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Arturo Dazzi

Persone illustre
In occasione del cinquantesimo della sua scomparsa segnaliamo la MOSTRA dedicata ad ARTURO DAZZI, la quale inizia il 17 marzo e termina il 30 aprile 2017. Questa e la seconda, dopo Roma, poi andrà a Forte dei Marmi, dove rimarrà.
Il suo “Cavallino” di piazza Farini è diventato il simbolo della piazza, tutti i carrarini sono affezionati a quel puledro marmoreo in bardiglio grigio.


Arturo DAZZI  (1881 – 1966)

Dazzi Arturo, figlio di Lorenzo ed Amalia Castelpoggi, nacque a Carrara il 13 gennaio 1881.
Il padre, che era proprietario di cave di marmo e aveva un laboratorio per la lavorazione di questo materiale, morì quando Arturo aveva solo sette anni, lasciandolo in condizioni economiche disagiate. Nato Wlliam, alle ore sette a Carrara in via Finelli 36 (ora via dell’Arancio, 1 – ma può darsi che in quel periodo la casa d’angolo avesse l’ingresso in via Finelli e lo conferma il negozio attuale, che la proprietaria stessa nota delle conformazioni strutturali riconducibili ad un laboratorio). Il nuovo nato viene registrato al Comune di Carrara il 17 gennaio 1882 alle ore nove con atto compilato e firmato dall’ufficiale di Stato Civile Francesco Valentini, “. . . avanti di me è comparso Dazzi Lorenzo di anni trentotto, negoziante, domiciliato a Carrara, il quale mi ha dichiarato che alle ore sette antimeridiane del dì tredici del corrente mese, nella casa posta in via Finelli, al numero trentasei, da Amalia Castelpoggi sua moglie (. . .) è nato un bambino di sesso maschile che egli mi presenta, a cui dà il nome di William. A quanto sopra ed a questo atto sono stati presentati quali testimoni Alessandro Vanilli, di anni ventisei, scalpellino e Gennari Michele di anni trentasei, lustratore”. (atto di nascita nr. 58 del 1881, Comune di Carrara).
Da questo atto di nascita si viene a sapere che il padre Lorenzo, come alcune biografie riportano, non era un proprietario di cave: era sì proprietario, ma di un laboratorio per la lavorazione ed il commercio del marmo (probabilmente quello sottostante la casa natale del figlio e dove abitava la famiglia Dazzi). Inoltre l’artista ha sempre raccontato che perdette il padre a sette anni, ma dalla testimonianza successiva alla morte dell’artista, si apprende la verità al doloroso episodio, ovvero, per i moltissimi rapporti di lavoro con gli Strati Uniti, fu proprio per andare a ritirare un credito negli USA, che un giorno partì e non si seppe più nulla. Da questo fatto il laboratorio andò man mano decadendo sino alla liquidazione per poche lire, trovandosi la famiglia in miseria. A causa di ciò alcuni parenti accolsero nella loro casa il giovane William (detto Arturo) e lo avviarono al mestiere di scalpellino e sbozzatore, nella bottega dello zio Nicola.
Era il marmo stesso a favorirne l'attitudine e ad interpretare la scultura per via architettonica. Entrò nel 1892 all'Accademia di Belle Arti di Carrara, dove conobbe personalmente il suo insegnante Lio Gangeri, con vero nome Letterio abbreviato in Lio, (Messina, 1º giugno 1845 – Salerno, 5 febbraio 1913, poi direttore dell’Accademia di Belle Arti carrarese), dove rimase fino, al 1899. I suoi studi si fondavano sullo studio della produzione rinascimentale del '400 e del '500, che infatti costituì il punto di riferimento fondamentale della sua formazione. Nel 1901 gli viene assegnato il Pensionato Artistico Provinciale Triennale con l’altorilievo “Visita di Andrea Pisano alle cave di Carrara” (ora all’Accademia cittadina), dove dimostra il suo realismo sociale. Si trasferirà a Roma dove risiede sino al 1925 e dove, l’anno successivo ottiene due significativi riconoscimenti: il primo premio del Concorso Albacini e del Concorso Stanziani. Da questa data inizia la sua ascesa nel campo della scultura verista. Sposa anche, il 18 febbraio 1904 Italia Scopsi, della Lia, non ancora ventenne. Quindi regolarizza il suo trasferimento a Roma dove nascono i due figli: Romano (nato nel 1905) e Renzo (nato nel 1907).
(Nei primi anni della vita, Romano, figlio di Arturo Dazzi, scultore di successo, è un acclamato enfant prodige. Ed anche un giovane bellissimo, dal temperamento appassionato, tutto irruenza, senso dell’avventura, entusiasmo per la vita.
Romano Dazzi, figlio del celebre scultore Arturo, nato a Roma nel 1905, dimostrò eccezionale predisposizione al disegno fin dalla primissima infanzia, tanto che Ugo Ojetti, apprezzandone il talento lo presentava già al pubblico nella “Illustrazione Italiana” del 1918.
Nel 1923 inviato in Libia dal Governo italiano per documentare le operazioni militari ed eseguire disegni di soggetto coloniale, scopriva la sua passione per il mondo africano, che rimarrà una costante della sua produzione artistica insieme alla straordinaria attività artistica.
Nel 1926 ottiene il prestigioso incarico di decorare l’Aula Magna dell’Accademia di Educazione Fisica a Roma, terminando il lavoro nel 1932.
È la sua una ricchissima produzione di studi di atleti, pugili, tuffatori, con cui ottenne il premio per la pittura alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.
Nel 1987 il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, acquisisce un cospicuo numero di fogli.
Nel 1988 la galleria Carlo Virgilio dedica all’artista una prima personale e successivamente, nel 1991 a Chicago, una seconda esposizione in associazione con la Roger Ramsay Gallery).

A Carrara è stato dimenticato, principalmente per aver aderito quale artista fascista, non solo e non tanto per scelte personali di militanza politica, ma anche per aver condiviso appieno gli ideali e i programmi. Infatti dalla sua città natale fu dimenticato proprio a motivo della sua collocazione politica, anche se alcuni critici cercano di redimerne la storia. Il 4 giugno 1907 fu iniziato in Massoneria nella Loggia Fantiscritti di Carrara (vedi allegato: Proclama della Sezione Provinciale di Brescia, relativo alla riesposizione della statua del Bigio, detta “Era Fascista”). Il fascio di Carrara si costituì al ritorno di Renato Ricci, da Fiume; la leggenda fascista vuole che fosse formato di soli 17 giovani che dettero l’assalto alle orde bolsceviche e anarchiche e le sgominarono. La verità è un po’ diversa dalla leggenda: le file fasciste s’ingrossarono immediatamente e gli squadristi carraresi, come scrisse nel 1922 il prof. Adolfo Angeli, futuro Sindaco fascista e presidente dell’Accademia di Belle Arti: furono validamente e fraternamente coadiuvati dai vicini fascisti di Massa, della Versilia, di Pisa, di Firenze, della Spezia ma non per questo fu meno aspro il loro compito. Se anche fossero stati una minoranza rispetto agli avversari, ciò che già nella seconda metà del ’21 è assai dubbio, i fascisti introdussero nella competizione politica la violenza organizzata e la tecnica del concentramento delle forze che permise loro di essere costantemente una maggioranza armata, contro una minoranza, se non sempre disarmata, impreparata e disorganizzata. Comunque, come fu possibile che in un anno i fascisti riuscissero a rovesciare i rapporti di forza e ad impadronirsi del potere? Agli inizi del 1922 le organizzazioni sindacali, le leghe, erano quasi distrutte, l’amministrazione Starnuti rovesciata, i partiti politici o dispersi, come il comunista e socialista, o resi impotenti come il repubblicano. Certamente la violenza ebbe una funzione determinante, ma la vittoria fascista fu prima di tutto una vittoria politica. Non tanto i partiti popolari furono incapaci di difendersi dall’assalto armato delle squadre d’azione, quanto piuttosto furono incapaci di esprimere una politica che rappresentasse un’alternativa rivoluzionaria o democratica concreta. Evidentemente, a questo punto, il discorso andrebbe allargato, e noi, invece, dobbiamo occuparci soltanto di ciò che avvenne a Carrara. Il martirologio ufficiale fascista contempla undici morti, un mutilato e trentaquattro feriti. Ma chi erano e in quali luoghi furono essi colpiti? Quanti furono gli uccisi dai fascisti? Quando questi scatenarono l’offensiva erano già avvenuti episodi di violenza senza tuttavia che si giungesse all’omicidio. Il primo ucciso fu il repubblicano Battista Fabbiani di Bergiola; subito dopo, l’8 gennaio 1921, nello stesso paese furono uccisi i fratelli Renato ed Eugenio Picciati, (che gli dedicarono l’attuale viale Galileo Galilei), studenti e l’operaio Giulio Morelli, tutt’e tre fascisti; il 20 dello stesso mese a Torano fu ucciso il socialista Gino Giromini. Era cominciato l’anno di sangue. Ecco l’ambiente in cui operò Arturo Dazzi, amico di Marcello Piacentini la cui architettura legata allo stile littorio, caratterizzo tutto il ventennio: è anche questo che i carraresi non perdonano al Dazzi, benché non gli si può attribuire stragi o cose del genere, ma forse doveva, in quel periodo, assecondare le idee fasciste se voleva lavorare. Personalmente non posso rimproverargli alcunché, mi presentò il giornalista Manrico Viti, piano terra presso Bar Europa nel Palazzo Vacchelli, nel 1949 (Viti lavorava per la Mobili Eterni IMEA, dichiarandolo grande scultore): ma dopo quell’incontro mai più rividi Arturo Dazzi, neppure quando scesi dall’ufficio dell’IMEA, dove lavoravo, a vedere il famoso “Cavallino” di Dazzi a pezzi nella vasca sottostante, dovuta ad uno scriteriato giovane, Osvaldo Grandi che s’era seduto sulla groppa dell’animale marmoreo facendo cedere le affusolate retrostanti gambe.
Delle opere di questo periodo ricordiamo il bassorilievo con Visita di Andrea Pisano alle cave di Carrara (Carrara, Accademia di Belle Arti di Carrara), che gli valse nel 1901 in contributo                                                                                                                                                                                                                                                 del pensionato artistico provinciale di durata triennale. Nel 1902 vinse il primo premio ai due concorsi nazionali Albacini e Stanziani. Giovanissimo, si era orientato verso un verismo a sfondo sociale, a mettere in risalto il lavoro umano, lo sforzo e le sofferenze che le uniscono.
Temi veristi ricorrono negli Eroi del mare, gesso (ora perduto, era nell'Accademia di Carrara e documentato solo in fotografia, che gli valse nell'anno 1905 la vincita del pensionato artistico nazionale di quattro anni a Roma. Nei Lavoratori delle Alpi Apuane (Carrara, Accademia di Belle Arti) del periodo carrarese e nel gruppo in bronzo (medaglia d'oro alla Esposizione di Monaco) I Costruttori (Roma, Palazzo dei Cavalieri del lavoro, sala del presidente), realizzato nel 1906, sempre durante il pensionato romano.
Quest'ultima opera, in cui il senso drammatico dello sforzo fisico degli operai è sottolineato da una trave disposta in diagonale nella composizione, rende bene la fondamentale differenza con il tono prevalentemente lirico.




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