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Castello di Coderone

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COME ARRIVARE
Se  raggiungiamo il paese salendo da La Spezia il sentiero lo troviamo a sinistra, proprio su l'incrocio che a destra porta al paese, ovviamente viceversa se saliamo dalla strada panoramica che conduce alle 5 terre ( prima della galleria svoltare a destra ) fino al pese, li il sentiero rimane a destra su l'incrocio che conduce al paese.
ATTENZIONE, il sentiero non è indicato e dalla strada strada asfaltata si innoltra subito nel bosco.
Dopo pochi minuti si trova un ponticello, poi continuiamo fino al bivio, a questo punto si prende a destra a salire e in 10 /15 minuti si arriva alla struttura.
CASTELLO DI CODERONE
Il castello di Coderone, castrum coderonis, ormai non è che un grosso rudere che si erge su una collina che chiude la vallata di Biassa. Fu fatto costruire da Abedonio "q m Federico" e da "Canuto de Saluto" nel 1273. Il fatto che  sia di pianta squadrata  ci  porta a pensare che sia  opera di confraternite di muratori legate ai Templari , purtroppo l'interno è talmente malridotto che non è possibile ricostruire la disposizione degli ambienti.
Coderone è il nome del colle sul quale venne costruito il castello. il nome deriva forse dalla sua forma a "coda" che si stringe tra i due canali noti come Canale dei Foresti  e Canale del Diavolo.
Il compito del castello era di sbarrare la via verso il sovrastante castello di Carpena , fu fatto edificare infatti dai genovesi per  difendere la zona contro la repubblica di Pisa e impedire quindi  l accesso alla costa da Carpena, che era in mano ai pisani ; all' epoca  Genova e Pisa, entrambe repubbliche marinare, erano in guerra tra loro. I genovesi si accontentavano di conquistare la costa senza dotarsi di un retroterra sicuro, costringendo cosi le popolazioni del entroterra a fortificarsi e a schierarsi, secondo come gli conveniva, con i pisani o i genovesi.
Aveva un piccolo borgo, con la sua personale chiesa, posta sull'orlo di una cava sottostante (una cava di ardesia denominata Limo) dedicata a Santa Maria Magdalena, ma purtroppo oggi non ne restano che pochi ruderi.
Coderone venne modificato nel XV secolo, quando avendo perso la sua importanza strategica fu convertito in residenza signorile e venne occupato da una famiglia che divenne poi molto importante: i Biassa.
Secondo Ubaldo Mazzini, giornalista e storico spezzino, i Biassa, che portavano il nome del paese di cui erano Signori, discendevano dalla famiglia dei Viano di Carpena i quali a loro volta provenivano dai Bianchi d’Erberia, antichissimi Signori della Val di Magra. Essi ebbero grande rilevanza nella storia di La Spezia e negli annali militari di Genova e d'Italia, ebbero rapporti di amicizia e di parentela con i Conti Malaspina della Lunigiana, ospitarono personaggi illustri come Caterina de' Medici, papa Clemente VII, Papa Paolo III e l 'imperatore Carlo V.
Nel XVI secolo Baldassare Biassa fece ampliare il castello, ma nel XVII secolo quando la famiglia si trasferì a La Spezia portando con sè parte  dei dipendenti, Calderone venne definitivamente abbandonato per essere adibito poi anni dopo a cimitero .  Con l’editto napoleonico degli inizi dell’Ottocento che imponeva la tumulazione dei morti al di fuori dei centri abitati, i defunti di Biassa furono sepolti nel castello di Coderone, nell’attesa della costruzione dell’attuale cimitero. Per molti anni, il castello fu ricordato con il nome di Canpussàntu vèciu, per distinguerlo da quello successivamente costruito.

In collaborazione con ChatNoir
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Noi vi raccontiamo questa La fata e il Cavaliere

Un' altra leggenda narra che nel Castello di Coderone sia sepolta una chioccia con dodici pulcini d’oro. Chi ebbe la ventura di vederla si ritrovò malconcio sul greto del Canàu du Diàvu, sotto al Castello.
Canàu du Diàvu (Canale del diavolo)
Al di sotto dell’attuale strada Litoranea, tra il Coderone e le pendici di Santa Croce, si incontra il canale che si immette nel più grande Canale di Biassa all’altezza delle Fornaci e che a sua volta dà vita al Lagora. Il luogo è molto inospitale e forse questo gli ha meritato il sinistro nome. Il breve corso d’acqua scorre nelle vicinanze della cava Limo; per poter utilizzare l’area per la discarica dei detriti di risulta della cava stessa, fu coperta parte del canale e la superficie così ottenuta si adoperò per l’accumulo dei materiali.
La Fata e il Cavaliere


La Rocca di Coderone si stagliava alta e possente, contro il limpido cielo di quel pomeriggio assolato. Costruita dalla Signoria di Genova, per difendersi dalle minacce espansionistiche della Repubblica di Pisa, era stata concessa dalla stessa, ai Cavalieri del Tempio, perchè ne sbarrassero la via verso il sovrastante castello di Carpena.
La Rocca, a pianta quadra, era sorta su un' alto sperone roccioso, che ne rendeva impossibile l'accesso in caso di attacco nemico.
Si narra che il suo architetto, fosse a conoscenza dei misteri esoterici della Madre Terra, perchè la Rocca, e l'annessa chiesetta consacrata a Maria Magdalena, erano sorti esattamente sopra un incrocio di forze telluriche, che solo gli iniziati potevano conoscere.
Cormac, il Cavaliere Templare, si apprestava a svolgere il turno di notte.
Salutata la guardia smontante, si recò sul camminamento in cima alle mura.
Il sole di luglio, dopo aver arroventato le grigie pietre della Rocca, ora stava incendiando il cielo di rosso fuoco, prima di tuffarsi, quasi volesse rinfrescarsi, nelle acque marine, per poi scomparire.
Cormac doveva essere vigile e guardingo, perchè si diceva che dalla vicina Comunitas Blaxiae una strega venisse di notte, a fare incantesimi, e malefici nella selva.
I suoi occhi si sforzavano di cogliere un movimento, una figura, ma poi pensò, che non era ancora notte fonda, quindi si rilassò, e s'immerse nel vortice dei ricordi.
Era appena un bambino quando suo padre pensò di portarlo con sè nel pellegrinaggio verso Roma, per ringraziare Dio di avere salvato sua madre da una grave malattia.
Partirono in una splendida mattina di primavera, insieme a numerose persone provenienti dai villaggi vicini,  che erano situati sulle rive del grande fiume, che scorreva nella verde vallata a Nord, sotto le alte vette delle montagne, in cui la neve era perenne.
Dopo due giorni di cammino sulla via Francigena, si fermarono per riposare e dissetarsi ad una fresca fontanella.
Lui chiese al padre il permesso di andare a raccogliere le deliziose fragole selvatiche che aveva visto nel bosco lì accanto.
Ebbe appena il tempo di inoltrasi nel bosco, quando udì delle grida strazianti provenire dal luogo dove suo padre e gli altri pellegrini sostavano.
Terrorizzato vide diversi malviventi delle strade fare scempio di suo padre e degli altri, colpendoli con spade e lance, per poi spogliarli completamente degli abiti, delle bisacce, e poi fuggire.
Non  seppe mai quanto tempo rimase nascosto nel folto del bosco, ricordò solo che fu svegliato delicatamente da un monaco, coperto da una lunga veste bianca smanicata dalla quale  si intravedeva
un disegno sulla spalla destra, sembrava un animale e una roccia, l 'equilibrio fra le forze del bene e del male, si quel disegno era il tatuaggio della sua legione di appartenenza.
Ma al contrario dei monaci che lui aveva visto fino ad allora, questo in vita cingeva una spada, e non un cordone.
Da quell'incontro cominciò la sua avventura di templare e dopo un lungo e duro addestramento fu arruolato nella 7° Divisione di Roccianera, una delle Brigate Templari più temute dagli infedeli.
Aveva partecipato a una Crociata, che aveva ricoperto il suo corpo di cicatrici, ma il suo nome di gloria, e che gli aveva regalato Freccia.
Era un purosangue arabo di rara bellezza ed eleganza. Alto al garrese, con il manto talmente nero da avere riflessi violacei, Freccia era un superbo stallone, che egli aveva strappato ad un Emiro in Oriente, dopo un feroce combattimento.
Veloce come il vento, agile e potente, era molto ubbidiente, qualità che durante le battaglie, li rendeva quasi invincibili.
Da alcuni mesi però, Cormac, era inquieto... dubbioso, nel suo cuore un tempo, vi era posto solo per Cristo, L'Ordine, e Freccia, ma ora qualcosa che non aveva mai provato, lo stava  tormentando, qualcosa che aveva anche un nome: Aine, “ il sogno”.
Scuotendosi dai suoi pensieri, il Templare riprese il giro di ronda, per poi ritornare nella solita postazione di prima scrutando con crescente attenzione la buia selva.
Poi, dopo aver appeso la lucerna ad un gancio nel muro, riprese il filo dei suoi pensieri, e il sogno riprese.
Tutto accade una fresca notte di primavera di alcuni mesi prima.
Egli era, come oggi, di guardia notturna sul camminamento che dava verso la collina, e gli parve di sentire un rumore, aguzzò gli occhi, e nell'oscurità gli parve di vedere una figura che si muoveva. "Chi va la" disse Cormac ""sei uomo o sei demonio?"
La figura si fermò, e a lui parve di sentire un'argentina risata di fanciulla, poi la figura sparì dai suoi occhi tra le grandi pietre grige nere.
La notte seguente accade la stessa cosa, ma questa volta la figura non fuggì, anzi si avvicinò alle mura, e dopo un secondo sparì nel buio della selva.
Al mattino Cormac, si avvicinò al medesimo punto, e vide che un masso delle mura era smosso, lo estrasse, e dentro vi trovò un piccolo pezzo di pergamena, su cui erano vergate poche righe " mi chiamo Aine, e non sono una strega."
Da quella notte, egli chiese espressamente di eseguire sempre il turno di notte, adducendo la scusa che di giorno doveva allenarsi con Freccia al combattimento.
Così da quelle sere Cormac e Aine si “incontravano” tutte le sere e si scambiavano messaggi scritti.
Per la paura di essere scoperti in rare occasioni scambiavano alcune parole.
Dopo innumerevoli pezzi di pergamena, finalmente Cormac, capì chi era quella fanciulla.
Rapita in fasce dalla vera strega, questa la usava per mandarla di notte nella selva a raccogliere erbe per i suoi malefizi.
Non volendo seguire le orme della sua rapitrice che la tormentava in ogni modo, Aine aveva imparato in segreto a leggere e scrivere, e aspettava il momento adatto per poter fuggire da questa vita miseranda.
Un giorno, al cambio della guardia Cormac non c'era, la sua cella era vuota, e anche Freccia era sparito.
In paese intanto, era successo  un fatto misterioso.
Sulla porta di casa di Aine, i paesani trovarono il cadavere sgozzato di una vecchia donna, ma della splendida fanciulla non si trovò più traccia.
Secoli dopo in un vecchio Cavaneo (specie di tugurio abitativo ) un appassionato di siti antichi trovò i resti di quella che esperti archeologi riconobbero come una vecchia veste Templare, e alcune forcine da capelli in osso che facevano pensare alla presenza in quel luogo di una giovane donna e di un uomo.
Ancora oggi a distanza di secoli qualche giorno prima del solstizio d'estate nel Canàu du Diàvu (Canale del diavolo) si sente un forte nitrito e il rumore assordante di zoccoli lanciati al galoppo.
Il 21 giugno di ogni anno, all'imbrunire, quando  l'ultimo raggio di sole filtra dalla finestra delle rovine del castello gli abitanti di Biassa si rinchiudono in casa perchè quei rumori sono un brutto presagio, sarà una notte misteriosa nella quale potrà accadere di tutto.
C'è chi giura di aver visto quella sera alle rovine del castello una splendida fata mentre verga qualcosa su di una pergamena, protetta dall'imponente figura di un cavaliere templare in sella a uno splendido stallone nero.

Ci piace pensare, al di la della leggenda, che l'amore abbia avuto la meglio sul fanatismo religioso, e le forze del male, e che sognare era ed è bello ancora oggi come allora.

M di C XVI.VII.MMXVII

PierBin




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