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Colombarotto

La città

Parlando e scrivendo del Colombarotto necessita conoscere  la Genealogia  della famiglia  Fabbricotti, riferendoci al solo Carlaz  (con il figlio Carlo Andrea) :
dall'archivio parrocchiale di Miseglia, borgata a monte di Carrara, risulta che un Domenico Fabbricotti, originario di Fabbrico, villaggio nel territorio di Reggio Emilia, si trasferì proprio nella frazione del Carrarese
Il più remoto discendente certo Francesco Antonio Fabbricotti (1686-1758),  capocava, marmista, poi affittuario di cave, della sesta generazione familiare, il quale decise di spostarsi da Miseglia a Torano, dove si trovavano i migliori marmi del carrarese, ma fu il nipote Francesco Antonio (1746-1809)  il primo a dare consistenza all'azienda; diede vita ad una grande industria marmifera, essendosi impossessato di una ingente quantità di cave insieme ai Marchetti, altri industriali della zona.  Il capostipite ufficiale fu Domenico Bartolomeo  (3-2-1722 // 9-12-1760) che ha avuto Francesco Antonio (27-8-1746 // 21-10-1809), e sarà  proprio questo che lascia in eredità ben sei cave al figlio, il quale tra fratelli e  sorelle  ne ha avuti otto  e  con uno di questi, Domenico Andrea (2-11-1788 // 31-7-1877), ricordato alla Padula con queste  parole, sul monumento : una colonna, sormontata dal busto, in un blocco di marmo di Carrara, con nel piedistallo la dedica :

(fronte)
QUI
SORGEVA LA CASA OVE ABITÒ
DOMENICO ANDREA FABBRICOTTI
NATO IL 2 NOVEMBRE 1788
MORTO IL 31 LUGLIO 1877
FIGLIO DELL’ALFIERE FRANCESCO
E DI ANNA BARBIERI
(destra)
QUI  LO CIRCONDARONO
DI  DEVOZIONE DI  REVERENZA
DI  AFFETTO
LA  MOGLIE  MARIA ANTONIA VANELLI
I FIGLI
FRANCESCO    ANDREA
ANNA MARIA    CECCARDO
CARLO    GIUSEPPE
MARIA FRANCESCA    EDOARDO
ANNIBALE    OTTAVIANO
BERNARDO
(retro)
QUI
TEMPRARONO  L’ANIMO
ALL’AMORE  DELLA  PATRIA
E  DEL  LAVORO,  I  FIGLI
CARLO    GIUSEPPE
OTTAVIANO    BERNARDO
CHE  DIEDERO AL  NOME AVITO  LUSTRO
E  DECORO  DI ONORI  E  DI  RICCHEZZE

che darà il via  alla vera  e propria « saga »  di imprenditori. Il figlio di Domenico, Carlo Francesco,  detto Carlaz, (25-6-1818 // 18-1-1910),  sposa in prime nozze  Rosa Tacca e nasce Maria Antonia (1854-1915).   Rosa  muore, si presume per parto.  Carlaz sposa in seconde nozze  Elena Casoni (1834-1892)  ed  hanno un figlio Domenico Carlo Andrea, detto  Carlo Andrea (11-1-1864  // 2-10-1935)  che sposa Helen Bianca detta « Nella », (1875-1927), figlia dello zio Bernardo ed  hanno ben otto  figli:  Carlo Bernardo, 1893-1953,  Elena Maria 1894-1894,  Elena Andreina 1895-1952,  Hilda Emma 1898-1954,  Bernardo Carlo Alberto 1900-1979,  Mario Giuseppe 1907-1907,  Angiolo 1909-1909  (gli ultimi due morti alla nascita, mentre Elena Maria ha vissuto oltre due mesi),  tra cui uno di questi, il primo, chiamato Carlo (il nome completo è Carlo Bernardo, nato il 21-6-1893,  defunto il 25-1-1953),  che sposerà  Maria Teresa Mazzei  detta « Tettè »,

Carlaz è uno degli undici figli di Domenico Andrea (1788-1877),  il quale ha sposato prima Rosa Tacca (1919-1954), poi Elena Casoni (1892-1934) ed ha avuto Domenico Carlo Andrea, detto Carlo Andrea (Carrara 1896 - 1935), il quale sposa Helen Bianca figlia dello zio Bernardo, dalla quale ha avuto ben sette figli: Francesco 1813-1854, Anna Maria 1916-1936, Carlo, detto Carlaz, 25-06-1818 // 18-01-1910,  Maria Francesca 1820-1827, Annibale 1822-1833,  Erminio Andrea 1823-1852,  Ceccardo 1825-1854,  Giuseppe Antonio 1827-1914,  Odoardo 1829-1852, Ottaviano 1831-1869,  Bernardo 1834-1916,  (papà di Helen Bianca, che si sposa con Carlo Andrea). Alcune ripetizioni di nomi sono necessarie per far sì a non confondersi con appellativi simili.


Il  predio  del  Colombarotto confinava con i terreni del Conte Piero del Medico e con gli eredi Sermesano verso Puccinetta, mentre verso il Carrione era delimitato dai fondi di Jacopo Antonio Dini e di Bartolomeo Triscornia : questo sito era gradevole e ben esposto ed aveva, allora, un solo ingresso nella già via Garibaldi.
La famiglia dei Conti Monzoni, precisamente Bernardo Monzoni,  (Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Carrara), titolare di questo fondo, rimase proprietario sino al 1856,  quando il 26 maggio 1856, il Conte Fedinando Monzoni, figlio di Bernardo, cedette  a Carlo Fabbricotti, con rogito esteso dal notaio Dionisio Giandomenici : prezzo convenuto e pagato anticipatamente dal compratore. La descrizione di Maria Teresa Mazzei  Fabbricotti (nobildonna fiorentina, 1893-1977),  nell’ « Album di memorie », ci presenta la casa colonica appena acquistata e riportata  nel rogito : «tutto il fondo con casino, muri di recinti, annessi e connessi  quale è  e  come si trova, esclusi i mobili e semoventi, nonché gli appezzamenti, situati  fuori porta a mare in luogo detto il Colombarotto, della mappa di Carrara-adiacenze, in confine dello stesso  venditore Monzoni e del signor Luigi Lavagnini, del fiume Carrione, del signor Domenico Andrea Fabbricotti, della strada postale che lo interseca, della strada nuova e dell’antica del Colombarotto e di Puccinetta, degli eredi Caro e Carlotta Tagliasacchi  in Franzoni, salvo se altri». Il fondo agreste aveva  una forma pressoché  rettangolare, con al centro il casino.

Carlaz che aveva allora già 46 anni, nel pieno del suo successo commerciale di imprenditore del marmo e di altre attività, specialmente a Marinella ed alla Punta Bianca ed in tutta Carrara, decise di riorganizzare tutto quanto acquistato.  Era nato a Torano, ed incaricò un suo compaesano, l’architetto Domenico Serri, di «progettargli una villa degna della sua posizione sociale».
E così fu: la precedente costruzione era una colombaia piena di volatili, del Conte Monzoni, venne abbattuta e sostituita con una costruzione d’aspetto molto signorile, ma contenuta, su pianta rettangolare.  Sulla via Garibaldi, poi via VII Luglio, programmarono un ingresso principale, prevalentemente per far entrare i calessi.  La villa con uno scantinato, sul  lato dell’attuale di via VII Luglio, tre piani, con tetto  a padiglione che copriva una grande e praticabile soffitta, con finiture in muratura a formelle piatte, su tutti i lati, stile semplice dei modelli toscani per le ville di campagna, con un solido progetto di compatta architettura. Carlaz fece inserire al primo e  secondo piano mattonelle di Capodimonte (poi asportate, dopo il tracollo), mentre negli altri locali  quadroni di marmo e di graniglia, l’ingresso sulla facciata del Colombarotto sorretto da una arco regolare (a volta),  da colonne marmoree e pilastri in muratura, con sopra uno scudo sul quale figura la ruota, simbolo di Carrara e sopra due colombi, sempre in marmo, che rappresentavano Carlaz e la moglie Elena.  Seguiva un ampio atrio da cui si dipartono le scale di accesso ai piani superiori, (mentre un altro portale, uguale al principale, sul retro della villa, ma con uno scudo sul quale figura un’ancora),
Sempre riferito da Maria Teresa Mazzei  Fabbricotti, che racconta di  cose  sentite e viste personalmente : alla villa si accedeva, sia dalla sottostante strada, l’attuale via Rosselli, già corso Vittorio Emanuele, che dall’altro ingresso,  parallela alla precedente, di via VII  Luglio, già via Garibaldi. La costruzione era circondata da un bellissimo giardino (che quando, lavoravo in piazza  Farini  all’IMEA, assieme ad altri impiegati più anziani, andavamo al primo piano, sul ballatoio di una casa semifatiscente, che si trovava dove ora c’è il  palazzo del Monte dei Paschi di Siena sul lato di via Garibaldi e da una finestra del pianerottolo che sovrastava il muro di cinta della villa residenziale dei Fabbricotti, osservavamo il grande giardino, con limoni, aranci, mimose, clematidi gelsomini, rose, con tanti busti dei notabili carraresi, Pellegrino Rossi, Tenerani, Finelli,  Pelliccia, Repetti e Cucchiari (quelli che sono, ora,  in piazza Gramsci ?). L’ingresso principale, di via Garibaldi, con cancello di metallo, per far entrare anche i calessi e con ai lati due colonne in muratura, seguite da due nicchie occupate da statua in marmo.
Sempre Maria Teresa Mazzei,  di nobile famiglia fiorentina, andata sposa, nel 1917,  a Carlo Bernardo Fabbricotti, (1893-1953,  da non confondere con Carlaz, che è il nonno dello sposo),  si trasferisce a Carrara e  diventa un simbolo della donna del Novecento,  moderna e volitiva, tenacemente  attaccata alla sua profonda vocazione artistica, racconta :
«La villa venne ammobiliata nel 1840 con pareti ricoperte in carta vellutata e rasata, dorata e bicolore, i soffitti dipinti con veli, peonie, rose, anemoni, convolvoli, petunie e camelie. I tappeti avevano più fiori dei soffitti e l’estate, quando non c’erano tappeti, le mattonelle di Capodimonte, sul pavimento, erano tutte fiorite. Nelle spalliere delle seggiole erano fiori di madreperla come negli orologi e sui candelabri. Nel centro della casa c’era un tavolo con un piede solo e in quel tavolo era intarsiato il ratto delle Sabine. Innumerevoli orologi stavano fermi sotto le campane di vetro. Alle finestre erano grandi tende tirate che respiravano lievi nei meriggi, quando una lama di sole entrava a cercare il velluto rosso del panchettino (poggiapiedi), davanti al piccolo trono della poltrona».
Su tutti e tutto governava la seconda moglie di Carlaz,  Elena Casoni, (la prima, Rosa Tacca visse soltanto 36 anni (1818-1854),  ed ebbero una figlia, Maria Antonia (1854-1915).  Ricordata dalla Mazzei  come «soffice, pallida, grassotella». Continua il racconto con: «I busti di famiglia erano in casa, con quelli di Aiace e Caligola, oltre alle manine in marmo dei bambini di famiglia e il busto della moglie Elena stava sulla più bella colonna e aveva nella fibbia della cintura, come due cammei, il profilo dei suoi due bambini.
I  letti erano soffici e grandi sotto baldacchini di mussola, ricamata a convolvoli e farfalle e finivano in ombrellini perduti in alto.  Da quei letti ogni mattina ci si svegliava con il ronzio delle segherie della industriosa piccola città e, ogni tanto, con il lugubre suono della bucina (oppure il  “mugnon” detto in carrarino, due suoni consecutivi significavano morte).
I Fabbricotti nella zona di Carrara possedevano altro immobile di pregio. Nel 1879 viene costruita la villa della Padula di Bernardo Fabbricotti (data desunta dall'iscrizione ritrovata su una trave di copertura) su disegno di Vincenzo Micheli, l'architetto di origini carraresi ma residente a Firenze, dove dirigeva l'Accademia di Belle Arti, il quale realizza a Carrara anche l'ospedale civico della Levatella,  il Teatro Guglielmi di Massa, e la villa Fabbricotti a Firenze, come precisa Claudio Rocca  in "Ville storiche di Massa Carrara",  1997.
Carlo Fabbricotti, detto Carlaz, terzogenito di Domenico Andrea Fabbricotti, nasce il 25 giugno 1818 a Torano (Carrara) e muore a 92 anni sempre a Carrara, trascorrendo per la maggior parte della maturità e della vecchiaia al Colombarotto, il 19 gennaio 1910.
Alla morte del padre, avvenuta nel 1877, eredita insieme ai fratelli  le cave, le segherie e le attività commerciali della famiglia. Carlaz continua l’attività imprenditoriale in proprio ed acquista anche ampie tenute a Bocca di Magra e a Marinella. A Luni, assieme al figlio, comincia i lavori di scavo e porta alla luce l’anfiteatro e un gran numero di reperti dell’epoca romana. Si interessa di politica solo quando coincide con i suoi interessi economici; è nominato assessore del municipio di Carrara nel 1859.  Il 30 novembre 1906 fu insignito del cavalierato per le sue attività estrattive. Capitano d’industria moderno, uomo duro ma giusto, semplice ed austero, guida l’azienda familiare con oculatezza  ed energia. Muore lasciando tutto al figlio Carlo Andrea. Per scommessa con Cirillo Muraglia perde il Corvenale: fu per un puntiglio: pare che Carlaz avesse chiesto cinque lire (d’argento e dell’epoca) pensando che nessuno avrebbe avuto il coraggio di acquistare tale collina, invece  Cirillo Muraglia gli versò seduta stante la cifra richiesta  e  Carlaz di fronte agli amici, in un locale di Forte dei Marmi, non ha potuto tirarsi indietro, e cedette così il Corvenale.  L’ingresso, con logge,  è sulla provinciale Carrara-Avenza, in stile neogotico, nel colore che dominava le costruzioni ducali, bianco e  rosso-cybeo (o rosso-mattone, a secondo delle sfumature).
Carlo Fabbricotti, Carlaz,  nella vicina città di Luni, comincia i lavori di scavo e porta alla luce l’anfiteatro e un gran numero di reperti dell’epoca romana, e fu un grande collezionista di materiali archeologici in Lunigiana, dove creò il relativo primo Museo alla Villa Colombarotto, che poi trasferì a La Spezia. Chiese al Comune di Carrara una sede definitiva per questo Museo, ma tanto il Sindaco che gli Assessori non lo assecondarono, e contemporaneamente subentrate le disgrazie dagli anni “30, con le Banche che reclamavano i loro crediti, Carlaz dovette vendere il Museo ad un Consorzio di Enti capitanato dal Municipio di La Spezia, che gli aveva dato una sede dignitosa, e Carrara perse questa bella occasione.  Il Museo civico archeologico, dedicato a Ubaldo Formentini, ha sede nella fortificazione di San Giorgio, che risale ai secoli  XIV-XVII e si trova sul colle che sovrasta il centro storico cittadino, laddove è sorto il primo nucleo abitativo della zona. Il castello è stato restaurato recentemente, e da allora è diventato sede del Museo civico archeologico di La Spezia, con undici sale più il corridoio finale, dove al piano superiore sono conservati i reperti romani provenienti dall'area di Luni e già facenti parte della suddetta collezione iniziata nel Colombarotto da Carlaz, ma non accettata dalle autorità carraresi. Poi gli eredi non riuscirono a mantenere per la grande crisi degli anni 1927-1929, nel corso della quale furono costretti a vendere la maggior parte delle proprietà accumulate dal capostipite, e tale situazione si  protrarrà per tutti gli anni trenta. Nonostante i tentativi di risollevarsi alleandosi con altri industriali carraresi, negli anni Trenta del Novecento la famiglia, specialmente con Carlo Andrea (figlio di Carlaz), anche se con idee di destra e complice la politica dissennata del podestà Renato Ricci, volta a combattere le grandi concentrazioni industriali, perde sia le attività  legate al marmo che le tenute agricole. Carlo Andrea, che aveva  ereditato tutte le attività dal padre, Carlaz, con la sua morte, nel 1935,  rappresenta la fine di qualsiasi speranza di ripresa dell'azienda.
Ma possedevano altri immobili alla Punta Bianca Bocca di Magra, (Carlo Andrea, figlio di Carlo Francesco detto “Carlaz”, si stabilì in Santa Croce nella primavera del 1892 con la moglie, la cugina Helen Bianca, sposata nel settembre 1891 appena sedicenne. Negli affari non fu abbastanza abile, era piuttosto portato per la poesia e la letteratura. Scrisse: ”Poesie 1917-1950”, SEA Carrara, 1980  e “Luce nell’Ombra” - Illustrato - Stabil.Tip.Cesare Cavanna, Pontremoli-Borgotaro, 3a Ediz.,1929),  nella zona di Sarzana e La Spezia, oltre a Livorno, in viale della Libertà 30,  a Firenze in via Vittorio Emanuele II, 64, ora patrimonio del Comune di Firenze, ma anche negli USA, ed in Germania. Eredi sparsi in tutto il mondo, e la rovina totale della sua famiglia lo raggiunse poco prima della sua morte. Helen, moglie premurosa e madre tenerissima, diede alla luce otto figli, e morì all’età di 52 anni per una setticemia procurata da una banalissima puntura di zanzara la vigilia di Natale del 1927. Ambedue amarono molto Santa Croce e restaurarono la Cappella interna. Ma qui ci limitiamo al più noto, Carlaz, che aveva chiesto la residenza proprio al Colombarotto.
Nella  Biblioteca civica Stefano Giampaoli di Massa sono conservati i documenti dell’archivio famiglia Fabbricotti.
L'archivio è formato da serie molto disomogenee, con molte lacune che rendono frammentaria la consistenza dell'archivio stesso,  basato fondamentalmente sulle carte prodotte da Carlo Andrea come padre, intellettuale ed  industriale, dalla moglie Helen Bianca, (cugina di Carlo Andrea perché figlia di Bernardo, fratello di Carlaz), dalle figlie e dai figli che si muovevano in quel microcosmo famigliare. Il fascicolo   Serie V°  Carlaz (fasc. nr.7)  è dedicato a Carlo Francesco detto “Carlaz”. La donazione di Carlo Andrea, figlio di Carlaz, già defunto da 28 anni, dove in questa sala  sono raccolti i marmi architettonici destinati a rivestire le pareti, i pavimenti e i tetti  dei monumentali edifici pubblici e delle più sfarzose dimore private: colonne, capitelli, capitelli di lesena, lastre di rivestimento, cornici, zoccoli e mensole, decorati da incisioni e disegni di squisita fattura, restano a documentare il fulgore dell'antica Luna, (Luni SP), oggi ormai spogliata della primitiva bellezza.
Presso gli ultimi Fabbricotti si conservano carte di Carlo Bernardo (figlio di Carlo Andrea, a sua volta figlio di Carlaz) e della moglie Maria  Teresa  Mazzei  (diari e carteggio), con note alla datazione. La maggior parte della documentazione riguarda gli ultimi decenni dell'Ottocento fino al 1934-'35.
Infatti  nel 1979 gli ultimi eredi  Fabbricotti depositarono le carte in loro possesso presso l'Istituto di Ricerche e Studi Apuo Lunense (IRSSAL) di Carrara affidandole, con una regolare convenzione di deposito, ad Antonio Bernieri  (Lucca 1917 - Milano 1990 feb 11),  direttore e principale animatore dell'istituto stesso.  Grazie all'interessamento di quest'ultimo iniziò, nei primi anni ottanta, un iniziale ordinamento delle carte, che però non si concluse e non ebbe seguito.
Alla morte del Bernieri, avvenuta nel 1990, il patrimonio archivistico e librario da lui accumulato, comprese le carte Fabbricotti, trovò in parte ricovero presso la  Biblioteca civica di Massa. Iniziò allora, a  partire dal 1992, il riordino del Fondo Fabbricotti, con un finanziamento dell'Amministrazione provinciale di Massa Carrara. L’archivio è stato pubblicato nel 2005.
La preziosa collezione eredità della famiglia Fabbricotti è infatti divenuta patrimonio pubblico grazie alla donazione decisa da Banca Monte dei Paschi di Siena (banca che provvedeva ai prestiti richiesti a favore dei Fabbricotti, ma probabilmente mai resi, così da eseguire sequestri ed incameramenti di valori immobiliari) a favore del Comune di Massa, dall’8 giugno 2011.
Il Colombarotto ha ricordi anche dell’ultima guerra: nella notte tra il 14 e il 15 luglio del 1944 la formazione “Ulivi”, comandata da Alessandro Brucellaria (Carrara, 25 maggio 1914 – Carrara, 2 febbraio 1998), passando dall’ingresso secondario angolo via Garibaldi con via Cavour, assalta la caserma della guardia repubblicana di Salò (Brigate Nere) che era asserragliata dentro il Colombarotto, per rifornirsi di armi. A seguito di questa operazione, un'assemblea formata da partigiani, elegge il “Memo”, come comandante della formazione “Giuseppe Ulivi”. Riportato anche in una stele-ricordo dell’ANPI di Carrara, nel giardino antistante  il Commissariato.

Carlaz, con quasi tutta la famiglia, riposa nella Cappella Gentilizia di Marinella, costruita dallo stesso per deporre i genitori, nel 1885, (non si legge bene la data sulla facciata della Cappella, anche perché il tempo trascorso ha corroso la scritta), mentre il monumento è stato eretto dal figlio Carlo Andrea nel 1913, assieme ai figli e con gli zii conte Giuseppe e commend. Bernardo (fratelli di Carlaz), opera di Alessandro Lazzerini  (1860-1942 ), scultore carrarese (per la cronaca è lo scultore che ha realizzato il monumento al Petrarca posto al centro del Pubblico prato di Arezzo. Pesa circa 240 tonnellate e conta almeno 20 personaggi. I preliminari iniziarono nel 1871 e fu inaugurato il 20 luglio del 1904) e rappresenta il padre, in piedi con indosso un tabarro del tempo e dalla mano destra lascia cadere monete a significare che  ha speso molti denari per bonificare la zona.  La Cappella era chiusa da una ringhiera di ferro battuto, come l’attuale cancello, ma durante l’ultima guerra, quando il governo Mussolini ordinò di reclutare tutto il ferro disponibile, venne tolta la recinzione, lasciando il solo grande cancello, con al centro, in uno scudo, una grande effe.  Attualmente la cappella è circoscritta da una rete  metallica.
Tra il 1881 e il 1882, su indicazione di Carlo Fabbricotti (Carlaz), oltre a bonificare la zona,
fece costruire la Chiesa, esaudendo le richieste dei mezzadri della tenuta di Marinella, benedetta  il 3 Maggio 1882.  Il 1° Maggio 1923 fu distaccata dalla Parrocchia di S. Lazzaro e costituita  in Vicaria autonoma sotto il titolo di S. Croce.  Nel 1937 Mons. Costantini la convertì in Parrocchia, intitolandola a S. Eutichiano (papa e martire) e dotandola, a lato della strada, della canonica.
All’esterno, nel giardino della Cappella, ci sono  minimo, altri ventiquattro posti di tombe a terra.  Attualmentre ne figurano in loco tredici.
Incisione laterale, verso monti, nel monumento a Carlo Fabbricotti  (Carlaz)  a Marinella di Sarzana :
Il figlio Carlo Andrea
i  fratelli
conte Giuseppe e commendatore Bernardo
in segno imperituro
del sentimento proprio
e dell’ intiera Regione espressero
MDCCCCXIII
Mentre sul davanti del monumento, di fronte alla Cappella, figura quest’incisione in marmo ed in risalto :
(a destra) CARLO  FABBRICOTTI
DALL’ ALPE  DOMINATA  (a sinistra)
TRASSE  RICCHEZZE
QUI  PROFUSE
BONIFICANDO

La famiglia Fabbricotti, destinata a rimanere nella storia del marmo per l’enorme potenza economica raggiunta nel giro di un secolo.  E poi tutte le tappe emblematiche di quello che è stato definito il Secolo breve:  il fallimento dell’  azienda di famiglia negli anni ’30,  i problemi con il fascismo locale, la guerra, le morti, i figli partigiani. In mezzo a questo sovvertimento di valori, si è letteralmente  disfatta.
Gli odierni eredi  Fabbricotti a  Marinella, sotto il monumento a Carlaz,  il 9 Ottobre 2011.
Piero Fabbricotti, 90 anni, figlio di Carlo Andrea, imprenditore e partigiano combattente di Giustizia e Libertà, Partito d'Azione. Gli chiede Vittorio Prayer su Ttn: a Carrara c'è chi dice che la vostra famiglia sia stata legata al fascismo: «No, respingo l'offesa. La mia famiglia ha subito solo gravi torti dai fascisti. Contro di noi hanno fatto un Consorzio Marmi e dopo varie peripezie ci hanno rovinato. Solo un ramo della nostra famiglia ha legato con il regime di Mussolini; ma chi non ha peccato... scagli la prima pietra. Pensate - prosegue Piero Fabbricotti - che i miei avi possedevano 117 cave e davano lavoro a 2.000 operai. Io ho fatto il partigiano con Fausto Chericoni nel Partito D'Azione. Mio fratello Fucci, che sta a Berlino è comunista da sempre». Giovanni "Fucci" Fabbricotti, 83 anni, architetto anch'egli figlio di Carlo Andrea il famoso industriale del marmo che dovette assistere al crollo dell'impero economico, fondato dai suoi antenati a Carrara e dintorni sin dal 1700. Il signor "Fucci" giorni fa è stato nella casa del Forte a trovare fratello e sorella. Uomo coltissimo e fine umorista è da sempre seguace di Carlo Marx. "Fucci" è comunista, già iscritto al partito dalla falce e martello, come ha rivelato a Vittorio Prayer e a Ttn. All'intervistatore che gli ha fatto notare che il suo avo "Carlàz" probabilmente si sarà rivoltato nella tomba, Fucci Fabbricotti ha ribattuto: «No, dopo aver visto le miserie di guerra e tanti lutti di popolo e nella nostra famiglia, ho creduto fermamente nell'ideale del comunismo. E ci credo ancora malgrado il Muro di Berlino. Malgrado tutto...». Piero Fabbricotti, Giovanni "Fucci" Fabbricotti, Giuliana "Giuli" Fabbricotti, Idina Murray Biso-Fabbricotti (nipote di Bernardo e figlia di Guido, già titolari della villa della Padula), sono gli ultimi rimasti della dinastia. Carlo Andrea e Maria Teresa Mazzei Fabbricotti misero al mondo 9 figli. Di questo ramo ne sono rimasti in vita tre. Il primogenito Franco subì la durissima prigionia in un lager nazista e morì a soli 27 anni. I Fabbricotti in questi giorni hanno ripercorso i sentieri di Marinella bonificati dal loro avo "Carlàz", e qui si sono soffermati nel mausoleo di famiglia.                                                                                                                        (da la Nazione del 9 Ottobre 2011) -
Il Comune non l’ha mai restaurata.
Cade a pezzi  la cappella funeria della famiglia Carlo Fabbricotti a Marinella, è pericolante; e Piero Fabbricotti, bisnipote di Carlo, torna a sollecitare un intervento del Comune di Sarzana. Finora infatti è rimasto «lettera morta» l’impegno preso dal Comune nel 1996, quando la famiglia Fabbricotti donò all’ente il cimitero ottenendo in cambio, con atto notarile, il suo impegno a provvedere la manutenzione e restauro dell’immobile ma anche della cappella e del monumento funerario. Da tredici anni Piero Fabbricotti attende questi  lavori. Più volte ha scritto all’amministrazione; l’ultima lettera all’assessore alla cultura Stefano Milano risale al febbraio 2009. L’assessore aveva assicurato che i lavori sarebbero iniziati ad ottobre 2008. Ad oggi, la lettera  di  Fabbricotti resta senza risposta. Comunque oggi fine 2013 pensiamo che il tetto della Cappella sia stato restaurato, visto che hanno tolto l’avviso, a quasi mezzo mondo per tutti gli eredi, dei sepolti nella cappella pericolante, appiccicati al cancello d’ingresso.
da La Nazione - del 17/06/2009 -
Attualmente, 2013, nell’ex area della villa Fabbricotti, con grande giardino, chiamata il Colombarotto (perché in origine vi era soltanto una colombaia che ricoverava piccioni), da alcuni anni si è stabilita la Polizia di Stato, col Commissariato della città,  la Camera di Commercio della Provincia di Massa-Carrara, (Progetti discussi dal 1956 al 1960; quello definitivo redatto dall’arch. Carlo Aymonino (Roma, 18 luglio 1926 – Roma, 3 luglio 2010)
il 20 dicembre 1957. Inaugurata nel 1961), alcune abitazioni all’angolo di via VII Luglio con via Aronte, il Municipio di Carrara con la Polizia Municipale (fu realizzato su progetto dell'arch. Bruno Fedrigolli con la collaborazione dell'arch. Dante Petrucci e dell'ing. Riccardo Morandi tra il 1959 e il 1962), ed un grande parcheggio (a pagamento), che circonda i suddetti edifici, ma sono rimasti pochi alberi e poco verde: due alberi di lauro asiatico (canforo, cinnamomum camphora) ed un grande alloro a foglia lunga tra il Commissariato e  il Municipio, una grande magnolia di fronte al Commissariato, con quattro cedri del  Libano, altri due cedri di fronte alle scale esterne che portano alla Sala Consiliare del Comune. Altri alberi e cespugli vari nella scarpata, che con scale porta all’ingresso secondario in via Rosselli e tre pini nel parcheggio. A seguito del DLL  del 1944 nr.159 i beni immobili della Federazione dei fasci furono devoluti al patrimonio dello Stato, quindi fu ripristinato con decreto luogotendenziale di Umberto II° del 1-3-1948 nr.48 il Comune di Carrara e  la zona del Colombarotto doveva essere acquistata dal Municipio di Carrara, ma il progetto non andò in porto:  lo Stato, dopo, vendette l’area destinata al Comune e l’area destina alla Camera di Commercio, tenendosi l’area della villa nella quale pose la “Celere”,  poi divenuta Commissariato di Pubblica Sicurezza, com’è tuttora.
Ovviamente non ci sono muri che circondano la zona, se non quello di via Rosselli che delimita la proprietà, alla quale la città ha rinunciato, divenendo dello Stato, del Municipio e privata.

Lucio Benassi
Carrara, 31 Ottobre 2013

Bibliografia:
-  Duino Ceschi, articolo “La villa del Colombarotto a Carrara”, nel Vo.II°, 1996, Atti e memorie dell’Accademia Aruntica di Carrara, Grafica e Progetti Azione di Avenza,              .  Tip.Ceccotti di Massa, 1997
-  Carlo Lazzoni "Carrara e le sue ville", 1880
-  Alfredo Bizzarri, Giorgio Giampaoli  "Guida di Carrara", 1932
-  Sovrintendenza ai Monumenti di Pisa, 1977
-  A.M.Zuccarino "Scheda 09/00066615"
-  Pietro Giorgeri "Carrara, la città nella storia", 1992
-  Claudio Rocca "Ville storiche di Massa Carrara", 1997.
-  http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgibin/pagina.pl?TipoPag=prodfamiglia& Chiave=27574
-  http://siusa.archivi.beniculturali.it/cgi-bin/pagina.pl?TipoPag=prodpersona& Chiave= 49938&RicProgetto=personalita
-  La Nazione del 9 ottobre 2011 e  17 giugno 2009
-  http://museodelcastello.spezianet.it/sangiorgio/CASTELLO/SALA5.HTM





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