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Oltre la vita

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Spetta/le Redazione
Fu in una calda e afosa serata estiva, proprio come quelle attuali che tutto accade......
Oltre la vita


Teresa, era la più piccola di una  nidiata di ben dieci bambini. I genitori erano mezzadri presso un Conte di Carrara, e si occupavano da generazioni della sua tenuta. Purtroppo però, la profonda crisi finanziaria che colpì pesantemente l'economia mondiale nel 1929, lo mise praticamente sul lastrico, costringendolo a vendere la proprietà in lotti, e così, le varie famiglie di mezzadri, si trovarono dall'oggi al domani in mezzo alla strada, senza neppure un tetto sopra la testa.
L'intera famiglia, fu costretta a emigrare in America. Con la morte nel cuore lasciarono la piccola Teresa che aveva pochi mesi, alle cure della nonna paterna, aiutata dalla compassione di un Convento di suore che si occupava di aiutare gli orfani. La nonna fece del suo meglio, arrivando perfino, nonostante non fosse più giovanissima, ad andare in giornata a mietere o vendemmiare, per tirare su qualche lira per allevare la piccola "un po arguaiata," (un poco in ordine) come diceva in dialetto. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, aggravò ancora di più la situazione, costringendo la bambina appena adolescente ad andare "per serva"(a servizio) presso una ricca famiglia di Avenza. Teresa, che tutti chiamavano Terè, nonostante che la sua vita fosse iniziata in salita, era una ragazza gioviale e solare, la splendida bocca era sempre sorridente, possedeva una carica di simpatia che la aiutava moltissimo a farsi benvolere da tutti. Alla fine della guerra era diventata una gran bella signorina; alta, slanciata, con un corpo perfetto, e  una gran massa di capelli castani che incorniciavano un volto dall'ovale perfetto, con un'incarnato leggermente ambrato che le dava un tocco di esotismo. Era talmente bella che tutti dicevano che "al parev un'artista" (come al tempo si diceva quando si parlava di attori, o attrici cinematografici.) Chiaramente questa sua avvenenza non era passata inosservata nella casa signorile dove prestava i suoi servizi. Durante le frequenti feste serali, alcuni facoltosi e attempati signori, non si facevano scrupolo di corteggiarla anche in modo abbastanza pesante. Sempre sull'orlo dell'indigenza più nera, con la vecchia nonna ormai quasi cieca da accudire, e con l'affitto della casa in cui abitava, da pagare, non si può certamente biasimarla se una volta, accettò il corteggiamento di un vecchio libertino. Presto però, da cosa occasionale, l'accettare le avances di uomini facoltosi, diventò la regola. Negli anni cinquanta la maldicenza uccideva più della spada, così sulla Terè cominciavano a circolare storie poco edificanti, tanto che la signora dove lavorava, per non passare da mezzana, la licenziò. Ma per la Terè cambiò poco o nulla, anzi aveva le giornate libere per poter accudire la vecchia nonna a cui voleva un mare di bene, e che considerava la sua vera madre. Le serate,e spesso anche i pomeriggi, invece, erano dedicati a questi ricchi "signori" che non si facevano scrupolo di mandarla a prendere da lussuose auto guidate da autisti in livrea. La Terè non era stupida, e facendo la "vita" anche se ad alti livelli, era consapevole che avrebbe  migliorato la sua situazione economica ma, compromesso irrimediabilmente la sua vita sentimentale, e la possibilità di sposarsi con qualcuno della sua età . Vicino a casa sua vi era la bottega alimentare di Fernà, (Fernando). Questo signore era stato colpito da bambino dalla Polio, un tempo chiamata "paralisi infantile" che gli aveva compromesso la gamba destra, era molto ricco, e "zitello," come si diceva a quei tempi, faceva una corte spietata alla Terè, anche se era perfettamente a conoscenza di cosa facesse per vivere. Lei faceva finta di non capire, e per non offenderlo, ridendo gli diceva che lei era troppo culturalmente "grottona" paragonata a lui. Fernà non era certamente quello che si poteva definire un bell'uomo, oltre alla vistosa zoppia, era alto poco più di un metro e mezzo, con una testa così piccola da risultare sproporzionata a confronto del  pur piccolo corpo. In compenso era un vero e proprio signore, nei modi, sopratutto per la sua pacatezza e proprietà di linguaggio, retaggio degli  anni passati a fare il maestro elementare, prima che il regime fascista lo epurasse. Un afoso giorno di agosto, la vecchia nonna della Terè si sdraiò per un riposino pomeridiano, per non svegliarsi più. Dopo le esequie, la Terè pensò che nulla più la trattenesse in quel luogo, e decise di trasferirsi in un paese a monte, dove nessuno la conoscesse. Confidò questa sua decisione a Fernà, durante una delle quotidiane visite al negozio per fare la spesa, Fernà rimase un attimo in silenzio, poi si recò alla porta d'ingresso, la chiuse, mettendo all'esterno il cartello "Chiuso", quindi rivolgendosi alla Terè con fare serioso gli disse" Teresa, capisco benissimo che io ho quasi il doppio dei tuoi anni, che tu sei bella come una Madonna, mentre io sono quasi deforme, ma mi devi credere quando ti dico che io ti amo come non ho mai amato nessuno in tutta la mia via." La Teresa era combattuta tra il compiacimento per il complimento, e lo sgomento per quello che sapeva che presto avrebbe dovuto rispondergli. Fernà continuò" Io vorrei venire a vivere con te, ti comprerei una casa, con due stanze separate, a me basterebbe solo lo starti vicino, pensaci!!! Poi fammi sapere". La Teresa, non aveva mai posseduto nulla, figuriamoci una casa, e poi non era certamente il primo uomo anziano che frequentava, quindi....Dopo pochi giorni si recò in negozio per accettare l'offerta. Si trasferirono  poco prima del paese di Bedizzano, in una piccola villetta appena restaurata dai danni subiti durante la guerra.  Come spesso accade, durante gli anni di convivenza la Terè passò dalla stima, all'amore per quell'uomo, che la amava in modo cosi totale. Smise di fare la vita, e diventò a tutti gli effetti la moglie di Fernà. Quando compirono i primi cinque anni di convivenza, Fernà le fece una sorpresa, venne a casa con una Fiat 600 Bicolore nuova di zecca. Poi disse che per quella sera aveva prenotato una cenetta intima al lume di candela in quel di Viareggio, sarebbe stata una serata stupenda. La Terè non potè trattenere le lacrime e gli si gettò al collo per ringraziarlo, "ti amo" le disse per la prima volta, al chè lui rispose" io più della mia stessa vita." La cena fu superba, il cibo ottimo, il vino poi, era indescrivibile, la luna piena che si specchiava su un mare calmo come una tavola, faceva illanguidire il cuore. Mentre tornavano a casa, nell'afosa serata estiva, Teresa sentiva un piacevole senso di leggerezza, certamente dovuto alle abbondanti libagioni, e si appoggiò alla spalla di Fernà che stava guidando. Fu un' attimo; da un grosso camion che li precedeva, senza alcun preavviso si staccò un grosso pezzo del telo della copertura, che dopo un breve volo, andò a cadere proprio sul parabrezza della seicento. Completamente accecato, e preso alla sprovvista Fernando, tentò di sterzare verso il bordo della strada, azionando nello stesso tempo disperatamente i freni. Con un orribile stridio di pneumatici, la piccola auto, fece un mezzo testacoda, schiantarsi di traverso contro un grosso pino, per poi cominciare a prendere fuoco. Teresa fu sbalzata dal sedile, urtando violentemente prima contro il braccio di Fernà,  e poi con il viso contro la portiera, sentì un terribile dolore alla testa e alla gamba sinistra, e il sapore dolciastro del sangue in bocca, poi svenne. Si riprese con la figura di Fernà che la trascinava  dicendogli  "Teresa stai tranquilla, vieni appoggiati a questo albero, stai calma e ricordati che ti amerò sempre!" Poi ebbe un forte giramento di testa che la fece svenire nuovamente. Si svegliò, con la gamba in trazione, e un terribile dolore alla testa e alle labbra." Dove sono?" Riuscì a farfugliare con le labbra gonfie e tumefatte, " Fernando dovè?" Un medico gli si avvicinò e gli disse, "Si trova all'Ospedale di Viareggio, lei è stata fortunata ad uscire da quell'inferno di fuoco, anche se non capisco come abbia fatto con una commozione celebrale, e una gamba fratturata, purtroppo il suo amico non c'è l'ha fatta, ma se può consolarsi non ha sofferto, è morto sul colpo, il mozzo del volante gli ha perforato il cuore, mi dispiace!"  

Mario Volpi
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