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Scultore e sacerdote

STORIA
GIOVANNI ANTONIO CYBEI
Carrara, 3 febbraio 1706 - 7 settembre 1784

Il grande scultore e sacerdote, è l’unico che conosco a riunire scultura e sacerdozio, carrarese, probabilmente nato a Moneta (Fossola di Carrara), il 3 febbraio 1706. Il cognome che assunse, Cybei, lo si deve, probabilmente, alla gratitudine ed al ricordo del suo padrino di battesimo, da parte di un nobile Cybo (come dichiara Vittorio Spreti), probabilmente in età adulta, come pure la conversione da ebreo a cattolico, visto che perse i genitori nel 1710, a quattro anni. Terzo di cinque figli, non mi risulta che fratelli o sorelle abbiano acquisito tale nuovo cognome, se non l’erede, il nipote Tommaso Carusi, che alla dipartita del celebre zio adotta il doppio cognome di Carusi-Cybei. Morì, a Carrara nella Canonica del Duomo di Sant’Andrea Apostolo, al tempo in fronte la Porta San Giovanni, della Cattedrale, (palazzo con l’icona in bassorilievo del “Pudore”, al nr. 6 della piazza), il 7 settembre 1784. (altri dichiarano che abitasse in via Finelli, ma la Canonica sul lato di via Finelli è stata costruita molto tempo dopo la sua morte, a meno che si fosse trasferito in una casa di via Finelli: comunque non è precisato con certezza).  Il Comune di Carrara non ha ricordato questo grande scultore carrarese, che ha portato in tutta Europa la stupenda arte dello scalpello, non gli ha dedicato una strada, né una piazza, né un vicolo, anche se è stato il primo direttore dell’Accademia di Belle Arti nella nostra città (quando ancora aveva la sede nel Palazzo Rosso) ed un ottimo Sacerdote in Duomo. Giovanni Antonio Cybei, ma ancora col nome Carusi, rimasto orfano in età fanciullesca, fu raccolto ed educato assieme a due sorelle dalla famiglia della madre, Maria Maddalena Carusi. Siccome in passato, a causa delle disagiate condizioni economiche, le famiglie mandavano a lavorare i ragazzi ben presto, per renderli fonte di sia pur magro guadagno e per dare loro un mestiere, con l'occupazione essi assumevano la configurazione di "garzoni" o "apprendisti" e mandato ad imparare un mestiere proprio presso lo zio Giovanni Baratta, nella bottega al Baluardo. Molti anni dopo, quando il Cybei si rese economicamente in buone condizione, mandò le due sorelle, con la vocazione di suore, in convento. I Carusi, provenivano probabilmente dalla Sicilia, poi traferitisi a Napoli, quindi a Moneta, Fossola e Carrara città. In Sicilia il termine “carusi”, nell’isola letteralmente significa "ragazzi": infatti in Sicilia i figli, secondo l'età venivano detti in successione picciriddi ("bambini", 0-5 anni circa), carusi ("ragazzi", 6-18 anni circa), picciotti ("giovani", 19-30 anni circa: al riguardo si ricordino i "picciotti garibaldini"). Il lavoro e l'apprendistato dei ragazzi avvenivano da contadini, muratori, fabbri, falegnami, ciabattini, barbieri, minatori, ecc.: dovunque ci fosse da potere svolgere un'attività remunerativa. I carusi, destinati a lavorare nelle solfatare, magari sino alla morte per maltrattamenti, ma soltanto dal 1967, questa triste situazione di sfruttamento si attenuerà per cessare definitivamente nel 1970. Il primo film del regista siciliano Aurelio Grimaldi intitolato “La discesa di Aclà a Floristella” analizzava proprio l'allucinante vita di un povero caruso, sfruttato e abusato nella miniera di Floristella (Enna).
Canonico e Primicerio del patrio Capitolo, (Primicerio = Capo del clero minore in capitoli e collegiate e chi è a capo di alcune confraternite e congregazioni),
Primario Direttore della Ducale Accademia di Scultura in patria e Professore delle Serenissime Altezze il Duca di Modena e la Duchessa di Massa, Principessa Ereditaria di Modena, (l’Accademia di Scultura era la dicitura voluta da Maria Teresa Cybo-Malaspina-d’Este duchessa di Modena e Reggio. - Figlia unica (n. 1725 - m. 1790) ed erede di Alderamo Cybo Malaspina, ultimo principe di Massa e Carrara), sposò nel 1741 Ercole Rinaldo d'Este, che nel 1780 divenne duca di Modena e Reggio col nome di Ercole III. Durante gli anni 1769-1771, come testimonia un’iscrizione marmorea. Maria Teresa fece costruire e fondò a Carrara l'Accademia di Belle Arti, da lei istituita, per l'educazione tecnica e artistica delle maestranze addette alla lavorazione del marmo, con la denominazione sopra riportata e con la sede nel Palazzo Rosso fino al 1810 (ed il Cybei fu nominato primo direttore fino alla morte), quando venne trasferita nel Castello Malaspina dove tuttora trovarsi (con la collezione archeologica di opere romane rinvenute nella vicina Luni e altrettanto significativa è l’edicola romana dei Fanti Scritti, un bassorilievo del III secolo d.C., asportata nel 1863 dall’omonima cava di marmo e raffigurante i tre giovani Ercole, Giove e Dioniso - ‘fanti’ in dialetto carrarese - circondati da un groviglio di firme, di artisti come il Giambologna e il Canova, che nel corso dei secoli hanno voluto lasciarvi il proprio segno), poi Palazzo Rosso fu occupato dagli Uffici Municipali della Città di Carrara, che vi rimase un secolo: traccia visibile nello stemma marmoreo sulla facciata. Subito dopo il trasferimento nella sede comunale (1961) nell’attuale palazzo a fianco dell’ex Palazzo Fabbricotti, detto Colombarotto
(vedi Storia del Colombarotto), nel Palazzo Rosso fu portata la Biblioteca Civica (che poi fu dedicata a Cesare Vico Ludovici), che era stata inaugurata appena due anni prima nel Palazzo dei Conti Del Medico in piazza Alberìca, rivelatasi subito troppo angusta, ma anche in Palazzo Rosso, la Biblioteca ebbe i suoi problemi: ancora una volta, però, gli eventi hanno reso pericoloso questo nuovo simbolo culturale della città, poiché, in seguito al terremoto del 2010, parte dell’edificio è stato dichiarato inagibile e quindi la Biblioteca è stata nuovamente spostata nel Palazzo della Congregazione delle Figlie di Gesù, in piazza Gramsci. Oggi quindi il Palazzo Rosso è ancora lì, in attesa di accogliere un altro pezzo di storia della città, portavoce della sua cultura e capace ancora di offrire i suoi grandi spazi nel cuore del centro storico di Carrara. Dopo alcuni anni si discusse con l’assessore alla Cultura Giovanna Bernardini nel suo ufficio a piano terra del nuovo Palazzo Municipale, la quale ci assicurò che il Sindaco aveva stanziato due milioni di euro per riconvertire e ristrutturare Palazzo Rosso, quale sede di tutte le Associazioni Culturali carraresi, ma come al solito, vuoi per la crisi economica, vuoi per intenzioni non mantenute, il progetto si rivelò una bella “bufala”. Come pure un articolo sul “Tirreno”, di Mario Martignoni del 17 luglio 2012, anche nel titolo, dichiara Palazzo Rosso in via Loris Giorgi angolo con piazza Accademia: ma dove l’ha visto questo Palazzo Rosso che realmente si trova in piazza Accademia angolo via Plebiscito!
Attualmente è in piazza Gramsci, nei due tronconi laterali del Palazzo dietro la statua di Pellegrino Rossi, occupando anche i locali che furono destinati ai Vigili del Fuoco in via Plebiscito, dove tengono gli archivi storici, compreso la Storia della Marmifera Privata (documenti della Società nella sua lunga attività tra il 1876 e il 1981). Il 20 gennaio 1774 i conservatori di Modena creavano cittadino nobile modenese Giovanni Antonio Cybei per aver egli scolpito la grandiosa statua equestre di Francesco III d'Este che la città aveva voluto si innalzasse alla memoria di quel principe verso il quale aveva debito di gratitudine. Alla morte del Cybei, avvenuta nel settembre 1784, la sua eredità veniva raccolta dal nipote, il dottore in legge Tommaso Carusi che assunse dallo zio il cognome Cybei, in aggiunta al proprio. Poco dopo con deliberazione 10 gennaio 1785 i conservatori di Modena ascrivevano la famiglia Carusi-Cybei al patriziato di Modena nella persona del nominato Tommaso. Sulla fine del 1800 vivevano ancora in Carrara Armando, fu Giovanni Carusi-Cybei, pronipote del detto Tommaso e i figli di lui Giovanni e Giuseppe. La famiglia è iscritta genericamente nell'Elenco Ufficiale Italiano del 1922 col titolo di Patrizi di Modena (maschi) in persona dei discendenti da Tommaso (1785). A Torano ho parlato con Cristina Carusi, scultrice di notevole livello, ma anche con il padre Lucio Carusi, nella loro bottega di viale XX Settembre, proprio in fronte all’ingresso del cimitero di Turigliano, dove alcuni dei migliori artisti contemporanei del mondo vengono a esprimere la loro creatività ed esperienza: una osmosi culturale, di cui Cristina è una partecipante attiva. Lei ha iniziato e collaborato in importanti comitati, come riproduzioni per artisti internazionali tra cui Santiago Calatrava. Cristina, nella sua biografia su Internet si dichiara discendente di Giovanni Antonio Cybei, ma non unisce al suo cognome la discendenza Cybei, benché possano usufruirne tutti i maschi discendenti dal nipote dott.  Tommaso Carusi-Cybei, come riferisce l’Elenco Ufficiale Italiano del 1922 dei Patrizi di Modena. Se così fosse, Lucio Carusi il padre, potrebbe usufruirne liberamente, a meno mancassero alcuni requisiti. La madre, del Cybei che era imparentata con lo scultore conte Giovanni Baratta, questi si accorse del precoce talento del ragazzo e l'avviò alla professione di scultore, che arricchisce la propria formazione portandosi a Roma nella bottega di Agostino Cornacchini, (Pescia, 26 agosto 1686 – Roma, 1754), proprio nel momento del suo massimo successo, all'età di quindici anni il Cybei si recò a Roma dove si aggregò allo scultore Cornacchini, il quale lo impiegò in vari lavori: è ricordata infatti la sua partecipazione all'esecuzione del cavallo della statua equestre di Carlo Magno (1722-25), posta a sinistra nell'atrio di S. Pietro, pendant di quella di Costantino di Gian Lorenzo Bernini, ed alla collaborazione del restauro alla statua del gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte, è una scultura in marmo (h 242 cm) degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro (nome di alcuni scultori, appartenenti a  famiglie greche attive a Rodi tra il II e il I secolo a.C. a quanto riferisce Plinio), databile al I secolo d.C. e conservata nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani, nella Città del Vaticano. Merita un’escursione sulla sua storia, visto che di questo capolavoro è poco conosciuta: probabile copia marmorea eseguita tra il I° secolo a.C. e I° secolo d.C. di un originale di bronzo del 150 a.C. (Si narra che, quando i troiani portarono nella città il celebre cavallo di Troia, egli corse verso di esso scagliandogli contro una lancia che ne fece risonare il ventre pieno; proferì quindi la celebre frase, tradotta dal greco, «Temo i greci, anche quando portano doni». Atena, che parteggiava per i greci, punì Laocoonte mandando Porcete e Caribea, due enormi serpenti che avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli: il sacerdote cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte). La statua fu trovata il 14 gennaio del 1506 scavando in una vigna sul colle Oppio, nelle vicinanze della Domus Aurea di Nerone. Allo scavo, di grandezza stupefacente secondo le cronache dell'epoca, assistettero di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l'architetto Giuliano da Sangallo. La statua fu acquistata subito dopo la scoperta dal papa Giulio II, che era un appassionato classicista, e fu sistemata, in posizione di rilievo, nel "Cortile ottagonale delle Statue", progettato dal Bramante all'interno del complesso del Giardino del Belvedere. Da allora il Laocoonte, assieme all'Apollo del Belvedere, costituì il pezzo più importante della collezione. Intanto, tra il 1725 e il 1727, Agostino Cornacchini eseguì un restauro del gruppo scultoreo che versava in condizioni di degrado, unitamente a Giovanni Antonio Cybei. Il re di Francia insistette molto per avere la statua dal papa o almeno una sua copia. A tal fine, lo scultore fiorentino Baccio Bandinelli (quello del Gigante di piazza Duomo a Carrara), ricevette l'incarico dal cardinale Giulio de' Medici, ovvero, papa Clemente VII, di farne una copia, oggi agli Uffizi. Il re di Francia, però, dovette accontentarsi di inviare, intorno al 1540, lo scultore Francesco Primaticcio a Roma per realizzare un calco al fine di ricavarne una copia in bronzo destinata a Fontainebleau. Un'altra copia si trova nel Gran Palazzo dei Cavalieri di Rodi. Una copia in gesso, appartenuta al pittore germanico Anton Raphael Mengs, si trova nell'Accademia di Belle Arti di Roma. La statua fu confiscata e portata a Parigi da Napoleone (com’era solito comportarsi, nelle sue razzie di opere d’arte), il 27 e 28 luglio 1798, fu sistemata con un posto d'onore nel Museo del Louvre. Dopo la caduta di Napoleone, fu riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova e nuovamente restaurata. Ultimo intervento di restauro, effettuato tra il 1957 ed il 1960, ha ripristinato l'aspetto originario. Ritorniamo, dopo questo "excursus" storico, per molti che non conoscono l’origine storica della statua al nostro scultore carrarese: durante il soggiorno romano, che durò circa sette anni, il Cybei studiò la scultura antica e praticò anche la pittura, secondo il Lazzoni (1869), il quale cita un suo dipinto ad olio, rappresentante l'Angelo e Tobiolo a mezze figure, che nel penultimo decennio dell'800 apparteneva al vicariato della collegiata di S. Andrea a Carrara. Richiamato in patria dal Baratta nel 1728, Cybei si reca quindi con lui a Torino per completare, e sovrintendere all’installazione dell'apparato scultoreo della cappella, che fu realizzato tra il 1724 e il 1729, dal carrarese Giovanni Baratta, che innalzò dapprima l'altare maggiore, poi i quattro giganteschi dottori della chiesa ed i quattro angioletti, tutti in marmo statuario di Carrara, (Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo), avvalendosi dell'aiuto del nipote Giovanni Antonio Cybei, per la Cappella di Sant’Uberto, titolata al Santo protettore dei cacciatori come rimando alla destinazione venatoria della residenza, Reggia di Venaria Reale nella vicino Torino. Ricevuto anche da Filippo Juvarra (Messina, 27 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736), che è stato un architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa Savoia. Voluta da Vittorio Amedeo II, fu iniziata nel 1716 e ultimata nel 1729. Juvarra concepì per la sacra struttura maestose volumetrie disposte intorno ad un impianto a croce greca smussata, con due grandi altari ai lati del transetto e quattro cappelle, poste sulle diagonali. Le numerose fastose decorazioni arricchiscono l’interno e rendendo l’ambiente davvero unico. Il vero “protagonista radioso” della Cappella è l’altare maggiore, opera di Baratta-Cybei, che si presenta come sospeso, dando sfondo al tabernacolo retto da angeli marmorei. L’altare si sviluppa in senso verticale collocandosi tra le due colonne centrali. La Cappella è al centro della Reggia, con enormi porte finestre nelle due pareti laterali, gettando immensa luce sulle opere esposte, facendone un gioiello scultoreo. Ottenuta una patente di scultore reale in marmo da Vittorio Amedeo I di Savoia, Giovanni Antonio non può approfittare a lungo della favorevole situazione a causa della guerra di successione sabauda, e dal 1730 risiede stabilmente a Carrara. (Andammo alla Reggia di Venaria Reale, con un gruppo di carraresi, organizzata dall’Accademia Aruntica di Carrara, dopo una visita a Milano all’Expo2015). Da questo momento Cybei affianca Giovanni Baratta in maniera sempre più stretta, partecipando alla realizzazione delle grandi commissioni in marmo (quattro grandi statue di marmo, del 1732), per il Palacio Nacional di Mafra (Portogallo), e La Granja de San Ildefonso per Filippo V di Spagna, altra architettura dello Juvarra. Deciso tuttavia ad abbandonare l'arte, Cybei intraprende la carriera ecclesiastica diventando prima Chierico (1738) quindi Sacerdote (1739); da allora, secondo l’uso settecentesco, sarà nominato sempre e chiamato “Abate Cybei”. (ovviamente molti giudizi e testimonianze sono del cav. abate Girolamo Tiraboschi, anche lui sacerdote come il Cybei, nei diversi anni di biografo dello scultore).
Girolamo Tiraboschi (Bergamo, 18 dicembre 1731 – Modena, 9 giugno 1794) è stato un erudito e storico della letteratura italiana. A 15 anni entrò nella Compagnia di Gesù e frequentò i collegi di Monza e di Genova. Nel 1755, fu chiamato alla cattedra di Retorica nel collegio dei gesuiti di Brera, nella sede dell'attuale Accademia di Belle Arti, dedicandosi alla Biblioteca,  con fama di erudito, e soprattutto dopo una monumentale opera riguardante gli Umiliati, (quello degli Umiliati fu un ordine religioso, proveniente dal Piemonte,  uno dei molti movimenti spirituali sorti in contrasto ai costumi rilassati e alla ricchezza diffusa e spesso ostentata dal clero, propugnando un ritorno verso una vita più austera e frugale. Inizialmente condannati come eretici, poi, nel 1571 l'ordine venne soppresso). Nel 1770 pertanto fu chiamato dal duca di Modena Francesco III d'Este alla direzione della Biblioteca estense e rimase a Modena per il rimanente della sua vita. Si dedicò quindi, a Modena, nel decennio 1772-1782 riuscendo a realizzare la monumentale Storia della letteratura italiana, e molte altre, specialmente sulla storia locale.
Il Tiraboschi, infatti nel 1786 ci informa che nel tempo libero il Cybei, produsse sculture di propria fantasia: Sansone e Dalila e Giuditta che consegna la testa di Oloferne alla schiava (soggetto già presentato, in bronzo, dal primo maestro Cornacchini, oggi al Birmingham City Museum and Art Gallery). Sculture, assieme a statue delle Quattro Stagioni con successive opere, erano conservate ancora nella seconda metà dell’Ottocento, nella galleria dei marchesi Remedi a Sarzana, che visitato nel 2016, non sono riuscito a trovarne traccia, anche perché il bel Palazzo Remedi di Sarzana risultato di diverse fasi costruttive, tra il sec. XIV e XVIII ed attualmente occupato da appartamenti privati. Il portone principale ad arco marmoreo è sovrastato dallo stemma del casato (diviso in due parti: a sinistra, in basso, in campo oro una torre d’argento sopra tre monti con due griffi rampanti rossi, e sopra in campo turchino una fiaccola accesa ed una colomba volante; a destra in campo oro, un’aquila a due teste coronate). Nell’ atrio di Palazzo Remedi, al centro, prima della rampa di scale, hanno posto una grande statua di giovane fanciulla seminuda, sopra un altrettanto alto piedistallo, tutto in marmo. Un membro della nobile famiglia sarzanese, Paolina Ollandini Remedi, fu una grande benefattrice del vecchio Ospedale San Bartolomeo, sulla cui facciata si può ancora oggi ammirare un busto marmoreo della nobildonna.


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