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Ilario Bessi

Uomini storici
Ilario Bessi l'ultimo "artista" della Fotografia
Ilario BESSI, è nato a Carrara, (20-2-1903 / 25-7-1986), in località Vezzala. Ilario Bessi era ancora uno sbarbato quando fu richiamato militare dal 1920-1923 ,non pensava ancora alla fotografia anche perché in Italia la tecnologia era, rispetto all’America, alle prime armi nei confronti dei professionisti: esistevano piccole macchine fotografiche, quasi da gioco. Quando da militare, cercavano un fotografo professionista, si offerse con una piccola menzogna, pensando di impadronirsi dell’arte, studiando la notte sulla guida allegata alla macchina che le avevano offerto. Il mattino se anche non professionista come avrebbe voluto essere, si cimentò con successo negli scatti, tanto da pensare che una volta congedato poteva continuare a fotografare, dal privato al commerciale. Così avvenne, al congedo creò uno studio a Marina di Carrara, in Ruga Maggiani e si diede permanentemente alla fotografia. Bessi si immedesimò al rapporto tra fotografia e arte, portando la fotografia come strumento di reportage, fino alla fotografia di massa e all'uso di questa da parte delle avanguardie artistiche. Io personalmente, molti anni dopo, mi feci fotografare proprio da Ilario Bessi, nel suo studio di via Mazzini, nel Palazzo del Politeama, il 15 agosto 1946, avendo tuttora tale ritratto, sul quale mi sviluppò anche alcune foto tessera per la carta d’identità. Quindi continuando, di bene in meglio ed ormai quale professionista Ilario Bessi si appropriò di questa grande arte di fermare il tempo in momenti della vita, spesso indimenticabili ed ha sempre amato il mondo della fotografia e la possibilità di catturare un momento, un attimo, una sensazione tramite un semplice scatto. Lo incontrai, la prima volta, credo nel 1949-50 sul treno, corse effettuate ancora dalla Marmifera, sulle cave per la ripresa del film “Figli di Nessuno”, con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson regista Raffaello Matarazzo e tutta la compagnia cinematografica. Bessi era intento in discussione con certo Rodolfo Lombardi, il fotografo della “troupe”. (Lo stesso fotografo che Bessi aveva incontrato sul treno della Marmifera, ora era a Monzone per il film “La catena dell’odio”, sempre con Nazzari e Ursula Andress).Edizioni pubblicate da Ilario Bessi :
- Volume con foto di Bessi “Luci di Marmo” (e testi di Romano Bavastro, Rosaria Bertolucci e Vittorio Payer), Ediz. Pacini, Pisa 1989 - con il personaggio in copertina, del "Bagascio", il giovanissimo tuttofare del cavatore. Al termine del viale, di spalle al mare, opera in marmo statuario di  Felice Vatteroni, prospetticamente sul lungomare, al centro del viale XX Settembre (vedi Storia del Viale XX Settembre); ed anche un Ristorante così denominato, qualche metro prima, in via Genova.
IlarioBessi, “Un Fotografo in città, Carrara, 1946-1980”, Libro fotografico e documentario sulla trasformazione del territorio del comune di Carrara dal dopoguerra agli anni 80, visto attraverso immagini inedite del noto fotografo carrarese Ilario Bessi. Un percorso nella storia urbanistica, sociale e di costume di una provincia italiana.

Gli anni della sua vita

1903 Nasce a Carrara
1923 Comincia la sua attività di fotografo lavorando per la costruzione della torre Fiat
1925 Esegue per la stessa una fotografia su un faro di un'automobile Balilla , che la Fiat impegna per il 50° anno di fondazione nella copertina del volume stampato per lìoccasione.
1926 Apre a Marina di Carrara il primo studio fotografico
1929 Rileva lo studio del fotografo Carlo Valenti a Carrara
1931 Alla Mostra Nazionale di Bolzano riceve la grande medaglia Vermeille
1934 Medaglia d'argento alla mostra dell'Accademia di Belle Arti di Carrara
1935 Medaglia d'oro alla mostra dell'Accademia di Belle Arti di Carrara
1936 Mostra personale all' Accademia di Belle Arti di Carrara
1938 Riceve il 3° premio alla Mostra Nazionale del paesaggio di Lucca.
1939 Vince il concorso indetto dal Ministero della Cultura Popolare per il miglior fotografo della provincia di Apuania nello stesso anno viene nominato corrispondente fotografico per la rivista  Italia Mare.
1940 Arturo Dazzi lo incarica di eseguire le fotografie dei lavori scultorei per il monumento  a Guglielmo Marconi, ed inoltre un documentario cinematografico assieme al registra Krimer. Da questo incontro nasce un rapporto di amicizia e di lavoro con Arturo Dazzi pittore e scultore.
1941 Viene nominato corrispondente
1946 Si iscrive al primo corso di Ottica presso l'Istituto Nazionale di Ottica di Arcetri in Firenze e ne consegue il diploma.
1947 Ha l'incarico ufficiale del quotidiano La Nazione come fotoreporter della provincia
1950 Realizza un cartello d'arte per la Famiglia Artistica Carrarese
1951 E' nominato dall'Istituto Tecnico Commerciale Statale di Carrara fotografo ufficiale per documentare i numerosi viaggi in America e nell'Europa Occidentale-
1953 Realizza un documentario artistico sulla Cena di Leonardo da Vinci. Nello stesso anno ha la nomina di corrispondente del Cinegiornale Mondo Libero. Inviato speciale all'isola D'Elba per il disastro del Comet che riuscì per primo a fotografare e filmare.
Diventa fotografo dell' Henreaux, un famoso laboratorio di scultura frequentato dai maggiori artisti
( Moore, liptz, Arp, Zadkin )
1961 Produce e dirige un importante documentario sulle cave di marmo ed uno sulle Alpi Apuane, a seguito di un concorso internazionale indetto dalla rivista Domus vincendo il primo premio. Nello stesso anno fotografa un drammatico varo con l'affondamento della nave, riprendendo tutte le scene
del tragico avvenimento. Le foto sono pubblicate su tutti i giornali nazionali ed internazionali fra cui Paris Match e Stern.
1962 Collaborazione con Editalia- Roma per la realizzazione di un volume su Arturo Dazzi. Diviene fotografo di fiducia dello scultore inglese Henry Moore con il quale stringe una lunga e profonda amicizia.
1963 Fa parte della commissione inviata dall'Unesco in Egitto ad Abu Simbel per salvare i templi di Ramsete II
1964 Riceve una medaglia d'oro dalla Provincia di Massa Carrara per la lunga e intensa attività
1967 Mostra fotografica nel castello Malaspina di Massa
1968 L'editore inglese Thames and Hudson  lo incarica di occuparsi della parte fotografica per la realizzazione di un importante volume in collaborazione con Herry Moore su Giovanni Pisanino
1970 E' chiamato a Londra da Herry Moore  per eseguire un catalogo per la mostra a New York dello scultore.
1972 Esegue tutte le fotografie e cura la stampa per il volume sull'artista Sergio Vatteroni.
1975 A Firenze, nel Palazzo della Signoria, riceve il diploma d'onore di Maestro Ottico. In occasione della fiera del libro di Viareggio è allestito uno stand con una serie di gigantografie che illustrano le opere di Michelangelo e il paese natale.
1976 Mostra fotografica alla Camera di Commercio di Carrara
1979 Fotografo ufficiale del 1° simposio di scultura di Carrara per il quale collabora per tutta la sua durata.
1980 Inizia a collaborare con la Marmo e Macchine per realizzare cataloghi e manifesti
1984 La città di Milano organizza al Museo Archeologico una Mostra con un centinaio di immagini riguardanti il marmo, le cave e la fatica dei cavatori,dal titolo La montagna di marmo. La mostra ha durata di due mesi con grande successo.
1986 Muore a Carrara il 26 luglio 1986

E' stato fotografo ufficiale della biennale di scultura Città di Carrara, che si è svolta dal 1957 al 1973. Ripresa nel 1998, l'ultima edizione si è svolta nel 2000. Alla biennale hanno partecipato i più grandi scultori contemporanei. Ha fotografato opere degli artisti : Martini, Moore,Arp, Lipchitz, Manzù,Pomodoro, Sassu, Greco,Vangi, Bressay, Gilardi, Cardenas, Penalba, Adam, Azuma, De Chirico, Koper, Bodini,Signori, Dazzi, Dunchi, Guadagniucci, Ambrogetti, Binelli, Fabricano, Cidonio, Rensnik e molti altri.
Questo è lo scopo di CarraraOnline.com, raccogliere tutta la Nostra meravigliosa storia e lasciarla GRATUITAMENTE alle generazioni future.
Si ringrazia lo studio fotografico Ilario Bessi di Carrara, per aver permesso l'autorizzazione alla pubblicazione del redazionale e per aver autorizzato l'uso di alcune immagini.
Fotografia… Un’arte perduta!

In occasione del veglione di fine d’anno, ho visto moltissimi ragazzi, che si divertivano a riprendersi l’un l’altro con i telefonini, mentre brindavano, per poi inviare le foto ai loro amici e conoscenti. Scattare una fotografia oggi, è un gesto quotidiano, quasi banale, e lo si fa appunto anche con i telefonini, ma solo sessanta anni fa, era considerata quasi una magia. Il padre della fotografia, ha un nome quasi impronunciabile Nicèphore Niepce, che nel 1826, ottenne su una lastra di peltro, una fotografia dei magazzini davanti al suo laboratorio, con una posa di ben otto ore. Ma la vera svolta nella sua evoluzione, si ottenne nel 1835, quando, J.Daguerre, scoprì le proprietà di sviluppo dei vapori di mercurio, su di una lastra di rame ricoperta da ioduro d’argento. Perché è proprio di questo che voglio parlarvi, cioè di quando per fare una foto era necessario avere un negativo. Un tempo il negativo era soltanto piano, di solito una lastra di vetro, diventando poi, in tempi moderni, a rullino. Anch’io per parecchio tempo mi sono dilettato di fotografia e voglio spiegare ai lettori più giovani cosa è un negativo: su un nastro di plastica trasparente (un tempo di celluloide) è spalmata una gelatina, una volta di ioduro d’argento, oggi di sintesi, sensibile alla luce. Quando viene “impressionata” ovvero esposta per una frazione di secondo alla luce, questa reagisce schiarendosi. Un successivo bagno in un acido particolare, permette di avere in “negativo” ovvero di trasformare i bianchi in neri, compreso le innumerevoli varietà di grigi, del soggetto fotografato. Ponendo il negativo sotto un “ingranditore, ”e proiettando l’immagine su di una carta fotografica sensibile alla luce, tutto torna in positivo e si ottiene una fotografia. Fra tutte le grandi invenzioni, la fotografia è quella che certamente ha faticato di più ad affermarsi tra la gente comune, e questo per delle ragioni ben precise: prima di tutto, il costo, quello delle prime macchine fotografiche era proibitivo, oltre al loro ingombro, davvero impressionante, poi la maggior parte della popolazione ignorava totalmente il loro funzionamento, infine il materiale fotografico era introvabile, doveva essere fabbricato in modo artigianale. Ecco perché, fino a quasi tutti gli anni quaranta, la fotografia era un’attività svolta solo da professionisti. Le foto del tempo erano soltanto in bianco e nero, le pellicole poco sensibili alla luce, tutte piane, richiedevano tempi di esposizione molto lunghi, con il soggetto completamente immobile, per evitare che risultasse mossa, ossia con i contorni sfuocati. Grazie ai ricchissimi archivi fotografici di alcuni grandi e noti fotografi carraresi, (cav. Ilario Bessi, foto Michelino) oggi è possibile conoscere con precisione l’evoluzione del lavoro nelle cave, della moda nella vita quotidiana, e l’urbanistica della nostra città, a distanza di quasi cento anni. Era usanza, fino a tutti gli anni cinquanta, farsi fare una fotografia in divisa militare durante il periodo di ferma per gli uomini, mentre per le ragazze era di prammatica la foto sedute con l’abito dalla festa con il “fidanzato” ufficiale immobile dietro alla sedia, scattata nel giorno del fidanzamento. Questa abitudine ha permesso ha molti di noi di conoscere i tratti somatici dei nostri nonni e bisnonni, cosa questa, per molto tempo, possibile solo ai principi regnanti attraverso i quadri commissionati a grandi artisti. La stampa della foto avveniva per “contatto”, ossia si sovrapponeva il negativo alla carta sensibile, questo faceva sì, che i formati, ovvero le dimensioni delle foto, fossero molto diversi tra loro. Paradossalmente, la seconda guerra mondiale svolse un ruolo importantissimo nello sviluppo della fotografia. Per prima cosa si pensò di fare i negativi a rullo, con una serie di fori laterali per ottimizzare il trascinamento, poi si cercò di standardizzare le loro dimensioni, infine si cercò di costruire macchine fotografiche molto più piccole e affidabili. Furono costruite macchine ad alta velocità, per la ricognizione aerea, per finire a quelle microscopiche, per azioni di spionaggio, adatte alla produzione di microfilm. Alla fine delle ostilità, si affacciarono sul mercato le prime macchine fotografiche a soffietto. Alcune di fabbricazione tedesca, altre nostrane, come le famose Petri, erano alquanto semplici, con l’obiettivo a fuoco fisso, cioè che non si poteva in nessun modo variarne l’inquadratura, con i tempi di scatto relativamente lenti di solito non più alti che 1/125 di secondo. Per ottenere lo sviluppo e la stampa delle foto, bisognava portare il rullino dal fotografo che provvedeva in camera oscura, a svilupparlo, e poi a stampare le foto, tempo medio, dieci giorni. La marca della pellicola che a quel tempo era leader in Italia era la Ferrania. Nata dalle ceneri di una fabbrica chimica che produceva esplosivi, seppe in pochi decenni farsi apprezzare in tutto il mondo, riuscendo attorno agli anni sessanta a fabbricare la pellicola cinematografica a 640 ASA, una sensibilità mai raggiunta al tempo, si cimentò anche nella costruzioni di apparecchi fotografici con ottimi risultati. E’proprio su pellicola Ferrania che l’Istituto Luce produsse nel 1929 a scopo propagandistico, il documentario ambientato sulle nostre cave intitolato Il Monolite, che io consiglio vivamente di vedere, che descrive per immagini l’estrazione, e il trasporto di un enorme blocco di marmo destinato a diventare un obelisco in onore di Benito Mussolini a Roma. Fino agli anni settanta, la fotografia non fece registrare grandi cambiamenti, essendo sempre considerata una passione da ricchi. Ma con il miglioramento del tenore di vita conobbe un incremento vertiginoso. Le attività all’aperto, prime tra tutte quelle sportive, scatenarono nella gente la voglia di fermare quei momenti felici, così il mercato rispose con il lancio di nuove macchine fotografiche, sempre più perfezionate, e con la comparsa delle prime pellicole a colori.
Apparvero anche le prime cineprese a passo ridotto, anche queste basate sul principio del negativo avevano una bobina che durava circa tre minuti, dopo di che doveva venire sostituita con una nuova, il formato era 8 millimetri, dopo poco trasformato in Super 8, lo sviluppo avveniva in laboratori specializzati, quasi tutti ubicati nelle grandi città, come Roma o Milano, l’invio tramite Posta comportava lunghissimi tempi di attesa, e spesso, terminava con lo smarrimento delle pellicole inviate. Complice anche il costo non indifferente dei proiettori, necessari per la loro visione, la cinematografia amatoriale non ottenne mai un grande successo. Negli anni ottanta la fotografia conobbe il suo massimo splendore, l’industria giapponese, con l’impiego massiccio dell’elettronica, sorpassò quella europea nella costruzione di apparecchi fotografici, mentre quella chimica americana, con la Scotch, che assorbì la Ferrania, e con la Kodak, diventò leader mondiale nelle pellicole. Si formarono due scuole di pensiero negli utilizzatori della fotografia; i cosiddetti fotografi della domenica, che volevano apparecchi completamente automatici, quasi a prova di errore, e i dilettanti evoluti, che pretendevano apparecchi professionali. L’industria accontentò entrambi, sfornando apparecchi fantascientifici; macchine automatiche capaci di rimediare a un’eventuale errore di ripresa, reflex professionali con teleobiettivi capaci di riprendere chiaramente oggetti molto piccoli anche a grandi distanze, otturatori capaci di tempi di scatto incredibili (si arrivò a 1/6000 di secondo) motori di trascinamento del rullino in grado di  fare cinque fotogrammi in un secondo, telemetri a raggi infrarossi capaci di mettere a fuoco il soggetto anche al buio o in movimento, flash potentissimi e completamente automatizzati. Sviluppare un rullino di fotografie, necessitava ora meno di un’ora, e il suo costo era diventato bassissimo. Anche le pellicole, ormai solo a colori, ebbero un incremento, in qualità cromatica, e in sensibilità, presero campo anche le Diapositive, una pellicola speciale che si sviluppava subito in positivo, ma che richiedeva un proiettore per la visione delle foto. L’avvento delle prime videocamere VHS, dettero inizio al lento declino della fotografia da negativo, fino alla sua totale scomparsa con il proliferare delle macchine digitali. La fotografia da negativo, in bianco e nero e a colori, è stata per decenni una forma d’arte, di cui il fotografo era il vero artefice, giocando con il diaframma (che determina la quantità di luce che colpisce la pellicola) e i tempi di esposizione (che ne determinano la sua durata), riusciva a creare veri capolavori. Ed è un peccato che debba finire in soffitta. Qualcuno dirà che quella digitale è altrettanto valida, ma io non sono d’accordo, prima di tutto, sono i microprocessori a comandare tutto, e poi, noi abbiamo negativi di oltre cento anni fa, che sono ancora in grado di riprodurre l’opera originale: il digitale saprà fare altrettanto?

Enzo De Fazio




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