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Castello della Pietra

Caprione passato e presente > Altri itinerari liguri
La tempesta lo aveva sorpreso. Dal nulla erano arrivati densi nuvoloni che avevano coperto il cielo, facendo sembrare che si fosse già all’ora nona. Un freddo vento da Est, aveva iniziato a mugghiare tra rami spogli del bosco, quasi fosse un toro furioso, facendoli piegare, e costringendo Fra Girolamo ad alzare il cappuccio del logoro e consunto saio. Non era più in grado di fare questi viaggi, era ormai vicino alle ottanta primavere, ma non si poteva certo disobbedire a un ordine del Priore. Un grosso tuono, lo fece trasalire, e spaventò talmente l’asinello che prese a scalciare ragliando disperatamente, tanto che a stento, il vecchio frate riuscì a trattenerlo prima che si desse alla fuga. Quasi fosse un segnale, le cateratte del cielo si spalancarono, e torrenti di acqua gelata si riversarono sul sentiero dei castellani, che s’inerpicava, sinuoso come un serpente, tra i secolari alberi del bosco, zuppando e infradiciando le foglie cadute, trasformandole in una scivolosa fanghiglia. I fulmini disegnavano nel cielo nero, dei ghirigori di fuoco, seguiti da tuoni assordanti, che facevano vibrare la terra, come se si dovesse spaccare da un momento all’altro. Il povero frate, non poté fare altro che legare l’asinello a un albero, e rannicchiarsi come meglio poteva tra le radici di un gigantesco castagno, sperando che quel pandemonio finisse presto. Zuppo fino al midollo, ben presto cominciò a tremare dal freddo, capì che doveva muoversi, l’ora dei Vespri si avvicinava, e non era salutare rimanere di notte nel bosco. Quando gli parve che la tempesta si fosse un pò calmata, slegò l’asinello, e dopo avergli fissato saldamente la fune alla cavezza, cominciò a tirarlo, mentre s’inerpicava faticosamente per l’erta mulattiera che lo avrebbe condotto al Castello della Pietra. La pioggia era quasi cessata, ma il vento, era aumentato d’intensità, facendoli gelare addosso il saio fradicio di pioggia, si sentiva in cuore in gola per la fatica della salita, ma allo stesso tempo provava la sensazione di essere immerso in una pozza d’acqua gelata. Sentendosi mancare le forze, si mise a pregare sottovoce, e proprio quando si sentì prossimo alla fine, lo vide. Quel castello lo aveva sempre affascinato, e ogni volta che lo vedeva, pensava alle fatiche inumane che dovevano avere sopportato i costruttori di quell’autentica meraviglia. Costruito nel mezzo di due alti e spogli pinnacoli in pietra, il castello era pressoché invisibile dal fondovalle, inaccessibile come un nido d’aquila, era posto a guardia dell’importantissima via del sale, che passando da Vobbia, si dirigeva verso Genova, e poi verso la ricca e fertile vallata Padana. Nessuno era mai riuscito a espugnarlo, e il suo Signore, Oppizzone Della Pietra, con un pugno di armigeri, controllava tutto il territorio, assicurando, per un ricco compenso, una scorta armata, a viandanti e mercanti. Due giorni prima, un messaggero era giunto al Convento, e aveva chiesto al Priore che inviasse un esperto Padre Confessore al Castello, con estrema urgenza. Così, nonostante fosse un povero vecchio, e che si fosse nel pieno dell’inverno, era dovuto partire, essendo i frati più giovani inadatti a quell’importante missione.  Ora, dopo due giorni di viaggio in groppa al fido asinello, ringraziando il Signore era arrivato. La pioggia era cessata, ma le ombre scure della notte erano già scese, e le forme di quel poderoso maniero, apparivano sfumate tra la fitta nebbia che nel frattempo era calata come un umido sudario. Con sgomento il frate vide che il pesante ponte levatoio era già stato sollevato, e sperava vivamente di non dover passare la notte all’addiaccio! Non avrebbe visto il mattino! “Chi va la!” urlò la sentinella seminascosta da una feritoia posta sopra il camminamento di ronda, “sono padre Gerolamo, del Convento di San Colombano da Bobbio, e chiedo udienza a sua Signoria”. Dopo poco, con un rumore di catene il ponte levatoio fu calato, e il grosso portone rinforzato da borchie di ferro si aprì. Il Capitano delle guardie, con un armigero che portava una lanterna, uscì, e dopo essersi assicurato della reale identità del frate, lo fece entrare. Appena dentro, ci si accorgeva di quanto fosse stato abile, e astuto, il costruttore di quel maniero. Chiunque, dopo aver abbattuto il portone, fosse riuscito a entrare, si sarebbe trovato in un grosso cortile, circondato dai quattro lati da un alto muro senza scale d’accesso, restando così alla mercé degli arceri, che dalla sommità del muro, avrebbero fatto strage degli assalitori. Una scala di corda fu calata, e non senza difficoltà il vecchio frate salì fino in cima. Si trovò in un ampio salone, riccamente affrescato, con pesanti tende di broccato, che oscuravano delle ampie finestre che si affacciavano a dominare tutta la val Vobbia. Il Siniscalco lo accolse, baciandogli la mano con devozione, poi, dopo averlo condotto vicino a un camino dove ardeva un bel fuoco, chiamò una sguattera, ordinandogli di portare vestiti asciutti, e panni di lino caldi per asciugarsi. Rinfrancato da quel dolce tepore, il frate fu condotto in un’enorme sala da pranzo, dove al centro troneggiava un lungo tavolo di legno massiccio, contornato da sedie con alte spalliere, sul fondo della sala un grosso cavalletto munito di corda e carrucola, era adibito ad attingere acqua nella sottostante cisterna. Dopo averlo fatto sedere, il Siniscalco gli fece portare pane di segale, formaggio e vino, e mentre il frate affamato mangiava avidamente, gli spiegò il motivo della sua chiamata. Dopo pochi minuti fu fatto entrare al cospetto di sua Signoria. Una lucerna schermata da un panno rosso creava una luce quasi irreale nell’austera camera. I famigliari e l’intera Corte, erano radunati attorno al gigantesco letto a baldacchino. Sua Signoria Oppizzone Della Pietra, era coperto fino al mento da una ricca trapunta di seta, con impuntature dorate, teneva gli occhi chiusi, e le braccia distese, la barba bianca incorniciava un viso smunto ed emaciato, il respiro, affannoso e irregolare, muoveva appena lo scarno torace sotto le pesanti coltri. Il Siniscalco si avvicinò, e dopo essersi chinato, gli mormorò qualche cosa sommessamente nell’orecchio. Oppizzone aprì gli occhi, e faticosamente con la mano destra fece segno al frate di avvicinarsi, poi con un fil di voce disse agli astanti “uscite”. Raccontò al frate che quel maestoso maniero, era il suo “sogno di pietra”, e che per farlo avverare, fece azioni riprovevoli, come costringere i feudatari a lavorare fino allo sfinimento, o dissanguandoli con tasse inique e ingiuste, per finanziare il suo desiderio. Un violento colpo di tosse, lo interruppe, poi dopo alcuni minuti riprese la confessione. Aveva preteso il compenso per la scorta anche dai pellegrini, che non potendolo pagare, avevano cambiato percorso, restando spesso vittima dei “rubatori delle strade”. Ora, che stava per rendere l’anima al Signore, sperando di essere perdonato, stabiliva che ogni pellegrino che fosse passato dal Castello della Pietra, avrebbe avuto scorta e viveri per proseguire il viaggio gratuitamente, fino a quando la sua casata fosse esistita, dopo aver preso l’Eucarestia, e aver avuto l’Estrema Unzione, con un rantolo, rese l’anima a Dio.

Mario Volpi
La storia

Alla scoperta del Castello della Pietra e la leggenda del ponte di Zan ( il diavolo e il cane )
Sentiero dei Castellani
Punto di partenza Vobbia ( GE ) località Torre.
Dopo aver lasciato la macchina nella piccola corte della località si prende il sentiero di facile individuazione
( una didascalia con cartina è il punto di partenza ) che sale sinistra.

Storia Castello
Il castello sorge tra due torrioni di rocce creati dalla ( buddinga ) un agglomerato composto da grosse pietre che si tengono tra di loro da una malta composta dal disfacimento di molluschi alghe e conchiglie. La fortezza era una fortificazione dei Vescovi Corti di Tortona, nata per respingere gli attacchi saraceni. La prima fonte ufficiale citata di questo maniero risale al 1252, il documento riporta come proprietario un certo Oppizzone Della Pietra. Non si sa con certezza se Della Pietra era effettivamente  il suo cognome ed abbia dato di conseguenza il nome al castello o viceversa. Secondo gli studiosi questo signore era un discendente della dinastia dei Malaspina e nel 1252 firma un atto di non belligeranza con i feudatari della zona di non attaccarsi tra di loro. Sempre nello stesso anno negli annali del Caffaro,  ( gli annali della Repubblica di Genova ) si registra di una vittoria schiacciante di Genova nei confronti di Oppizzone perche costui avrebbe imprigionato nel suo castello due uomini del consiglio della Repubblica. Ovviamente Genova gli dichiarò guerra mandandogli contro una parte dell’esercito per liberare i due nobili. Sconfitto venne  incatenato e portato nelle prigioni genovesi. Su questo episodio però c’è chi sostiene che forse le cose non andarono proprio così. Come si sa la fortezza risultava inespugnabile sia per la sua  ubicazione e per lo stratagemma che Oppizzone aveva escogitato contro le invasioni, ( che vedremo più avanti ) quindi diventa difficile pensare che i soldati genovesi siano riusciti ad entrare con merito. Si pensa invece che per la loro liberazione sia stato pagato un riscatto, oppure che Oppizzone fu stato tradito da qualcuno dei suoi uomini che lasciò la porta aperta e il ponte levatoio giù. Questa ipotesi si avvalsa dal fatto che dopo una breve prigionia Oppizzone ritornò a casa sua il che fa presumere che poi le cose non andarono proprio male per lui. Nel 1300 finita la dinastia della piccola famiglia Della Pietra il castello passa nelle mani della famiglia genovese degli Spinola. Sotto il loro assedio avviene la prima trasformazione del castello, non più una fortezza atta alle respinte delle invasioni saracene ma diventa una fortezza di dazio. Qui non abitava il proprietario che invece viveva a Genova, ma ci risiedeva  il suo uomo di fiducia chiamato semplicemente il castellano che abitava assieme alla sua famiglia e una guarnigione di una ventina di uomini con il compito di controllare gli accessi alla via di comunicazione sottostante. La strada aveva un ruolo secondario ma importantissimo perché collegava le due più importanti vie di comunicazione fin dall’antichità. Ossia la Postumia ( attuale Seravalle ) e la via del sale che collegava tutta una serie di vie che da Genova portavano il sale verso l’ interno della pianura padana. Quindi vie traficatissime frequentante da pellegrini, commercianti ma anche da briganti. Proprio per non correre il rischio di essere derubati chi passava da quelle parti preferiva una via secondaria come questa, che sotto un pedaggio garantiva un transito sicuro sotto una scorta armata. Questa “attività” va avanti fino al 1518 quando muore l’ultimo Spinola senza lasciare eredi maschi e il castello passa sotto la famiglia degli Adorno. Anche quest’ultima famiglia non abitava nel castello che invece continuava ad essere abitato dal castellano. Proprio gli Adorno fecero la ristrutturazione del castello cercando di renderlo più vivibile rispetto agli anni precedenti e rinforzando l’ unico muro di difesa del lato vulnerabile dato che nel frattempo era cambiato anche il modo di fare la guerra, ( furono inventate le armi da fuoco )  doveva resistere alle cannonate. Sempre gli Adorno modificarono anche una parte dell’interno della stanza trappola posta al piano terra e costruita da Oppizzone.

Fortezza inespugnabile.
Gli invasori anche se avessero trovato il ponte levatoio giù e scardinato la grande porta d’ingresso si ritrovavano in una piccola stanza senza accesso ai piani superiori. L’unico accesso ai piani superiori era per mezzo di una scala a pioli ritraibile, quindi se qualcuno non era invitato la scala non era presente e non si poteva salire. La scala veniva ritirava di notte o durante i pericoli, così che anche se si fosse riusciti ad arrivare al primo piano si rimaneva ammassati nella piccola stanza dando ai difensori la meglio scagliando pietre e olio bollente dall’alto verso il basso. Questo è il modo di vita del castello fino al 1797, quando in Italia arriva Napoleone Bonaparte che destituisce i feudi Imperiali Liguri, togliendo i feudi alle proprie famiglie e di conseguenza anche alla famiglia Adorno attaccando il castello, che fu depredandolo e poi dato alle fiamme e di conseguenza abbandonato per anni. Solo nel 1918 e non essendoci più  i feudi e decaduta la clausola che imponeva il passaggio per via  testamentaria il Castello viene comperato dalla famiglia Beroldo di Torre che lo tiene fino al 1980. Alla morte del  cavaliere Beroldo la famiglia lo dona al comune di Vobbia che dopo 14 anni di duri lavori lo restituisce ai visitatori.  
 
L’interno.
Come detto in precedenza al piano terra si trovava il locale trappola e l’ingresso vero e proprio era al primo piano, dove ancora oggi  nella parete sono presenti i fori dov’ erano incastrate le catene del ponte levatoio. Al secondo piano l’ambiente composto da 3 stanze  non è più di tipo militare ma civile. In alcuni punti si notano ancora i resti dell’intonaco, il che fa presumere che in questi ambianti ci fosse il salone principale e un grande camino nella parte ne da quasi la certezza. Dall’altra parte della parte si trovava la cucina, mentre le altre due stanze erano la camera del castellano e quella degli ospiti. A questa altezza si trova all’esterno la prima cisterna di acqua piovana scava nella roccia e in questa stanza si trovava il pozzo collegato alla cisterna che tramite una carrucola tirava su l’acqua. Oltre all’acqua le scorte di sopravvivenza erano composte da farina di castagne, selvaggina frutta e verdura e coprivano il fabbisogno di circa 40 persone per sei mesi. Fuori da questo piano troviamo il camminamento di ronda tra la roccia e il muro esterno del castello, in questo percorso sulla sinistra si trova anche la seconda cisterna d’acqua e dopo qualche minuto arriviamo al punto di guardia che si apre sulla vallata e lascia vedere il ponte medioevale del di Zan, detto del diavolo. Salendo all’ultimo piano troviamo la caserma con le stanze dei soldati.
La leggenda di Zan

La leggenda di Zan
Siamo nel 1300, si narra che questo Zan potrebbe essere stato un nipote di Opizzone, costui voleva costruire un ponte per attraversare il torrente Vobbia  dove incontra la confluenza con un altro torrentello che scende dalla valle opposta. Questa costruzione si rendeva  necessaria per guadare facilmente il fiume, così da raggiungere agevolmente e velocemente la vallata opposta. Una sera mentre era disperato perchè non riusciva a trovare nessuno che fosse disposto alla costruzione, in quanto ritenuta di difficile realizzazione e pericolosa da lavorarci, avene l’incontro con il diavolo. Era una notte di ottobre e l’autunno avanzava a grandi passi. Nei boschi di castagno circostanti, il verde delle foglie aveva ceduto il passo a un giallo dorato.  Le cime più alte degli alberi erano già spoglie, e protendevano i loro rami simili ad artigli, contro il cielo nero, come se cercassero di trattenere l’estate che inesorabilmente fuggiva via.  A ogni alito di vento, nugoli di foglie si staccavano, e volteggiando leggere come leggiadre farfalle cadevano a terra, formando un soffice, tappeto alla base degli alberi. Il tempo era terribile, nuvoloni neri si rincorrevano, aggrovigliandosi e sfilacciandosi sotto il forte vento che ululava sinistramente tra le gole del torrente. Poi uno scroscio di pioggia improvviso face spengere la lucerna a olio che l’uomo teneva in mano. Accigliato e pensieroso si  era fermato al riparo di una grossa quercia nel punto esatto dove avrebbe voluto costruire il ponte, quando all’improvviso un rumore lo spaventò e girandosi di scatto vide avanzare verso di lui un uomo dall’aria tetra e cupa. Stupito Zan trattene il respiro, in quella notte buia come il diamante nero gli occhi dell’uomo che avanzava erano carboni ardenti. Ed è proprio li che avvenne l’incontro con il diavolo. Seguì un breve silenzio poi il diavolo chiese a Zan il motivo della sua disperazione e dopo aver ascoltato la richiesta disse : - Io posso aiutarti a realizzare ciò che desideri e potrei costruire il tuo ponte in una sola notte. –
- Ne dubito - ripose Zen, indugiando sospettoso.
- Bhe!!!, se è così mettimi alla prova allora - rispose il diavolo, - però devi sapere che ci sarà un caro prezzo da pagare.
- E quale sarebbe sentiamo - rispose Zen.
- Mi prenderò la prima anima che passerà dal ponte - rispose il diavolo.
Dopo un attimo di silenzio e da buon genovese Zan rispose che prima avrebbe voluto vedere il ponte e poi si sarebbe parlato della sua richiesta. A quel punto una strana luce si accese negli occhi da lupo del diavolo che guardandolo di sbieco esternò un finto sorriso e con petulanza accettò. Con una stretta di mano si congedarono, il diavolo con voce risentita gli disse, che lo avrebbe aspettato la mattina successiva alle ore 7. Poi con mutata indecisione Zan tornò al castello, quasi si fosse pentito di aver accettato la sfida passò tutta la notte in bianco. La mattina successiva slegò il cane dalla catena e all’ora prestabilita si recò sul posto. Incredulo vide che il ponte era li.
Hahhah una risata portata dal vento echeggiò nella gola del torrette : - Com’è Zan, non credi hai tuoi occhi!!! Dall’altra parte del ponte il diavolo lo aspettava, nella sua faccia vi era disegnato un ghigno sardonico e con enfasi esclamo! : - Hai perso Zan, hai perso la scommessa. – Dentro di se il diavolo sapeva che Zan avrebbe attraversato il ponte e così gli avrebbe potuto prendere l’anima.
Seguì un breve silenzio, poi Zan ancora incredulo osserva il ponte, scosse la testa meditando e come un freddo e controllato giocatore senza proferir parola prese dalla tasca del suo giubbone una formaggella e la tirò al centro del ponte. A quel punto il cane che si era portato dietro corse a prenderla.
: Ecco la tua prima anima :- rispose Zan, : - non sei contento, come vedi hai ottenuto ciò che volevi, hai vinto,hai vinto tu, esclamò : - A quel punto il diavolo si mise ad imprecare contro di lui agitando isterico le mani e con voce acuta e irritata rispose che lui voleva la sua di anima e non quella di un animale.
Con lenta determinazione Zan rispose : - Allora ieri sera ti sei espresso male, hai detto prenderò la prima anima che passerà dal ponte senza specificare di quale anima si trattasse : - Eccola la, l’hai avuta, prendila è tua!!! A quel punto il diavolo andò su tutte le furie, isterico e rabbioso fece crollare la montagna soprastante, grosse pietre precipitarono giù nella gola ma nonostante ciò la sua opera fu fatta talmente bene che ancora oggi, mentre i ponti moderni sono crollati sotto le piene del fiume e di frane quel ponte medioevale è ancora li.
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