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In epoca protostorica una vasta area dell’Europa era occupata da una popolazione d’origine indoeuropea, i Liguri, che divisa in tribù occupava un’area che andava dalle foci del Rodano all’alta valle dell’Arno e a nord arrivava alla valle padana, nella quale popolazioni d’origine Ligure si frammischiavano a popolazioni d’origine celtica. La zona che andava dal fiume Magra al fiume Arno era abitata dalle tribù dei Liguri Apuani. La più antica citazione storica dei Liguri che si conosce si ha in un frammento di Esiodo, riportato da Strabone che cita: “Gli Etiopi, i Liguri e gli Sciti allevatori di cavalli.” Nel quale sono riportati i nomi dei popoli che abitano al di fuori del mondo greco: Gli Etiopi a sud, i Liguri ad ovest e gli Sciti a nord. La descrizione che di questo popolo dà Diodoro Siculo è significativa dell’immagine che il mondo antico aveva dei Liguri ed è successivamente ripresa da altri autori. Le guerre che Roma dovette sostenere per sottomettere i Liguri ed aprirsi un passaggio terrestre verso la Gallia e la Spagna, sostenute a cavallo delle guerre puniche, furono particolarmente aspre e causarono gravi difficoltà, secondo Tito Livio, allo stato romano. I Liguri Apuani che risedevano ad est della Magra costituivano confederazioni di comunità su base tribale. Le tribù s’insediavano sulle cime delle colline in “vici e castella”, praticavano attività prevalentemente pastorali e non disdegnavano di compiere scorrerie a scopo di rapina contro i popoli confinanti, si riunivano soltanto per combattere un nemico comune come appunto quello romano. La necessità romana di rendere libere e sicure le comunicazioni terrestri verso la Gallia e la Spagna, furono la causa del “ De bello Apuano”.
Una guerra che durò ben tredici anni, negli anni che vanno dal 193 al 180 a.C .Di quegli eventi una descrizione romanzata e molto ben scritta si trova nel libro di Maurizio Maggiani “Il coraggio del pettirosso” edito da Feltrinelli, nella collana “I narratori”, che vi consigliamo vivamente di leggere. Al termine di questa guerra lunga e difficile, per impedire nuove sollevazioni, ben quarantamila capifamiglia prima, e altri settemila poi, saranno deportati dai romani, assieme a mogli e figli, nel lontano Sannio dove costituiranno una piccola oasi d’isolamento etnico che sopravvivrà per secoli. Il territorio costiero sottratto agli Apuani è distribuito ai coloni romani mentre ristretti nuclei di popolazioni indigene sopravvivranno stentatamente nelle valli appartate della Lunigiana.
Eppure ancora nel 155 a.C. ci sarà l’ultima ribellione degli Apuani, stroncata in un ennesimo bagno di sangue dal console Marco Claudio Marcello. Da quel momento in poi, la storia del territorio carrarese si identificherà con quella della città di Luni che i romani avevano fondato nel 177 a.C. Finché durò la fortuna di Roma l’escavazione del marmo costituì la più rilevante attività economica della zona apuana. La caduta dell’impero causò la cessazione dell’estrazione del marmo e gettò Luni e il territorio circostante in una crisi economica secolare.
Di quel lungo periodo scarseggiano le notizie storiche. Ci sono notizie, tra realtà e leggenda, intorno ai saccheggi di Luni nel V secolo da parte dei Vandali, da parte dei Longobardi nel 643 ed ancora negli anni 849 e 860 (quando sarebbe stato martirizzato il patrono di Carrara San Ceccardo) e 894, da parte dei Saraceni. Le prime notizie storiche che si hanno della città di Carrara risalgono al 963, quando l’imperatore Ottone I dona al vescovo di Luni, Adalberto, la “Curtem de Cararia”. Sotto il governo dei vescovi di Luni Carrara rimane fino all’inizio del XIII secolo, quando riesce a sottrarsi alla giurisdizione vescovile. In quegli anni la lavorazione del marmo è esercitata da una casta chiusa, fedele e controllata dal Vescovo di Luni ed organizzata nel territorio vicino alla curia (a Vezzala). A tale casta si oppose, ben presto, una nuova classe di operatori, organizzata nell’attuale centro storico, che mal sopportava lo strapotere della prima. La contrapposizione sfociò in una lotta politica aspra tra i Guelfi fedeli al vescovo e i Ghibellini fautori del libero Comune. Vinsero questi ultimi ed esiliarono gli scultori “et omnia qui laborabant marmorum” dipendenti dal vescovo. Successivamente Carrara passa sotto la signoria di Pisa, di Castruccio Castracani, degli Spinola, dei Visconti e, dal 1473, dei Cybo-Malaspina, sotto i quali forma un ducato autonomo che dura, passando in seguito al Cybo-Este, fino alla morte dell’ultima Cybo, Maria Beatrice nel 1829. La città di Carrara fu allora aggregata al ducato di Modena e nel 1859 si unì al Regno d’Italia.