sceriffo” (Sergio Vannucci), debbano andare verso il paese di Sorgnano a scovare la mitragliatrice e farla fuori. Quando arriviamo a Castelpoggio il paese è sotto tiro di mortai e di mitragliatrici poste sopra le alture che sovrastano il paese; la gente è rintanata dentro le case e noi decidiamo di salire sul campanile per renderci conto della situazione; d’incanto appare il prete con alcuni passanti che sapute le nostre intenzioni, non vuole aprire la porta del campanile. Il prete è un gigante, lo chiamano Don Primo “Carnera”, per la rassomiglianza che ha con il famoso pugile e gli chiediamo perché non vuole aprire la porta e lui ci dice che se noi saliamo i tedeschi ci vedono e cominciano a spararci, rovinandogli la croce che gli è costata un occhio della testa! Con pazienza gli spieghiamo che le “croci” sono altre e ben più tragiche e poi con un calcio apriamo la porta e cominciamo, in due, a salire. Arrivati in cima, vediamo del movimento all’altezza del cimitero del paese e una raffica di mitragliatrice da un altro lato, fa suonare le campane. Prima che ci colpiscano, ridiscendiamo in fretta, ma ora sappiamo in parte, dove sono le postazioni nemiche. Intanto gli uomini che erano andati a Sorgnano ci raggiungono e noi possiamo escogitare un piano per attaccare le due postazioni. Dario Cappellini “Darietto” e Vittorio Pelliccia “Vitò” dirigono le azioni che si svolgeranno in due punti diversi con la tattica dell’accerchiamento. La postazione della mitragliatrice che è interrata e si trova all’interno del cimitero, in posizione leggermente in alto, è accerchiata e prese quasi subito con uso di bombe “ananas” e raffiche di “stern” e mitra: un morto tedesco e due prigionieri e un ferito nostro leggero. La postazione di mortaio che si trova sulla cima di monte Acuto è più difficile da conquistare: due dei nostri sono feriti da bombe a mano nemiche e se non ci sbrighiamo, ci fanno fuori tutti; perciò si decide un assalto sui due lati con bombe a mano e lo “Sceriffo”, come al solito si mette in mostra, ma se prontamente non abbatto, con una raffica di mitra, un sottufficiale che lo prende di mira con la “machine pistole” lo sceriffo mette le ali! Si odono dei tedeschi feriti che si lamentano, poi in sei, escono dal ridotto con le braccia alzate e “Darietto”, che mastica la loro lingua, li fa sdraiare bocconi per terra. Il bottino è ingente: due mortai, due mitragliatrici leggere con una ventina di nastri di munizioni e delle bombe a mano con il manico di legno. Noi abbiamo due feriti uno dei quali colpito all’addome deve essere subito trasportato a Carrara, mentre l’altro zoppica, ma sta in piedi; per i germanici è andata peggio, due morti e due feriti assai malmessi e sei prigionieri. Mentre scende la notte arrivano a Castelpoggio i primi avamposti americani, sono “Nysei”, nippo americani delle isole Hawaii, a cui consegniamo i prigionieri e i feriti e finalmente ci danno qualcosa da mettere sotto i denti, anche se cibo liofilizzato. Il ritorno lo portiamo a termine sopra “Jeep” americane quando scendiamo in Piazza Alberìca la folla ci accerchia, ci stringe, ci abbraccia e non sentiamo più né stanchezza né fame ma una soddisfazione immensa: quella di essere finalmente liberi e di averla scampata! . . .
(segue la descrizione dell’intervento sul viale XX Settembre angolo via Carriona, a Ortomurano presso la Centrale elettrica, allora C.I.E.L.I. ed oggi Enel).

La matrtina del 30 novembre 1944, sono uccisi nei pressi di Castelpoggio quattro partigiani della formazione “Parodi”: Luciano Tonarelli (19 anni) di Carrara, Marselli Azzolino (19 anni) di Fossola, Volpi Giuseppe (22 anni) di Carrara, Venturelli Vasco (24 anni) di Carrara.
Va ricordato anche le molte altre eroiche persone: in totale furono 33 tra civili e partigiani che furono massacrati, in quel di Castelpoggio. Ecco l’elenco di eroici partigiani sulla lapide che è stata murata in piazza ex Dogana, sulla parete esterna di casa Vaira :
GLORIA AGLI EROICI / PARTIGIANI DELLA / FORMAZIONE PARODI
CADUTI SU QUESTE / MONTAGNE PER LA / LIBERAZIONE ED IL PROGRESSO:
PARODI LINO
NOCE MAURO
BIANCHI UMBERTO
CERVIA ANGELO
ANDREI NANDO
RICCI PRIMO
MATAZZONI RENZO
MARSELLI AZZOLINO
ROMAGNI FRANCO
TONARELLI LUCIANO
VOLPI GIUSEPPE
VENTURELLI VASCO
È quasi certo che da Luni partisse una mulattiera che attraversava la valle, saliva a Castelpoggio e si diramava verso la Lunigiana e verso la Garfagnana. Un'altra strada mulattiera arrivava da Carrara passando per Gragnana e s’incrociava con quella di Luni - Monteforca proseguendo verso Fosdinovo. Reperti del periodo romano furono trovati nel 1816 mentre stavano tracciando una mulattiera attraverso le montagne fra Castelpoggio e il passo della Tecchia e consistevano in un'anfora con assi di argento appartenenti alla Repubblica Romana. Nel Medioevo fin dal 1100 la via che da Carrara passava per Castelpoggio ed arrivava a Fosdinovo fu una delle più importanti e più sicure e già dal 1151 lungo il percorso esisteva "l'hospitale" di Monte Furca, come precisato sopra, che venne concesso dal vescovo ai canonici di San Frediano di Lucca per dare assistenza ai viandanti e pellegrini che passavano da Carrara e da Luni e funzionerà fino al 1600. Da Gragnana nel XVI secolo si staccava una mulattiera che arrivava al valico del Monte Tecchia dove vi era una postazione dei doganieri (da qui la denominazione di Piazza della Dogana) e da questa è derivato il nome della Gabellaccia a quel territorio; il tracciato fu adibito principalmente al trasporto del sale da Livorno a Fivizzano e ancora oggi dagli anziani è chiamata via del sale, anche se vi erano trasportate altre merci. La mulattiera era molto transitata durante la pestilenza di Genova del 1656 e, per evitare la Liguria, dal Nord - Italia e viceversa si percorreva la via del Sale. Nel 1270 il borgo era qualificato come comune Homines et Commune Casapozi in un’istruttoria del vescovo di Luni, Guglielmo, per confermare i diritti della curia lunense sul territorio erano gli anni in cui le vicinanze della valle del Carrione e Carrara stessa volevano rendersi autonome liberandosi dai vincoli dell'autorità vescovile e Castelpoggio fu il primo a diventare un comune libero. Nel 1490 la vicinanza di Castelpoggio era la più ricca per i terreni e le attività economiche si basavano sulla lavorazione delle castagne, sulla raccolta della legna usata per combustibile e sulla pastorizia, però non vi era ancora un mulino. Tra il 1527 e il 1531, la vicinanza ebbe un impulso economico sotto il dominio dei Malaspina: alcune famiglie del borgo iniziarono una nuova attività nel settore dei fabbri - ferrai o maniscalchi per la fabbricazione e applicazione dei ferri agli zoccoli dei cavalli e da ciò possono dedurre che il paese era un importante nodo viario, limes (confine) tra la Lunigiana, la Garfagnana e la Pianura Padana e quindi transitato da numerose carrozze trainate da cavalli. Fino agli ultimi anni del 1400 non vi era nessun abitante di Castelpoggio iscritto alla corporazione dei magistri marmorum, mentre nei primi anni del secolo comparve una famiglia di marmisti castelpoggini, i Pollina che lavoravano nel bacino di Torano e il nome di uno di essi, Jacopo, con altri commercianti comparve in un contratto di affari del 1521 con lo scultore Michelangelo Buonarroti per l'acquisto di marmo bianco senza vene e senza macchie scavato dalla cava del Polvaccio e destinato alla Sacrestia di San Lorenzo a Firenze. Devo ricordare gli amici che ci hanno lasciato. Inizio con Azzolino Marselli, di Fossola, che ricordo, anche se vagamente, avendo avuto circa 10 anni (Marselli era del 1925), e lo incontravo sempre con mia sorella che è nata nel 1926 e forse flirtavano, ma non ne sono certo. Ricordo anche che quando mia sorella apprese della sua disgrazia a Castelpoggio, non fece che piangere per giorni interi, ed io non potevo far nulla per consolarla e forse non capivo pienamente questa sua manifestazione. Ora riposa in un “fornetto”, nella parte più alta del Cimitero di Fossola e quando faccio il giro dei miei parenti, sono, volente o nolente, obbligato a passargli davanti. Anche se la tomba pare un po’ abbandonata durante l’anno, comunque qualcuno, il giorno del 2 novembre, un mazzo di fiori freschi lo deposita sempre e ciò mi tranquillizza. Fossola gli ha dedicato una via (da piazza Biggi, che allora si chiamava piazza Nuova, a piazza San Giovanni Battista. A metà, anche il Vicolo Lino Marselli).
L’altro che ricordo con affetto e nostalgia, è Lido Galletto (7 giugno 1924 - 18 gennaio 2011) comandante partigiano della formazione "Orti". Nasce a Caniparola di Fosdinovo (MS), in una famiglia contadina. Durante gli anni della guerra frequenta l'Accademia di Belle Arti a Firenze, facoltà di Architettura. Dopo la caduta del regime avvenuta, il 25 luglio del '43 tornerà a casa insieme ad altri giovani della Valle dell'Isolone e ad alcuni militari sbandati. Dall'agosto del '44 il gruppo di partigiani della "Orti" aderirà alla Brigata Garibaldi "Ugo Muccini", carrarese e Galletto sarà il loro capo.
L’accompagnava la moglie, Anna Maria Paoletti all’ A.N.P.I. di via Loris Giorgi, ex via del Carmine, restava a chiacchierare con tutti i presenti, esponeva i suoi punti di vista, la stanza era circondata anche di sue fotografie. Ricordo che era preoccupato perché non vedeva alcun giovane frequentare l’A.N.P.I., pensando al futuro dell’Associazione. (Quando fu ricoverato all’Ospedale Monoblocco di Carrara, per più volte, lo andavo a trovare, dove la moglie lo accudiva affettuosamente). La sera, prima della chiusura dell’Associazione lo riaccompagnavo a casa sua in via Carriona, alla Lugnola, dove la moglie lo attendeva per la cena: sembravano due giovani innamorati ! I figli, uno lavorava in uffici del Comune di Carrara, l’altro, se ben ricordo era nella Polizia della Versilia. Mi raccontava della sua vita avventurosa all’Isolone, con la formazione “Orti”, che appartenendo alla Resistenza ciò gli aveva portato tutti i malanni, sia alle ossa sia agli occhi; ne aveva viste di belle e di brutte, forse più brutte. Molti lo ricordano come insegnante di disegno nelle varie scuole di Carrara, io come pittore e disegnatore, bravo e poco incline a farsi pubblicità. Pitturava per se stesso, per il piacere di eseguire un quadro, un disegno, un piccolo capolavoro, lontano dall’esistenza travagliata avuta nella formazione “Orti”, per il bene di Carrara e di tutti i carrarini ed anche per la Provincia. Lo accompagnavo nelle riunioni, nelle scuole, al Museo della Resistenza di Fosdinovo, per ogni dove, e cercava sempre d’inculcare nei giovani i diritti ed i doveri che la Resistenza e la Liberazione gli avevano insegnato. Io le chiesi, un po’ a bruciapelo, se aveva mai ucciso qualcuno durante la Resistenza: si fermò di scatto, guardandomi fisso, e rispose “sì, ho ucciso, ma dovevo farlo perché altrimenti il tedesco avrebbe ucciso me. Ho faticato per accettare questa situazione e non voglio rammentare l’uccisione di tutta quella gioventù che gli vedevi negli occhi la voglia che avevano di vivere, però voglio dirti che la Storia è il nostro futuro”. Ora riposa, in terra sacra nel Cimitero di Fosdinovo, per sua volontà, rispettata. Mi disse, durante i nostri incontri alla sede dell’ANPI, che il 17 settembre 1944 fu ucciso dalla 16a SS-Panzer-Grenadier-Division, don Florindo Bonomi, cappellano di Fosdinovo e membro del CLN locale, (a cui Castelpoggio ha dedicato una Salita al “Castello”), già suo amico e che facendosi inumare nel Cimitero di Fosdinovo è come se ritrovasse l’amico don Florindo.

Il racconto che non voleva rammentare, di quanto accaduto quattro giorni prima del 25 aprile 1945, “Ricorrenza della Liberazione”, poi dedicato in un suo volume, a “Carlin”, Nello Masetti, il Ribelle Carlin (21 giugno 1924, ucciso 21 aprile 1945), la famiglia, detta dei “Mazzon” era costituita da madre, padre, tre sorelle Virginia, Rosina, Mellia e Nello che Galletto definiva “Vigile sentinella della Valle dell’Isolone”. Ecco il racconto : Testimonianza di Lido Galletto, in riferimento al corpo di “Carlin”, sul volume “Ricordo di Nello Masetti, il Ribelle Carlin : - “Non si improvvisa un ribelle, mai . . . Era morto con alcuni americani e la salma non sapevamo neppure dov’era, dove l’avevano portata . . . andammo a cercarla ovunque, su un camioncino guidato da Primo Nardi di Sarzana, da Lerici fino a Firenze al Cimitero Militare, con Rossi Renato di Marciaso cognato di Carlin, Fernando Marchini (Mario), Bruno Brizzi (Nino), entrambi di Caniparola, Gino Andrei (Raul) di Carrara ed io, ventunenne, . . . ma la salma di Carlin non si trova . . . tornando indietro, siamo all’incrocio di Avenza, incontro un ragazzo, Luciano Lucetti di Andrea, di tredici anni (sei o sette meno di noi). Era il nipote di Gino Lucetti, l’anarchico che sparò a Mussolini, morto a Ponza sotto un bombardamento proprio mentre tornava ad Avenza sopra un treno, dopo che lo avevano liberato dal carcere. Lo conoscevo perché suo padre era venuto in montagna e lo aveva portato con sé. Lo saluto e gli dico - “Sto cercando Carlin e non lo trovo - ”. Allora lui mi dice: - “mi trovavo al Mirteto e ho visto passare dei camion di americani e li ho visti buttare giù un sacco, ma è già qualche giorno . . . “ – Faccio girare subito il camion e vado al Cimitero del Mirteto, trovo il becchino e gli dico – “hanno sepolto qui uno senza nome ?” – E vero. Sì, l’hanno lasciato qui gli americani” – era domenica sera. Il becchino aggiunge: -“ è sepolto qui, ma io non ci sto, me ne vado” – Cominciava il mese di maggio e tutto era ricoperto di mosche, mosche di cadaveri, con un’aria pestilenziale. Fuori del Mirtetto hanno messo una baracca di legno, dove ballavano, anche senza scarpe, con una strana euforia quasi feroce, per dirla in sintonia in mezzo ai morti. Ci mettiamo, io e Fernandello, Canella, a tirar fuori il cadavere, al sepolto avevano fatto una specie di bara in tavole di legno, sotto venti centimetri di terra. Io e Bruno Canella facemmo forza con le cinghie e tirammo fuori la salma. Poi Bruno alza il coperchio . . . era zeppa di vermi! Che cominciarono a rigurgitare dalla cassa . . . e si muovono. La fisionomia c’era ancora ma era già in putrefazione . . . Carlin aveva preso una raffica in pieno petto, ma era lui, la struttura, la faccia c’è . . . è lui. A Sarzanello abbiamo sparato. A Sarzanello dentro il Cimitero abbiamo sparato” . . .
Questo è lo straziante racconto di Lido Galletto, che ogni volta che lo leggo mi scaturiscono lacrime di rabbia e di disperazione: un ragazzo ventunenne, ammazzato senza alcun motivo. (Il 17 agosto 1944 la formazione partigiana Ulivi ebbe uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi dello stesso battaglione presso una contrada del paese Bardine di San Terenzo. Alla conclusione del combattimento morirono 16 soldati tedeschi. Fra i partigiani perse la vita, il diciottenne Renzo Venturini di Carrara (pp. 230-2). I nazisti risposero assaltando, il 19 agosto 1944, i paesi di Valla e di Bardine San Terenzo, uccidendo 160 civili (pp. 246-80). Il 24 agosto le Brigate Nere della X^ Mas e la 16a SS-Panzer-Grenadier-Division nel paese di Vinca sulle Alpi Apuane uccisero 174 civili (pp. 281-90). Il 13 settembre 1944 i tedeschi uccisero a Tenerano 10 civili (pp. 319-22). Da “La lunga estate” suo volume del 1995), ma di libri ne ha scritto diversi, di storia della Resistenza e di memorie della sua esperienza partigiana. La moglie, che non guida, ed ora con la testa un po’ fuori, non può neppure andare a trovarlo, anche se mi sono offerto di accompagnarla, per più volte, ha sempre rifiutato, scusandosi, nel raccontarmi che vede l’aldilà a modo suo.
(Ponza, sopra ricordata con Lucetti, da parte del regime fascista è datata 1928. I primi confinati arrivarono nello stesso anno e furono alloggiati nel carcere penale borbonico. Ponza accolse il futuro presidente Sandro Pertini, arrivò il 10 settembre 1935; e personaggi come Giorgio Amendola, Lelio Basso, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Umberto Terracini, Zaniboni e tanti altri, insieme ad esponenti slavi e greci, ras etiopici, indipendentisti libici, ed il carcere era un vero inferno!).
Ho conosciuto anche Giovanni Bernardi il “Capuralin”, (conosciuto tra i partigiani come “Ulisse”), fossolese, impresario del lapideo, ma anche Senatore, di fronte la sua all’abitazione in via Agricola, dopo la fine della guerra. Era amico di mio padre Amleto, altro imprenditore del marmo, con segheria nella Raglia, sulla Carriona, con tre telai, si ritrovava col Capuralin dalla “Maddalena”, un bar di Fossola, (vicino all’ex Cinema Gentili), sul viale XX Settembre, ora di Dell’Amico. Anche lui riposa nella tomba di famiglia a Fossola. Picchiato, anche lui, dai MaiMorti, fascisti facinorosi, (vedi La Storia di Fossola, con scheda personale), dove racconto, con la biografia, una batosta a manganellate e olio di ricino, in via Magenta, dove depositava blocchi di marmi, proprio a lato della sua segheria e di fronte alla sua casa, color rosso-cybeo.
L’altra partigiana che ho conosciuto è stata Francesca Rola (una sola elle), staffetta partigiana della Brigata Garibaldi "Gino Menconi", formazione "Ulivi" e donna della rivolta di Piazza delle Erbe a Carrara, del 7 luglio 1944. Faceva parte delle donne che si sono ribellate alle SS. germaniche, nella sede di Carrara, in via Garibaldi (oggi via VII Luglio), in una villetta dove ora, nuova costruzione, c’è la libreria della Suore. Era il sette luglio 1944. “In centinaia tremavano, avevano paura davanti alla mitragliatrice tedesca, ma di quel tipo di paura che in un attimo si trasforma in razionalità e forza". E’ quanto dichiarò prima di lasciarci, in un’intervista alla RAI per “La Storia siamo noi”, che salvò la città di Carrara dallo sfollamento ordinato dalle SS germaniche, verso Sala Baganza in provincia di Parma. “I camion erano già tutti pronti per caricarci per il trasferimento verso la pianura padana”. Abbandonarono la sede tedesca solo con la revoca delle disposizioni in precedenza emanate (i massesi sfollati nella nostra città, avevano già rimediato a trovarsi un rifugio nelle grotte alle Canalie, come abitazione ed erano tutte occupate, visto che Fossola, era stata rasa al suole dalla Wermacht , facendo saltare il borgo che va dalla casa del Capuralin fino al Cimitero, con potenti mine. Vinsero la loro battaglia, salvaguardando non solo la propria città ma anche tante famiglie di Massa che dopo lo sfollamento si erano rifugiate da parenti ed amici a Carrara). Gli facevo da autista nelle varie giornate e serate in cui interveniva od era invitata, oppure l’assistevo nelle interviste della RAI, quando per la “La Storia siamo noi”, vennero da Firenze a intervistarla per raccontare quanto aveva vissuto nella Resistenza e come Presidente provinciale dell’ANPI. Francesca ci ha lasciato a ben 95 anni, (nata nel 1915 deceduta nel 2010) la maggior parte di questi anni passati a testimoniare, nelle scuole, nelle riunioni a revocare gli avvenimenti di quella giornata del sette luglio, mantenendo il suo impegno civile e morale alto e chiaro fino all’ultimo respiro, lottando per costituire una società più giusta. Riposa in un ossario del Cimitero di Fossola, unitamente ai resti del padre e della madre. Quando vado a visitare i miei parenti sono obbligato a transitare davanti a Rola, a Marselli ed a Bernardi. Davvero un bel “trio” !
Segnaliamo il documentario:
Le radici della Resistenza. Donne e guerra, donne in guerra. Carrara, Piazza delle Erbe, 7 luglio 1944, di Francesco Andreotti (2005 – storico)
I tedeschi costruirono proprio nelle zone dei terreni della Battilana le fortificazioni della "Linea Gotica", (in tedesco Gotenstellung) che vede attraversare l’Italia, dal Tirreno all’Adriatico, per bloccare l’avanzata Alleata. "Linea Gotica" è denominazione di origine tedesca, certamente con riferimento alla strenua linea di difesa che i Goti opposero invano, in queste stesse zone, ai Bizantini nel sesto secolo dopo Cristo. Verso la metà del giugno 1944, il Comando delle truppe germaniche decise di cambiarle nome, preferendole quello di "Grüne Linie", voluto da Hitler, (Linea Verde), non intendendo dare più ai propri soldati l’ impressione di trovarsi in una posizione di estrema difensiva. Molti storici ritengono che la Linea Gotica "partiva" esattamente dal promontorio della Punta Bianca, dove erano piazzati i cannoni costieri i cui colpi causarono vittime e danni in tutta la Versilia, compreso Castelpoggio (riferito da Lido Galletto, che il partigiano fossolese, Azzolino Marselli fu colpito da una di queste cannonate ed è nell’elenco degli eroi in piazza Primo Ricci). Come baluardo più avanzato, la linea difensiva dei tedeschi si estendeva dal Tirreno e seguiva il corso del torrente Parmignola dal confine della provincia di Massa e Carrara, (allora denominata Apuania), fino ad Ortonovo. Poi da Castelpoggio saliva sul Sagro e quindi alla martoriata Vinca, a sbarrare il valico che da Forno di Massa conduce fino alle valli del Lucido, alla costa adriatica di Pesaro, seguendo un fronte di oltre 300 chilometri sui rilievi delle Alpi Apuane proseguendo verso est lungo le colline della Garfagnana, sui monti dell'Appennino modenese, l'Appennino bolognese, l'alta valle dell'Arno, quella del Tevere e l'Appennino forlivese, per finire poi sul versante adriatico negli approntamenti difensivi tra Rimini e Pesaro. Linea sulla quale i tedeschi cercarono di aggrapparsi quando il fronte fu sfondato dagli americani ai primi d’aprile 1945.
Dopo lo sbarco anglo – americano in Sicilia, all’inizio dell’estate del 1944 e dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini, nel settembre 1943 l’Italia aveva firmato un armistizio con gli Alleati. Si era festeggiata la fine della Guerra, ma i tedeschi occuparono le zone del Nord e del Centro, e liberarono il Duce, che costituì la Repubblica di Salò su quei territori, per continuare a combattere a fianco di Hitler.
Contro l’occupante nazista e il suo regime vassallo di Salò, nacquero ovunque formazioni partigiane, che erano aiutate dalla popolazione delle Vicinanze e Castelpoggio è una di queste. La gente voleva che finisse la guerra e le atrocità di cui si rendevano responsabili i tedeschi. Nel giugno del 1944 gli alleati liberarono Roma, poi salirono verso Nord. Con il contributo attivo della Resistenza il 10 Agosto sarà liberata Firenze. Sulla costa tirrenica, il fronte è bloccato presso Pisa. Sulle alture di Campocecina erano attivi i gruppi di partigiani che scendevano a volte in paese per procurarsi il cibo. Gli americani avevano paracadutato loro munizioni e vestiti. Poi anche una radio trasmittente con la quale si rimaneva in contatto con gli Alleati. Nella seconda metà di luglio, le SS organizzarono diverse spedizioni, ma i partigiani si difendono, subiscono delle perdite ma ne infliggono anche agli invasori. Il 25 Agosto del 1944 la Soldataglia nazista conduce a Castelpoggio, un gruppo di persone catturate in località confinanti. L'intero gruppo, condotto nel parco della "Villa Fabbricotti" (adesso scuola materna ed elementare), è annientato con la mitraglia. I poveri corpi rimasero abbandonati sul terreno del parco per più giorni e soltanto per l'interessamento di don Angelo Ricci, fu avvertita la Pubblica Assistenza di Carrara che rimediò raccogliendo i cadaveri ormai imputriditi ed a seppellirli nel Cimitero di Gragnana. I poveri corpi fucilati sono del paesano Stefani Attiglio (70 anni), Sisti Elio (24 anni di Viano), Pellistri Francesco di Cecina, Bertagni Augusto (35 anni) di Carrara, Pilloni Antonio (45 anni) di Pisa, Giuliani Leopoldo (47 anni) di Carrara. Non finiscono qui i trucidati dai nazi-fascisti, molti altri li hanno preceduti e altri li seguiranno.
Nella notte tra sabato e domenica è venuta a mancare Francesca Rolla, 95 anni, staffetta partigiana della Brigata Garibaldi “Gino Menconi” di Carrara e una delle protagoniste della rivolta di Piazza delle Erbe, del 7 luglio 1944, quando le donne insorsero contro il Comando Tedesco che aveva dato l’ordine di evacuare la città. Francesca è stata un simbolo per la città di Carrara e non solo, un punto di riferimento imprescindibile per conoscere il ruolo delle donne nella Resistenza, anche grazie a quella incredibile forza che fuoriusciva dal racconto della sua esperienza. Noi di Archivi della Resistenza la conoscevamo da molti anni, spesso interveniva alle nostre iniziative (era stata Presidente del Comitato provinciale), ma una intervista vera e propria l'abbiamo fatta soltanto il 30 dicembre scorso. Francesca, ci aveva accolto nella sua casa con l’amica di sempre, Palmira; ci era apparsa sì un po' affaticata ma si scorgeva ancora una mente lucida e intatta la sua inesauribile voglia di lottare. Alla sua idealità da "vecchia" comunista si univa poi una simpatia umana che l'hanno resa una compagna indimenticabile per quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla. Il suo insegnamento non andrà disperso anche se in queste ore prevale il dispiacere per una perdita dolorosa. Per questo ci uniamo ai famigliari, ai partigiani dell’ANPI di Carrara e a quanti soffrono per questa scomparsa. La città di Carrara rende onore alla partigiana Francesca Rolla con la camera ardente nel Palazzo Comunale. Il funerale si svolgerà Lunedì 29 marzo. Alle ore 14.30 si terrà un’orazione pubblica e alle 15.00 partirà il corteo funebre. Invitiamo tutti/e gli/le iscritti/e ANPI e i gli/le antifascisti/e a partecipare all’ultimo saluto a Francesca. Oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli, ma l’insegnamento che ci deriva dalla vita di una combattente per la Libertà come Francesca – tutta spesa nel perseguire coerentemente ideali di giustizia e emancipazione sociale – riesce almeno un po’ a lenire il dolore. Perché “chi ha compagni non morirà”, Francesca sopravvivrà nel nostro ricordo e nelle nostre future battaglie. Cara Francesca che la terra ti sia lieve. Ora e sempre Resistenza!
Il collettivo di Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani

Ma torniamo a Castelpoggio.
La più antica frazione del comune di Carrara secondo le date dei documenti ufficiali risulta.
Castelpoggio nasce nel 997
seguono :
Gragnana nasce nel 1078
Torano nasce nel 1141
Sorgnano nasce nel 1141
Avenza nasce nel 1180
Colonnata nasce nel 1193
Bedizzano nasce nel 1193
Codena nasce nel 1198
Marina nasce nel 1210
Bergiola nasce nel 1215
Miseglia nasce nel 1215
Fontia nasce nel 1231
Noceto nasce nel 1235
I giorni della Liberazione: Comuni della Provincia di Massa Carrara:
Carrara 11 aprile 1945
Aulla 24 aprile 1945
Bagnone 25 aprile 1945
Casola in Lunigiana aprile 1945
Comano 24 aprile 1945
Filattiera 26 aprile 1945
Fivizzano 23 aprile 1945
Fosdinovo 23 aprile 1945
Licciana Nardi 24 aprile 1945
Massa 10 aprile 1945
Montignoso 8 aprile 1945
Mulazzo 25 aprile 1945
Podenzana 24 aprile 1945
Pontremoli 27 aprile 1945 
Tresana 25 aprile 1945
Villafranca in Lunigiana 25 aprile 1945
Zeri gennaio 1945
Targhe
PIAZZA PRIMO RICCI (già Piazza della Dogana)
Ricci Primo di Castelpoggio, partigiano della formazione Parodi, ventenne. Il 9 settembre 1944 di ritorno da Casano in provincia di La Spezia, nella pianura sotto Castelpoggio, per un pattugliamento, dove vivevano molti sfollati proprio castelpoggini. Ricci insieme ad un altro partigiano suo paesano, Rocchi Menotti, sta entrando a Casano quando nei pressi del ponte, sono sorpresi da una pattuglia germanica. Rocchi riesce a scappare, rifugiandosi nel vicino bosco, lungo il letto del fiume ma Ricci viene catturato e subito ucciso. Il ricordo di questo eroico castelpoggino resta nella piazza principale a suo nome. Riposa, poco distante, nel camposanto di Castelpoggio, nella tomba dei suoi genitori.

PIAZZA SANTA MARIA
La piazza di frontale la chiesa, dotata di una ampia terrazza panoramica cui vista spazia da Carrara fino a tutto il promontorio di Punta Bianca. Il nome della piazza è dedicato alla Natività della Vergine Maria e di San’Antonio Abate. Il piazzale, piccolo, ma fa anche da sagrato (le macchine non possono parcheggiarci).

SALITA CASA NOVA
Vicolo che parte da Piazza Primo Ricci e sale fino alla località "poggio". Chiamata cosi perche nel XVII secolo vi fu costruito il primo casamento separato dal vecchio borgo, ora rigurgitante di costruzioni.

SALITA DON FLORINDO BONOMI (già Salita al Castello)
Piccola strada un po’ arzigogolata, con portici, situata nell’antico borgo medievale detto “Il Castello”. Don Florindo Bonomi, cappellano di Fosdinovo, rammentato da Lido Galletto nel libro La lunga Estate”, proprio perché ucciso da germanici il 17 settembre 1944 presso Gragnola, in seguito a una rappresaglia nazista. Nacque a Monte dei Bianchi, nel comune di Fivizzano, il 1918, ma poi si trasferì a Carrara con tutta la famiglia. Questa strada, anni passati, si chiamava “Salita al Castello”, proprio perché conduceva al maniero Malaspina. E’ la strada della prima chiesetta del borgo di Castelpoggio, dedicata a San Sisto, tra altre costruzioni, ora abbandonata e malandata. 

VIA CHIASSO BASTIONE
Si trova scendendo la scalinata di Via Vasco Venturelli, che porta alla Parrocchia, a destra. Chiamata cosi perche forse in passato erano presumibilmente presenti i bastioni della vecchia Torre e del Castello.

VIA DEL FOSSO
Prende il nome dalla località “Il Fosso” in via Emilia. Piccolo pezzo di strada che va da Piazza Santa Maria alla Via Emilia in localita "Fosso" e prende il nome proprio di quest'ultima località.

VIA DELLA TECCHIA
La strada parte da Piazza Ricci Primo ed è la parte iniziale del sentiero che arriva al CAI e che porta fino al passo della Gabellaccia, percorribile soltanto a piedi, essendo una strada abbastanza larga, non asfaltata, ma mulattiera. Il nome deriva proprio dalla famosa Tecchia della Gabellaccia parete rocciosa ricca di gotte e sede d’importanti ritrovamenti archeologici. Fu costruita nel 1816 per collegare Castelpoggio alla via del sale che dal Pontestorto saliva fino alla regione Emilia-Romagna. Anche da Pontrestorto si tratta di mulattiera, spesso soggetta a frane. Percorribile soltanto a piedi.

VIA EMILIA, (ovvero REGGIO-EMILIA)
Fin dal momento della sua costruzione 1850 la strada statale 446, che attraversa interamente il paese, nel tratto che da Carrara porta a Fosdinovo fu chiamata Via Emilia perche serviva agli Estensi per raggiungere Modena. Dal momento della sua costruzione nel 1850, la strada statale 446, che taglia interamente il paese, nel tratto che da Carrara arriva sino a Fosdinovo, fu chiamata Via Emilia perche serviva ai familiari dei conti e marchesi d’Este (giusto Estensi), per raggiungere i loro domini. L’esatto nome è Via Reggio Emilia.

VIA GIACOMO RICCI
Strada asfaltata che prima della svolta di Castelpoggio porta a Noceto. Nato a Fivizzano, fu collaboratore di Mazzini nei moti repubblicani nella lunigiana.

VIA TRENTO (già Via Noceto)
Parte da Piazza della Chiesa fino a congiungersi con la mulattiera che porta a Noceto. Era la vecchia via Noceto che conduceva a tale Borgo. Conosciuta anche come “Miaterra”. Non percorribile con auto. D’incerta individuazione resta il borgo “In fondo alla terra”, denominazione oggi inesistente, forse corrisponde a quella che oggi si chiama “Miaterra”.

VIA VASCO VENTURELLI (già Via Torre e Via del Castello)
La strada più lunga dal paese, lo attraversa quasi interamente da piazza Ricci Primo fino ad arrivare al borgo antico detto "Castello". Vasco Venturelli di Carrara era un eroe, aveva appena 25 anni quando la sua vita messa a tacere da una mitraglia germanica, proprio nella piazza principale. Era il 30 novembre del 1944. Si spegneva gridando al tedesco che lo aveva sotto mira, “Viva l’Italia”, e dopo aver difeso il distaccamento partigiano di villa Fabbricotti (adesso scuola di infanzia e primaria) da un assalto tedesco. L'attacco della compagnia di "Alpejager" (truppe di montagna), costò la vita a tre suoi compagni di formazione: Azzolino Marselli, Volpi Giuseppe, Tonarelli Luciano. Il primo tratto della strada dalla Dogana alla chiesa si chiamava Via Torre in onore della torre eretta nel 1581 da Alberico Cybo-Malaspina, nel luogo dove adesso si trova lo stabile delle ex vecchie scuole elementari, e venduto a privati che hanno costruito appartamenti. Il secondo tratto dalla Chiesa al borgo era chiamato Via del Castello, proprio per l’esistenza in loco de “Il Castello” Malaspina. Riposava nel cimitero monumentale di Marcognano a Carrara, ma in questo momento è “scassato” e i resti dell’eroe, che perse la vita per la nostra libertà, non sappiamo dove si trovino.

VICOLO ACQUASPARTA
Il vicolo, traversa di Via Vasco Venturelli, all'altezza dell'ambulatorio medico porta il nome della località al termine della strada per Campo Cecina, a pochi passi dalla terrazza del Belvedere, adesso sede del museo dedicato alla Shoah e del relativo Parco della Memoria.
Probabilmente deriva dalla fonte posta alla salita per il pianoro di Campocecina, e
sparta = divisione, sparso, sparto, separato dal . . . pianoro.
I dintorni
VOLPIGLIONE (anche Volpilione)
Del Castello di Volpiglione, rimangono pochi ruderi, con resti del pozzo, le fondamenta della Torre, parte delle mura e cumuli di varie pietre. Anticamente situato, in linea retta, tra Castelpoggio ed Ortonovo, con deviazione per il Castello di Moneta, del quale aveva la protezione pagando un contributo (come pure Fontia e Castelpoggio), fu eretto dalla famiglia di Oberto di Boggiano, che prometteva di non incastellare il poggio di Volpiglione prima dell’autorizzazione del Vescovo Guido di Luni (promessa nel 1070). Non fu mai un borgo abitato, come altre zone della Lunigiana, rimanendo un edificio isolato, destinato prevalentemente alla lavorazione del legno, molto importante per l’epoca riguardo agli utenti, alla costruzione di edifici ed alla preparazione del carbone, destinato al riscaldamento tramiti camini e per la cottura degli alimenti familiari. Realizzazione arnesi e strumenti per lavoro. Oggi il fortilizio risale alla sua nascita durante il periodo medievale.
A Castelpoggio esisteva ed esiste tuttora, proseguendo sulla Via Trento, un sentiero ripido e sterrato sino ad un bivio: un viottolo che porta al Castello di Moneta e l’altro ai resti del Castello di Volpiglione. Da qui si può proseguire per Ortonovo, anticamente "Corficiano" ed erano preesistenti a Sarzana. E' vero che nel '300 la "Saltaria", era la piana lunense, esclusi i ruderi di Luni).
Il territorio di Ortonovo (da "Hortus Novus" = Orto Novo), è citato per la prima volta nel trattato di Ottone I° del 963 nel quale, oltre ai "castrum" di Nicola, Ortonovo e Volpiglione, veniva indicato anche con il nome di " Iliolo "(ma per Iliolo si intendeva il paese a fondo valle, Casano), il primo nucleo abitato della valle attorno alla Cappella Romanica di San Martino (pieve di epoca longobarda; oggi, mostra ancora evidenti le sue linee in stile romanico, sebbene ristrutturata; si trova a lato del cimitero, sopraelevata rispetto alla strada, poiché era stata costruita sulla via che collegava i due castelli di Ortonovo e Nicola).
Ma in epoca molto più antica sorgeva e si sviluppava, sul territorio oggi appartenente al Comune, la città di Luni, mentre sulle colline, prima del 1000, era nata la "Villa di Ortonovo" come soggiorno, nella bella stagione, di antiche famiglie e nel sesto secolo Nicola era sede di una guarnigione Bizantina. I Romani fondarono " Luna " nel 177 a.C. dopo aver eliminato i Liguri-Apuani con una serie di battaglie e deportazioni nel Lazio e di cui si trova testimonianza nel 41° Libro dell'opera  "Ab Urbe Condita" di Tito Livio. (vedi la Storia di Luni).
Compreso il territorio del paese di Castelpoggio che ha conosciuto sensibili trasformazioni che hanno visto operare prima i Liguri Apuani, poi i Romani,  i Bizantini, i Franchi e infine gli "homines" delle piccole comunità di Castelpoggio, Sarzana e Carrara (nell'antica Roma gli homines non erano inizialmente ben visti dalla nobilitas senatoriale, tanto che addirittura non era loro concesso alcun incarico, neanche per merito).
Castelpoggio con Ortonovo (ed anche Nicola), segnano la loro data di nascita, nel 997. Le comunità acquistano progressivamente autonomia dall'autorità vescovile e si danno liberi ordinamenti statutari che già sono caratterizzati da un'ampia partecipazione popolare. Le trasformazioni politiche che si sono succedute nel corso dei secoli, dal Medioevo in poi, hanno lasciato sostanzialmente passivi gli abitanti di queste piccole comunità impegnati a far fronte alla durezza della vita, fino alla nascita dello Stato Italiano. Restano unite nelle stragi nazi-fasciste, facendo resistenze comuni contro gli invasori germanici e verso i fascisti repubblichini. Pertanto il turismo appare la naturale vocazione del territorio di Castelpoggio, un suo sviluppo è legato necessariamente a iniziative volte a sostenere l'agricoltura specialistica, al fine di rispettare ed eventualmente risanare l'ambiente e di conservare le tradizioni del mondo rurale. Evidentemente di Volpiglione si può dire ben poco, seppure storicamente.
ANNO 997, 30 MARZO. IND. XI
ATTO DI PERMUTA TRA GOTIFREDO, VESCOVO DI LUNI,
E BONIZONE, PRESBITERO LONGOBARDO, DI UN BOSCO
IN "LOCO ET FUNDO UBI MONTE VOLPILIONE DICITUR"
CONFINANTE DA DUE PARTI CON LA "TERRA CORFICIANESE"
DA CUI TRASSE VITA "ORTONOVO"
EREDE DI "CURFIDIUS" LUNENSE FATTA "MANSO" DALLA
GENTE LONGOBARDA, E RIGENERATA DALLA
SOLLECITUDINE VESCOVILE, LA COMUNITÀ ORTONOVESE
PROTESA VERSO IL TERZO MILLENNIO VOLLE
LE ORIGINI DELLA SUA STORIA TRAMANDARE
VOLPIGLIONE-CORFICIANO 997 ORTONOVO 1997
Edicole sacre
Crediti

Lucio Benassi  Carrara, 25 gennaio 2015

Con la collaborazione di Corrado Giromini, di Castelpoggio, che ringrazio sinceramente per il sostegno, i suggerimenti, le competenze che gli sono proprie, i rischi nell’accompagnarmi sul campanile, i racconti di avvenimenti castelpoggini, la passeggiata istruttiva sul sentiero 185, mulattiera per raggiungere la Gabellaccia, a vedere col binocolo le varie capanne del paese fantasma di Vecchiorla, sopra Gragnana.


BIBLIOGRAFIA.

da Internet :
- http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2014/06/01/news/un-nuovo-altare-di-marmo-nella- chiesa-di-castelpoggio-1.9342006
- http://www.amicideiborghi.it/borghi_italia/castelpoggio/
- http://castelpoggio.typepad.com/il_mio_weblog/2008/05/la-torre-di-fia.htlm
- http://www.comune.ortonovo.sp.it/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/678
- http://www.escursioniapuane.com/SDF/Gabellaccia.html
- http://castelpoggio.typepad.com/il_mio_weblog/2007/02/dante-giromini.html
- http://www.telegraph.co.uk/news/obituaries/1367640/Settimia-Spizzichino.html
- http://repubblicautopia.altervista.org/castelpoggio/storia.php
- http://www.escursioniapuane.com/SDF/Campocecina.html
- http://repubblicautopia.altervista.org/castelpoggio/index.php
- http://campocecina.altervista.org/campocecina.html
- http://www.toscananews.net/home/carrara-oggi-cimitero-marcognano-per-lunatica-festival- vincitori-ne-vinti/
- http://it.wikipedia.org/wiki/Cimitero_monumentale_di_Marcognano
- RICCI Angelo, “Castelpoggio”, volume Ediz.Centro Studi storia locale della Basilica Cattedrale di Massa, 1984.
- RICCI Angelo “Cholera asiatico degli anni 1854 e 1855 e l’inizio del Camposanto o Cimitero a Castelpoggio e nella altre parrocchie del comune di Carrara”, Ediz.Centro Studi storia locale della Basilica Cattedrale di Massa, 1984.
- BARATTINI Maurizio, “Memoria sul “Cholera, detto asiatico a Massa, Carrara e Lunigiana nel 1854”, Modena, Aedes Muratoriana, 1974 (estratta dagli Atti della Deputazione di Storia patria per le antiche provincie modenesi).
Da consultare anche, per quanto riguarda il Monumentale di Marcognano :
I Marmi dell’Eternità di B. Gemignani, Carrara, Arti Grafiche Litoprint, 1999
La città del silenzio. Uno studio, a cura di G. Bernardini, Carrara, F. Rossi Ed. 2001
Risultato di un lavoro di lunga ricerca effettuato il primo dallo storico Beniamino Gemignani e il secondo da un gruppo di insegnanti e di studenti del Liceo Scientifico “G. Marconi” di Fossola.

- dalla Gazzetta di Castelpoggio.
- dagli archivi A.N.P.I. di Carrara.
- dagli archivi A.N.P.I. di Massa.
- da: Il dizionario delle Alpi Apuane, a cura di Fabio Frigeri su Internet.





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