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Un bersagliere carrarino

Mare Nostrum
Spetta/Le Redazione
Non  solo in mare i nostri concittadini hanno mostrato il loro valore di  uomini, e di soldati. Travolti da eventi molto più grandi di loro molti  di loro, nonostante il loro eroico comportamento, sono rimasti  sconosciuti, proprio come Osvaldo.


Osvaldo Musetti, per gli amici Svà, era nato a Castelpoggio il 12 agosto 1848, da una famiglia benestante, proprietaria di vari boschi, e attiva nella vendita di legna e carbone. Osvaldo era famoso in paese, per i suoi scherzi estemporanei, concepiti con rapidità di esecuzione, e con una sagacia non comune in un bambino della sua età. Secondo il parroco del paese, però, era dotato di un grande “orecchio” musicale, dote che spinse la famiglia, a farlo studiare organo, prima nel Convento dei Padri Cappuccini di Sarzana, poi, quando era ormai adolescente, a spedirlo a Parma, presso un parente, in modo che potesse frequentare il Conservatorio. Sia pure a malincuore, Osvaldo eseguì per un certo periodo i voleri della famiglia, ma quando si trovò a Parma da solo, si gettò anima e corpo nella sua vera passione; la pittura. Andò a bottega, ovviamente solo in cambio di vitto e alloggio, presso un noto pittore parmense, che eseguiva a richiesta affreschi, e ritratti per le famiglie benestanti. In poco tempo diventò molto abile, nella professione, tanto che, il suo “maestro” e datore di lavoro, lo inviò a Venezia, per affrescare una nuova chiesa in costruzione. Ma proprio lì, il destino aveva in serbo per lui un altro progetto. Eravamo alla fine del 1865, e forti movimenti patriottici, facevano presagire che da lì a poco, sarebbe scoppiata l’insurrezione popolare contro il sempre più odiato Impero Austriaco, che da secoli soggiogava l’Italia. Il Governo Italiano riuscì ad ottenere l’alleanza della Prussia, e la benevolenza di Napoleone III, così si cominciò, neppure in modo troppo segreto, a prepararsi all’imminente guerra. Con l’incoscienza, e l’irruenza tipica dei suoi diciotto anni, oltretutto neppure compiuti, Osvaldo si arruolò, in quello che ai suoi occhi era il fiore all’occhiello del Regio Esercito; i Bersaglieri. Fondati da appena trent’anni, questi fanti piumati, erano considerati una vera e propria “forza speciale” adatta, per la loro rapidità, a eseguire compiti preclusi alle normali truppe. Fu arruolato, vista la sua cultura e specialità, nelle unità di ricognizione, con il compito di scovare il nemico, riferirne la consistenza, e la direzione, e così via. Com’era prevedibile, nel giugno del 1866, lo Stato Italiano, dichiarò guerra all’Austria, con la Prussia come alleata, era iniziata quella che sarebbe stata ricordata nella storia come la terza guerra d’indipendenza italiana. Osvaldo fu inviato a Verona, dove iniziò un duro periodo di addestramento come cartografo ricognitore. Un giorno gli fu assegnata la missione di recarsi nei pressi della cittadina di Villafranca, per studiare il percorso migliore da seguire per una batteria di cannoni ippotrainata. Partì a notte fonda, con altri quattro bersaglieri, e raggiunse la cima di una collina quando cominciava ad albeggiare. Ai primi raggi del sole, vide in lontananza un luccichio metallico, e poco dopo una nuvola di polvere che segnalava solo una cosa, la cavalleria nemica stava avanzando proprio in quella direzione. Capì subito la gravità della situazione. Dietro di lui non vi erano truppe, escluso la compagnia del Terzo Corpo Bersaglieri, di cui egli stesso faceva parte. Se la cavalleria fosse passata di lì, poteva attaccare il fianco della fanteria che, a qualche chilometro di distanza, stava dirigendosi verso il fiume Mincio, sarebbe stata una carneficina. La prontezza di riflessi che tanto lo aveva divertito da bambino, scattò subito nella sua mente, e in pochi minuti formulò un piano. Mandò uno dei bersaglieri a chiamare rinforzi, mentre disse ai commilitoni, rimasti di accendere diversi fuochi appena dietro la cima della collina che producessero molto fumo. Poi mise uno straccio bianco su un bastone, e attento a non farsi vedere scese la collina, e si nascose dietro un cespuglio. Intanto lo squadrone di cavalleggeri avanzava al passo, e lui riconobbe subito il caratteristico quadri corno; erano i terribili Ulani, la cavalleria scelta polacca. Aspettò che fossero a un centinaio di metri poi uscì dal suo nascondiglio sventolando la bandiera bianca. Il giovane tenente che era al comando diede l’alt, poi al piccolo trotto si avvicinò scortato da due cavalleggeri. “Bene” disse in italiano con un forte accento tedesco” sei venuto ad arrenderti?” “nossignore” rispose Osvaldo” sono l’inviato del Tenete Colonnello Maurizi, che vi prega di ascoltare il suo messaggio”. Estrasse dalla borsa che aveva a tracolla, una carta, e fece finta di leggerla. ”Io colonnello Maurizi Alberto, comandante del Terzo Corpo Bersaglieri di Sua Maestà, prego il Comandante dello squadrone di Ulani di ascoltare quanto ho da riferire. Sono un soldato, non un beccaio, quindi, esorto il Comandante a non salire sulla collina, presidiata da oltre trecento bersaglieri fortemente trincerati, e armati dei nuovissimi fucili a retrocarica Carcano, sarebbe un inutile sacrificio, ordino il mio messaggero di mostrare una cartuccia di tale arma, firmato Colonnello Maurizi”. Osvaldo scattò sull’attenti, fece il saluto militare poi estrasse dalla giberna una delle cartucce che aveva in dotazione, e la lanciò a uno dei cavalieri, che la passò al tenente. Il corpo dei bersaglieri, proprio perché considerato unità d’elite, era stato dotato da poco dei nuovi fucili a retrocarica Carcano, che altro non erano che quelli ad avancarica modificati, ma che ora erano in grado di sparare anche venti colpi il minuto. Questi dopo aver guardato la cartuccia, e visto le numerose colonne di fumo che salivano in cielo, disse in cattivo italiano ”ora mostro a mio Colonnello, tu puoi andare a riferire che tra poco ci sarà nostra risposta”. Facendosi forza per non correre, Osvaldo tornò sulla collina, mentre lo squadrone nemico si fermava in attesa. Lì giunto, vide il suo plotone che stava salendo a passo di corsa, seguito a poca distanza da tutta la compagnia e pregò che facessero in tempo ad arrivare. Non è dato sapere cosa disse il Colonnello nemico al povero tenente che si era fatto buggerare in modo così scaltro, ma dopo meno di mezzora fu il Colonnello stesso a guidare la carica degli Ulani. Ma questo lasso di tempo, fece si che i bersaglieri fossero pronti a riceverli, ben protetti da ripari improvvisati. Le numerose, e furiose, cariche degli Ulani, s’infransero contro un vero e proprio muro di fuoco, che i nuovi retrocarica erano in grado di scatenare. Dopo aver subito numerose perdite lo squadrone si ritirò, ma tra i bersaglieri caduti, vi era anche Osvaldo, che con la sua estrosa trovata, aveva impedito lo sfondamento del fronte.
Mario Volpi




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