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La guerra a Castelpoggio

1944 Il fronte
Eroi partigiani
Con certezza si sa che già dai tempi del Neolitico esistevano nella zona insediamenti umani, questo lo dimostrano i ritrovamenti di asce di diverse dimensioni in pietra verde levigatissima in località Gabellaccia, poco sopra Castelpoggio.
Probabilmente fin dal periodo della Repubblica romana fu molto legata a Luni, e nei primi anni del millennio fece parte di un sistema difensivo curtense di cui ancora oggi si possono vedere alcuni ruderi, probabilmente fu un “Castrum” bizantino a difesa proprio di Luni contro l'espansionismo dei Longobardi.
La rete viaria attraversava il territorio di Massa e fiancheggiava il borgo di Avenza mentre un altro percorso pedemontano, collegava la Pianura Padana con il mare, scendendo da Castelpoggio a Carrara e procedendo verso la Marina di Avenza. Lungo queste vie oltre ai castelli di Castelpoggio e Gragnana, alla rocca di Carrara, ai Castelli di Moneta, Campiglia e Ficola, già esistenti, Castruccio Castracani degli Antelminelli, signore di Lucca, ampliarono con installazioni difensive il borgo murato di Avenza, per la sicurezza del territorio della costa. La posizione nella pianura conferì al Castello di Avenza un ruolo di avvistamento e di difesa contro le incursioni piratesche e favorì quindi lo sviluppo dell'attività portuale per il commercio del marmo ma anche di merci essenziali come grano, grazie alla protezione data dalle strutture fortificate. A Marina fu installata una costruzione di “grottoni”, pietre varie marmoree, a forma rotonda tuttora esistente, per collegamenti ottici (costruzione ora vuota ed abbandonata, nel parco di via Garibaldi).
Si può comprendere che oltre a Castelpoggio, anche Gragnana aveva un'importanza strategica per la loro posizione di controllo, per chi dal Nord voleva entrare nella Valle del Carrione. Da documenti di Michelangelo stesso si apprende che tra l'aprile del 1516 e il febbraio dell'anno successivo dovette rifornirsi di marmi per eseguire ben sei colonne e si serviva dai magistri toranesi molto esperti come Jacopo da Torano detto il Pollina, Giampaolo di Cagione appellato il Bello da Torano ed altri, che erano incaricati non solo di estrarre ma di sbozzare i blocchi.
Ha una storia secolare, il primo documento storico di Castelpoggio che lo riguarda, 997 d.C. La data di questo storico anno è stata adottata come compleanno del paese, anche se sicuramente l'insediamento esisteva già da qualche tempo. Nel 1997 per i festeggiamenti dei mille anni del paese è stata affissa una lapide commemorativa sul portale del campanile della chiesa, dov’è inciso il testo del documento di vendita tratto dal Codice Pelavicino (vedi anche il documento in lapide marmorea, di cessione immobiliare riportato nel capitolo relativo a Volpiglione).
( Del Codice Pelavicino, di Oberto Pelavicino, se ne sente spesso parlare, ma non si conoscono né termini né contenuti e neppure dove si trovi. Eccovi una breve spiegazione :
Il marchese Oberto Pelavicino, figlio di Guglielmo, fu uno dei grandi capi del partito ghibellino. Apparteneva ad una famiglia feudale che possedeva delle proprietà nel Piacentino, nel Parmigiano e nel Cremonese. Il suo primo incarico fu di Rettore di Alessandria (guelfa) quindi capo dei popolari Piacenza. Fu fedele collaboratore di Federico II, il Barbarossa: nel 1239 fu da lui nominato vicario imperiale in Lunigiana e nel pontremolese e nel 1243 messo a capo del nuovo vicario di Versilia, Garfagnana e Lunigiana. Egli però mirava crearsi una signoria personale e divenne signore e podestà di Pavia, ma, dopo alterne vicende, il suo potere si ridusse notevolmente. Fu cacciato da Milano da Carlo d’Angiò. Gli rimase il dominio di S.Donnino, ma anche da qui fu allontanato. Morì a Gisalecchio, presso Pontremoli, l’8 maggio 1269.
Federico II, avversò molto il papato e nel 1241 la sua flotta, unita a quella pisana, sconfisse quella genovese alla Meloria e prese prigionieri molti prelati italiani e stranieri, fra cui Guglielmo vescovo di Luni, e li tenne in Puglia per dieci anni. Oberto Pelavicino, nominato vicario imperiale per la Lunigiana, cerca di mettere insieme un corpus di tutti i privilegi concessi da papi e imperatori. Il primo risale all’anno 900. Berengario marchese del Friuli e re d’Italia, conferma al Vescovo Odelberto i privilegi concessi dai suoi predecessori alla Chiesa di Luni. Non sappiamo a chi siano stati concessi i precedenti privilegi, l’investitura del vescovo di Luni pare debba risalire molto addietro, se non addirittura a Carlo Magno. Sembra certo che alcuni prelati lunensi abbiano partecipato alla cerimonia d’incoronazione. I documenti del codice sono oltre 500, ma solamente 7 anteriori al 1000, 11 fra il 1000 e il 1100, 12 fra il 1100 e il 1150, 67 fra il 1150 e il 1200; tutti i rimanenti si restringono nell’arco di un secolo, cioè al tempo del Vescovo Gottifredo II° Enrico da Fucecchio.
La lingua del Codice è, naturalmente quella latina, ma non quella classica. Gli imperatori e i vescovi avevano nella curia i notai e questi tenevano nel loro studio degli amanuensi. Salvo i casi di documenti importanti, i primi stendevano una bozza con tutti gli "omissis" e i secondi lo redigevano in forma completa. La trascrizione nel senso sopra chiarito, ad eccezione delle parti poc’anzi ricordate, è stata fatta dal prof. Michele Lupo Gentile, ed è la sola alla quale si possa fare riferimento. Il testo contiene alcuni vuoti dovuti alla corrosione dell’inchiostro o allo scadimento della scrittura, il gotico curiale.
Pochi anni or sono i Codice è stato restaurato a cura delle Regione Liguria. E’ proprietà del capitolo della Cattedrale di Sarzana e custodito in unico scaffale di ferro nella Biblioteca Niccolò V, in una stanza blindata munita di apparecchiatura di allarme antifurto. Recentemente sempre a cura della Regione Liguria è stato anche microfilmato perché è in programma una nuova e integrale edizione. Si tratta di un documento tanto importante e finora quasi del tutto ignorato. Le premesse ad ogni documento sono del Lupo Gentile).
Come potete costatare il Codice e depositato molto vicino a noi, esattamente a Sarzana, chiuso dentro una cassaforte ben difeso dai male intenzionati, proprio per il valore cui riveste.
Castelpoggio, unico tra i primi paesi all’origine del carrarese a essere stato nominato comune, com’è da antichi documenti del milleduecento. Anticamente fu via di transito per i pellegrini che viaggiavano verso la Lunigiana ed i valichi, per questo fu sede dell' Hospital, accogliendo pellegrini bisognosi di alloggio e cure. Durante la Seconda guerra mondiale fu teatro di sanguinosi scontri. Tra marzo 1944 ed aprile 1945, nelle rappresaglie fasci naziste, a Castelpoggio, furono uccisi 33 civili ed incendiato il paese intero.
Novembre 1944, sarà ricordato nella storia della resistenza di Massa Carrara, come uno dei momenti più fulgidi di sacrificio, di abnegazione e solidarietà della gente apuana.
“L'enorme dispiegamento di forze militari messo in atto dal Comando tedesco, facente capo al Maresciallo Kesserling i mesi di Novembre, Dicembre 1944 per annientare le forze partigiane operanti nelle retrovie della linea Gotica, composte da formazioni spezzine, lunigianesi, garfagnine e di Carrara e Massa che componevano la Divisione G. Garibaldi "Lunense", era in parte dovuto al fatto che il Comando Alleato dell'alto Tirreno, aveva deciso di rimandare l'avanzata alleata alla primavera dei 1945 dando la priorità dello sforzo bellico allo sbarco alleato del vallo atlantico in Normandia. Il proclama del Generale Alexander, che "consigliava" ai partigiani di nascondere le armi e tornare alle proprie case, per poi riprendere la lotta a primavera è la prova più clamorosa dell’assoluta mancanza di conoscenza reale di come stavano le cose oltre la linea Gotica, o meglio questo comportamento da parte alleata si potrebbe spiegare in due modi: il primo, il più ingenuo, come ho già detto, che non conoscessero la situazione reale; il secondo che è il più probabile, quello della preoccupazione alleata che nel dopoguerra con la forza e l'armamento delle Brigate Garibaldine che erano le più numerose e di tendenza comunista queste divenissero decisive per l’instaurazione di un regime comunista e perciò un annientamento da parte tedesca delle brigate partigiane, andava in direzione della politica della "guerra fredda", già in atto contro la Russia e i Balcani.
I tedeschi si accorsero di questa tattica e così ebbero modo di distogliere ingenti forze dalla linea del fronte e impiegarle in un massiccio sforzo di annientamento contro le forze partigiane, assieme ai neo-fascisti detti anche MaiMorti, che collaboravano assiduamente con i germanici, anzi era il loro compito snidare i partigiani dalle montagne. Ed è in questa situazione, che si svilupperà poi l'accanita rabbiosa ed epica resistenza delle popolazioni e dei partigiani, contro i rastrellamenti, le distruzioni e le minacce di deportazioni e rappresaglie. L'attacco iniziale e massiccio, lo subisce dal 23, 24 Novembre, la popolazione di Castelpoggio, della valle dell'Isolone e Fosdinovo con la Formazione "D. Chierasco" comandata da "Orti", Lido Galletto, subiscono il primo urto e tiene le posizioni, coadiuvata dalla popolazione sino al 28-29 poi dopo giorni di combattimenti, a corto di munizioni e la perdita di otto uomini e costretta a ritirarsi con il suo comandante ferito e che sarà poi disperso. Il secondo urto lo subisce il distaccamento a Forte Bastione, della formazione "L. Parodi" di stanza a Castelpoggio, comandata da Francesco Tosi (Mario) e da Giovanni Bernardi (Ulisse) con l’incarico di commissario politico. Il distaccamento é formato da un mitragliatore leggero azionato da Azzolino Marselli, con altri tre compagni, Volpi Giuseppe, Tonarelli Luciano e Vasco Venturelli che resistono agli attacchi e all'accerchiamento sino a che hanno munizioni, permettendo cosi al resto della formazione di non venire accerchiata e retrocedere senza perdite, poi vengono sopraffatti e cadono con il mitragliatore ormai inservibile per mancanza di munizioni, in tre Marselli, Tonarelli e Volpi, mentre Vasco Venturelli cade ferito e viene catturato da una compagnia di "Alpejager" (truppe di montagna ). Vasco Venturelli, grondante sangue e senza essere medicato è rinchiuso, assieme a una quindicina di civili rastrellati, nella scuola elementare e sottoposta a interrogatori incessanti, con pestaggi e torture per costringerlo a dire i nomi dei suoi compagni e comandanti. Il giovane subirà botte e torture ma non parla; non un nome uscirà dalle sue labbra tumefatte finché la sua faccia e il suo corpo non saranno una maschera di sangue; poi i suoi aguzzini decidono di fucilarlo contro il muro della scuola e il ragazzo che capisce e parla la lingua tedesca, con sforzo enorme tenta di alzarsi appoggiato al muro ed erigersi con dignità verso il plotone di esecuzione e quando un soldato si avvicina presentandogli una benda per gli occhi, lui rifiuta sdegnosamente. La gente rastrellata e obbligata dai tedeschi ad assistere a tutta la scena e racconta che a fucilazione avvenuta l'ufficiale tedesco che comanda il plotone di esecuzione, lo schiera davanti alla salma di Venturelli e ordina ai soldati il "present'arm", cioè l'onore delle armi, portando la mano alla visiera del berretto e resta in silenzio riverente per alcuni istanti, poi con un gesto, forse dettatogli dall'eroismo del partigiano, libera tutti i prigionieri i quali dopo avranno la possibilità di raccontare come si sono svolti i fatti. Questa è stata la morte eroica di quattro partigiani socialisti della formazione "L.Parodi". (detto tra parentesi la “Parodi” nacque dall’ex “Banda Partigiana di La Spezia – 340^ Compagnia” situata nella zona di Bardine S.Terenzo Monti e faceva parte un fossolese del 1915, “Gualtiero”, ovvero Walter Valentini: la Formazione si dichiarava di posizione socialista con il “Capuralin”, Giovanni Bernardi, detto Ulisse, creando la “Ugo Muccini” e rimanendo nella Brigata “Lunense”, collocata a Castelpoggio, con distaccamento a Marciaso e Forte Bastione, in cui militava anche un celebre attore degli anni passati, nato a Roma il 17 marzo 1925, vivente, Gabriele Ferzetti). Questo episodio segnerà l'inizio da parte tedesca del riconoscimento alle formazioni partigiane quali patrioti militari combattenti per la liberazione del proprio paese e non più dei fuori legge, trattati alla stregua di banditi e al CLN saranno dati la qualifica dì governo regolare delle città e delle zone liberate e saranno definite le competenze territoriali da amministrare da ambo le parti sino alla fine del conflitto. Questi eroici giovani, che senza chiedere nulla, si sono sacrificati, dimostrando quale spirito di abnegazione li animava quando hanno scelto di salire sui monti per difendere la loro terra e la loro libertà ci hanno lasciato un’eredità preziosa e inalienabile; possa il loro esempio essere di stimolo e insegnamento ai loro nipoti e pronipoti nel momento in cui le circostanze lo richiedessero, essere pronti a difendere queste nostre città, questo nostro paese da qualsiasi nemico che attentasse alla sua Democrazia e alla sua Costituzione”.
dal discorso di Giorgio Mori (Presidente ANPI Massa-Carrara) in occasione della cerimonia commemorativa del 64° anniversario dell’eccidio di Castelpoggio, Domenica 24 agosto 2008).
Proprio in questi giorni, sul mensile “Trentadue” – 32 l’Ecoapuano, Dicembre 2014, un redazionale di Mori, relativo alla Centrale elettrice ex C.I.E.L.I. di Ortomurano, e stralcio quanto riguarda Castelpoggio:
. . . I giorni della liberazione dell’aprile 1945 videro la “Brigata d’assalto G.Menconi” impegnata sino al 10 contro un grosso contingente tedesco che si era ritirato dopo aver distrutto il ponte della Martana a Massa, occupando le alture, sovrastante Carrara, di Piana Maggio e della Foce. Lo scontro durò circa una giornata e si risolse con la cattura di duecento militari e la morte dell’ufficiale che li comandava si tolse la vita per la “vergogna” di essersi arreso a dei “banditen”. Subito dopo ci fu il combattimento sulle pendici del monte d’Arme e del Paga, contro un centinaio di “Alpenjager”, assieme ai partigiani anarchici dell’ex Lucetti e altre formazioni. La resa degli uomini della Wermacht portò il numero dei prigionieri a cinquecento. Appena il tempo di ingoiare un boccone di pane bianco americano e partenza per Castelpoggio dove vi era una forte resistenza nazista. Si carica l’armamento sopra un’ambulanza della P.A. e, seguiti da una torma di ragazzini e gente entusiasta, si inizia a salire verso Gragnana, ma all’altezza di Linara rabbiose raffiche di mitragliatrice ci investono costringendoci a sdraiarci a terra per non essere colpiti. Stupiti dal silenzio dietro di noi, ci accorgiamo che la folla che ci seguiva coraggiosamente si è come volatilizzata. Decidiamo di proseguire non sulla strada ma lungo i sentieri dei boschi che conducono a Castelpoggio, mentre quattro di noi, tra cui lo “Sceriffo” (Sergio Vannucci), debbano andare verso il paese di Sorgnano a scovare la mitragliatrice e farla fuori. Quando arriviamo a Castelpoggio il paese è sotto tiro di mortai e di mitragliatrici poste sopra le alture che sovrastano il paese; la gente è rintanata dentro le case e noi decidiamo di salire sul campanile per renderci conto della situazione; d’incanto appare il prete con alcuni passanti che sapute le nostre intenzioni, non vuole aprire la porta del campanile. Il prete è un gigante, lo chiamano Don Primo “Carnera”, per la rassomiglianza che ha con il famoso pugile e gli chiediamo perché non vuole aprire la porta e lui ci dice che se noi saliamo i tedeschi ci vedono e cominciano a spararci, rovinandogli la croce che gli è costata un occhio della testa! Con pazienza gli spieghiamo che le “croci” sono altre e ben più tragiche e poi con un calcio apriamo la porta e cominciamo, in due, a salire. Arrivati in cima, vediamo del movimento all’altezza del cimitero del paese e una raffica di mitragliatrice da un altro lato, fa suonare le campane. Prima che ci colpiscano, ridiscendiamo in fretta, ma ora sappiamo in parte, dove sono le postazioni nemiche. Intanto gli uomini che erano andati a Sorgnano ci raggiungono e noi possiamo escogitare un piano per attaccare le due postazioni. Dario Cappellini “Darietto” e Vittorio Pelliccia “Vitò” dirigono le azioni che si svolgeranno in due punti diversi con la tattica dell’accerchiamento. La postazione della mitragliatrice che è interrata e si trova all’interno del cimitero, in posizione leggermente in alto, è accerchiata e prese quasi subito con uso di bombe “ananas” e raffiche di “stern” e mitra: un morto tedesco e due prigionieri e un ferito nostro leggero. La postazione di mortaio che si trova sulla cima di monte Acuto è più difficile da conquistare: due dei nostri sono feriti da bombe a mano nemiche e se non ci sbrighiamo, ci fanno fuori tutti; perciò si decide un assalto sui due lati con bombe a mano e lo “Sceriffo”, come al solito si mette in mostra, ma se prontamente non abbatto, con una raffica di mitra, un sottufficiale che lo prende di mira con la “machine pistole” lo sceriffo mette le ali! Si odono dei tedeschi feriti che si lamentano, poi in sei, escono dal ridotto con le braccia alzate e “Darietto”, che mastica la loro lingua, li fa sdraiare bocconi per terra. Il bottino è ingente: due mortai, due mitragliatrici leggere con una ventina di nastri di munizioni e delle bombe a mano con il manico di legno. Noi abbiamo due feriti uno dei quali colpito all’addome deve essere subito trasportato a Carrara, mentre l’altro zoppica, ma sta in piedi; per i germanici è andata peggio, due morti e due feriti assai malmessi e sei prigionieri. Mentre scende la notte arrivano a Castelpoggio i primi avamposti americani, sono “Nysei”, nippo americani delle isole Hawaii, a cui consegniamo i prigionieri e i feriti e finalmente ci danno qualcosa da mettere sotto i denti, anche se cibo liofilizzato. Il ritorno lo portiamo a termine sopra “Jeep” americane quando scendiamo in Piazza Alberìca la folla ci accerchia, ci stringe, ci abbraccia e non sentiamo più né stanchezza né fame ma una soddisfazione immensa: quella di essere finalmente liberi e di averla scampata! . . .
(segue la descrizione dell’intervento sul viale XX Settembre angolo via Carriona, a Ortomurano presso la Centrale elettrica, allora C.I.E.L.I. ed oggi Enel).

La matrtina del 30 novembre 1944, sono uccisi nei pressi di Castelpoggio quattro partigiani della formazione “Parodi”: Luciano Tonarelli (19 anni) di Carrara, Marselli Azzolino (19 anni) di Fossola, Volpi Giuseppe (22 anni) di Carrara, Venturelli Vasco (24 anni) di Carrara.
Va ricordato anche le molte altre eroiche persone: in totale furono 33 tra civili e partigiani che furono massacrati, in quel di Castelpoggio. Ecco l’elenco di eroici partigiani sulla lapide che è stata murata in piazza ex Dogana, sulla parete esterna di casa Vaira :
GLORIA AGLI EROICI / PARTIGIANI DELLA / FORMAZIONE PARODI
CADUTI SU QUESTE / MONTAGNE PER LA / LIBERAZIONE ED IL PROGRESSO:
PARODI LINO
NOCE MAURO
BIANCHI UMBERTO
CERVIA ANGELO
ANDREI NANDO
RICCI PRIMO
MATAZZONI RENZO
MARSELLI AZZOLINO
ROMAGNI FRANCO
TONARELLI LUCIANO
VOLPI GIUSEPPE
VENTURELLI VASCO
È quasi certo che da Luni partisse una mulattiera che attraversava la valle, saliva a Castelpoggio e si diramava verso la Lunigiana e verso la Garfagnana. Un'altra strada mulattiera arrivava da Carrara passando per Gragnana e s’incrociava con quella di Luni - Monteforca proseguendo verso Fosdinovo. Reperti del periodo romano furono trovati nel 1816 mentre stavano tracciando una mulattiera attraverso le montagne fra Castelpoggio e il passo della Tecchia e consistevano in un'anfora con assi di argento appartenenti alla Repubblica Romana. Nel Medioevo fin dal 1100 la via che da Carrara passava per Castelpoggio ed arrivava a Fosdinovo fu una delle più importanti e più sicure e già dal 1151 lungo il percorso esisteva "l'hospitale" di Monte Furca, come precisato sopra, che venne concesso dal vescovo ai canonici di San Frediano di Lucca per dare assistenza ai viandanti e pellegrini che passavano da Carrara e da Luni e funzionerà fino al 1600. Da Gragnana nel XVI secolo si staccava una mulattiera che arrivava al valico del Monte Tecchia dove vi era una postazione dei doganieri (da qui la denominazione di Piazza della Dogana) e da questa è derivato il nome della Gabellaccia a quel territorio; il tracciato fu adibito principalmente al trasporto del sale da Livorno a Fivizzano e ancora oggi dagli anziani è chiamata via del sale, anche se vi erano trasportate altre merci. La mulattiera era molto transitata durante la pestilenza di Genova del 1656 e, per evitare la Liguria, dal Nord - Italia e viceversa si percorreva la via del Sale. Nel 1270 il borgo era qualificato come comune Homines et Commune Casapozi in un’istruttoria del vescovo di Luni, Guglielmo, per confermare i diritti della curia lunense sul territorio erano gli anni in cui le vicinanze della valle del Carrione e Carrara stessa volevano rendersi autonome liberandosi dai vincoli dell'autorità vescovile e Castelpoggio fu il primo a diventare un comune libero. Nel 1490 la vicinanza di Castelpoggio era la più ricca per i terreni e le attività economiche si basavano sulla lavorazione delle castagne, sulla raccolta della legna usata per combustibile e sulla pastorizia, però non vi era ancora un mulino. Tra il 1527 e il 1531, la vicinanza ebbe un impulso economico sotto il dominio dei Malaspina: alcune famiglie del borgo iniziarono una nuova attività nel settore dei fabbri - ferrai o maniscalchi per la fabbricazione e applicazione dei ferri agli zoccoli dei cavalli e da ciò possono dedurre che il paese era un importante nodo viario, limes (confine) tra la Lunigiana, la Garfagnana e la Pianura Padana e quindi transitato da numerose carrozze trainate da cavalli. Fino agli ultimi anni del 1400 non vi era nessun abitante di Castelpoggio iscritto alla corporazione dei magistri marmorum, mentre nei primi anni del secolo comparve una famiglia di marmisti castelpoggini, i Pollina che lavoravano nel bacino di Torano e il nome di uno di essi, Jacopo, con altri commercianti comparve in un contratto di affari del 1521 con lo scultore Michelangelo Buonarroti per l'acquisto di marmo bianco senza vene e senza macchie scavato dalla cava del Polvaccio e destinato alla Sacrestia di San Lorenzo a Firenze. Devo ricordare gli amici che ci hanno lasciato. Inizio con Azzolino Marselli, di Fossola, che ricordo, anche se vagamente, avendo avuto circa 10 anni (Marselli era del 1925), e lo incontravo sempre con mia sorella che è nata nel 1926 e forse flirtavano, ma non ne sono certo. Ricordo anche che quando mia sorella apprese della sua disgrazia a Castelpoggio, non fece che piangere per giorni interi, ed io non potevo far nulla per consolarla e forse non capivo pienamente questa sua manifestazione. Ora riposa in un “fornetto”, nella parte più alta del Cimitero di Fossola e quando faccio il giro dei miei parenti, sono, volente o nolente, obbligato a passargli davanti. Anche se la tomba pare un po’ abbandonata durante l’anno, comunque qualcuno, il giorno del 2 novembre, un mazzo di fiori freschi lo deposita sempre e ciò mi tranquillizza. Fossola gli ha dedicato una via (da piazza Biggi, che allora si chiamava piazza Nuova, a piazza San Giovanni Battista. A metà, anche il Vicolo Lino Marselli).
L’altro che ricordo con affetto e nostalgia, è Lido Galletto (7 giugno 1924 - 18 gennaio 2011) comandante partigiano della formazione "Orti". Nasce a Caniparola di Fosdinovo (MS), in una famiglia contadina. Durante gli anni della guerra frequenta l'Accademia di Belle Arti a Firenze, facoltà di Architettura. Dopo la caduta del regime avvenuta, il 25 luglio del '43 tornerà a casa insieme ad altri giovani della Valle dell'Isolone e ad alcuni militari sbandati. Dall'agosto del '44 il gruppo di partigiani della "Orti" aderirà alla Brigata Garibaldi "Ugo Muccini", carrarese e Galletto sarà il loro capo.
L’accompagnava la moglie, Anna Maria Paoletti all’ A.N.P.I. di via Loris Giorgi, ex via del Carmine, restava a chiacchierare con tutti i presenti, esponeva i suoi punti di vista, la stanza era circondata anche di sue fotografie. Ricordo che era preoccupato perché non vedeva alcun giovane frequentare l’A.N.P.I., pensando al futuro dell’Associazione. (Quando fu ricoverato all’Ospedale Monoblocco di Carrara, per più volte, lo andavo a trovare, dove la moglie lo accudiva affettuosamente). La sera, prima della chiusura dell’Associazione lo riaccompagnavo a casa sua in via Carriona, alla Lugnola, dove la moglie lo attendeva per la cena: sembravano due giovani innamorati ! I figli, uno lavorava in uffici del Comune di Carrara, l’altro, se ben ricordo era nella Polizia della Versilia. Mi raccontava della sua vita avventurosa all’Isolone, con la formazione “Orti”, che appartenendo alla Resistenza ciò gli aveva portato tutti i malanni, sia alle ossa sia agli occhi; ne aveva viste di belle e di brutte, forse più brutte. Molti lo ricordano come insegnante di disegno nelle varie scuole di Carrara, io come pittore e disegnatore, bravo e poco incline a farsi pubblicità. Pitturava per se stesso, per il piacere di eseguire un quadro, un disegno, un piccolo capolavoro, lontano dall’esistenza travagliata avuta nella formazione “Orti”, per il bene di Carrara e di tutti i carrarini ed anche per la Provincia. Lo accompagnavo nelle riunioni, nelle scuole, al Museo della Resistenza di Fosdinovo, per ogni dove, e cercava sempre d’inculcare nei giovani i diritti ed i doveri che la Resistenza e la Liberazione gli avevano insegnato. Io le chiesi, un po’ a bruciapelo, se aveva mai ucciso qualcuno durante la Resistenza: si fermò di scatto, guardandomi fisso, e rispose “sì, ho ucciso, ma dovevo farlo perché altrimenti il tedesco avrebbe ucciso me. Ho faticato per accettare questa situazione e non voglio rammentare l’uccisione di tutta quella gioventù che gli vedevi negli occhi la voglia che avevano di vivere, però voglio dirti che la Storia è il nostro futuro”. Ora riposa, in terra sacra nel Cimitero di Fosdinovo, per sua volontà, rispettata. Mi disse, durante i nostri incontri alla sede dell’ANPI, che il 17 settembre 1944 fu ucciso dalla 16a SS-Panzer-Grenadier-Division, don Florindo Bonomi, cappellano di Fosdinovo e membro del CLN locale, (a cui Castelpoggio ha dedicato una Salita al “Castello”), già suo amico e che facendosi inumare nel Cimitero di Fosdinovo è come se ritrovasse l’amico don Florindo.

Il racconto che non voleva rammentare, di quanto accaduto quattro giorni prima del 25 aprile 1945, “Ricorrenza della Liberazione”, poi dedicato in un suo volume, a “Carlin”, Nello Masetti, il Ribelle Carlin (21 giugno 1924, ucciso 21 aprile 1945), la famiglia, detta dei “Mazzon” era costituita da madre, padre, tre sorelle Virginia, Rosina, Mellia e Nello che Galletto definiva “Vigile sentinella della Valle dell’Isolone”. Ecco il racconto : Testimonianza di Lido Galletto, in riferimento al corpo di “Carlin”, sul volume “Ricordo di Nello Masetti, il Ribelle Carlin : - “Non si improvvisa un ribelle, mai . . . Era morto con alcuni americani e la salma non sapevamo neppure dov’era, dove l’avevano portata . . . andammo a cercarla ovunque, su un camioncino guidato da Primo Nardi di Sarzana, da Lerici fino a Firenze al Cimitero Militare, con Rossi Renato di Marciaso cognato di Carlin, Fernando Marchini (Mario), Bruno Brizzi (Nino), entrambi di Caniparola, Gino Andrei (Raul) di Carrara ed io, ventunenne, . . . ma la salma di Carlin non si trova . . . tornando indietro, siamo all’incrocio di Avenza, incontro un ragazzo, Luciano Lucetti di Andrea, di tredici anni (sei o sette meno di noi). Era il nipote di Gino Lucetti, l’anarchico che sparò a Mussolini, morto a Ponza sotto un bombardamento proprio mentre tornava ad Avenza sopra un treno, dopo che lo avevano liberato dal carcere. Lo conoscevo perché suo padre era venuto in montagna e lo aveva portato con sé. Lo saluto e gli dico - “Sto cercando Carlin e non lo trovo - ”. Allora lui mi dice: - “mi trovavo al Mirteto e ho visto passare dei camion di americani e li ho visti buttare giù un sacco, ma è già qualche giorno . . . “ – Faccio girare subito il camion e vado al Cimitero del Mirteto, trovo il becchino e gli dico – “hanno sepolto qui uno senza nome ?” – E vero. Sì, l’hanno lasciato qui gli americani” – era domenica sera. Il becchino aggiunge: -“ è sepolto qui, ma io non ci sto, me ne vado” – Cominciava il mese di maggio e tutto era ricoperto di mosche, mosche di cadaveri, con un’aria pestilenziale. Fuori del Mirtetto hanno messo una baracca di legno, dove ballavano, anche senza scarpe, con una strana euforia quasi feroce, per dirla in sintonia in mezzo ai morti. Ci mettiamo, io e Fernandello, Canella, a tirar fuori il cadavere, al sepolto avevano fatto una specie di bara in tavole di legno, sotto venti centimetri di terra. Io e Bruno Canella facemmo forza con le cinghie e tirammo fuori la salma. Poi Bruno alza il coperchio . . . era zeppa di vermi! Che cominciarono a rigurgitare dalla cassa . . . e si muovono. La fisionomia c’era ancora ma era già in putrefazione . . . Carlin aveva preso una raffica in pieno petto, ma era lui, la struttura, la faccia c’è . . . è lui. A Sarzanello abbiamo sparato. A Sarzanello dentro il Cimitero abbiamo sparato” . . .
Questo è lo straziante racconto di Lido Galletto, che ogni volta che lo leggo mi scaturiscono lacrime di rabbia e di disperazione: un ragazzo ventunenne, ammazzato senza alcun motivo. (Il 17 agosto 1944 la formazione partigiana Ulivi ebbe uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi dello stesso battaglione presso una contrada del paese Bardine di San Terenzo. Alla conclusione del combattimento morirono 16 soldati tedeschi. Fra i partigiani perse la vita, il diciottenne Renzo Venturini di Carrara (pp. 230-2). I nazisti risposero assaltando, il 19 agosto 1944, i paesi di Valla e di Bardine San Terenzo, uccidendo 160 civili (pp. 246-80). Il 24 agosto le Brigate Nere della X^ Mas e la 16a SS-Panzer-Grenadier-Division nel paese di Vinca sulle Alpi Apuane uccisero 174 civili (pp. 281-90). Il 13 settembre 1944 i tedeschi uccisero a Tenerano 10 civili (pp. 319-22). Da “La lunga estate” suo volume del 1995), ma di libri ne ha scritto diversi, di storia della Resistenza e di memorie della sua esperienza partigiana. La moglie, che non guida, ed ora con la testa un po’ fuori, non può neppure andare a trovarlo, anche se mi sono offerto di accompagnarla, per più volte, ha sempre rifiutato, scusandosi, nel raccontarmi che vede l’aldilà a modo suo.
(Ponza, sopra ricordata con Lucetti, da parte del regime fascista è datata 1928. I primi confinati arrivarono nello stesso anno e furono alloggiati nel carcere penale borbonico. Ponza accolse il futuro presidente Sandro Pertini, arrivò il 10 settembre 1935; e personaggi come Giorgio Amendola, Lelio Basso, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia, Umberto Terracini, Zaniboni e tanti altri, insieme ad esponenti slavi e greci, ras etiopici, indipendentisti libici, ed il carcere era un vero inferno!).
Ho conosciuto anche Giovanni Bernardi il “Capuralin”, (conosciuto tra i partigiani come “Ulisse”), fossolese, impresario del lapideo, ma anche Senatore, di fronte la sua all’abitazione in via Agricola, dopo la fine della guerra. Era amico di mio padre Amleto, altro imprenditore del marmo, con segheria nella Raglia, sulla Carriona, con tre telai, si ritrovava col Capuralin dalla “Maddalena”, un bar di Fossola, (vicino all’ex Cinema Gentili), sul viale XX Settembre, ora di Dell’Amico. Anche lui riposa nella tomba di famiglia a Fossola. Picchiato, anche lui, dai MaiMorti, fascisti facinorosi, (vedi La Storia di Fossola, con scheda personale), dove racconto, con la biografia, una batosta a manganellate e olio di ricino, in via Magenta, dove depositava blocchi di marmi, proprio a lato della sua segheria e di fronte alla sua casa, color rosso-cybeo.
L’altra partigiana che ho conosciuto è stata Francesca Rola (una sola elle), staffetta partigiana della Brigata Garibaldi "Gino Menconi", formazione "Ulivi" e donna della rivolta di Piazza delle Erbe a Carrara, del 7 luglio 1944. Faceva parte delle donne che si sono ribellate alle SS. germaniche, nella sede di Carrara, in via Garibaldi (oggi via VII Luglio), in una villetta dove ora, nuova costruzione, c’è la libreria della Suore. Era il sette luglio 1944. “In centinaia tremavano, avevano paura davanti alla mitragliatrice tedesca, ma di quel tipo di paura che in un attimo si trasforma in razionalità e forza". E’ quanto dichiarò prima di lasciarci, in un’intervista alla RAI per “La Storia siamo noi”, che salvò la città di Carrara dallo sfollamento ordinato dalle SS germaniche, verso Sala Baganza in provincia di Parma. “I camion erano già tutti pronti per caricarci per il trasferimento verso la pianura padana”. Abbandonarono la sede tedesca solo con la revoca delle disposizioni in precedenza emanate (i massesi sfollati nella nostra città, avevano già rimediato a trovarsi un rifugio nelle grotte alle Canalie, come abitazione ed erano tutte occupate, visto che Fossola, era stata rasa al suole dalla Wermacht , facendo saltare il borgo che va dalla casa del Capuralin fino al Cimitero, con potenti mine. Vinsero la loro battaglia, salvaguardando non solo la propria città ma anche tante famiglie di Massa che dopo lo sfollamento si erano rifugiate da parenti ed amici a Carrara). Gli facevo da autista nelle varie giornate e serate in cui interveniva od era invitata, oppure l’assistevo nelle interviste della RAI, quando per la “La Storia siamo noi”, vennero da Firenze a intervistarla per raccontare quanto aveva vissuto nella Resistenza e come Presidente provinciale dell’ANPI. Francesca ci ha lasciato a ben 95 anni, (nata nel 1915 deceduta nel 2010) la maggior parte di questi anni passati a testimoniare, nelle scuole, nelle riunioni a revocare gli avvenimenti di quella giornata del sette luglio, mantenendo il suo impegno civile e morale alto e chiaro fino all’ultimo respiro, lottando per costituire una società più giusta. Riposa in un ossario del Cimitero di Fossola, unitamente ai resti del padre e della madre. Quando vado a visitare i miei parenti sono obbligato a transitare davanti a Rola, a Marselli ed a Bernardi. Davvero un bel “trio” !
Segnaliamo il documentario:
Le radici della Resistenza. Donne e guerra, donne in guerra. Carrara, Piazza delle Erbe, 7 luglio 1944, di Francesco Andreotti (2005 – storico)
I tedeschi costruirono proprio nelle zone dei terreni della Battilana le fortificazioni della "Linea Gotica", (in tedesco Gotenstellung) che vede attraversare l’Italia, dal Tirreno all’Adriatico, per bloccare l’avanzata Alleata. "Linea Gotica" è denominazione di origine tedesca, certamente con riferimento alla strenua linea di difesa che i Goti opposero invano, in queste stesse zone, ai Bizantini nel sesto secolo dopo Cristo. Verso la metà del giugno 1944, il Comando delle truppe germaniche decise di cambiarle nome, preferendole quello di "Grüne Linie", voluto da Hitler, (Linea Verde), non intendendo dare più ai propri soldati l’ impressione di trovarsi in una posizione di estrema difensiva. Molti storici ritengono che la Linea Gotica "partiva" esattamente dal promontorio della Punta Bianca, dove erano piazzati i cannoni costieri i cui colpi causarono vittime e danni in tutta la Versilia, compreso Castelpoggio (riferito da Lido Galletto, che il partigiano fossolese, Azzolino Marselli fu colpito da una di queste cannonate ed è nell’elenco degli eroi in piazza Primo Ricci). Come baluardo più avanzato, la linea difensiva dei tedeschi si estendeva dal Tirreno e seguiva il corso del torrente Parmignola dal confine della provincia di Massa e Carrara, (allora denominata Apuania), fino ad Ortonovo. Poi da Castelpoggio saliva sul Sagro e quindi alla martoriata Vinca, a sbarrare il valico che da Forno di Massa conduce fino alle valli del Lucido, alla costa adriatica di Pesaro, seguendo un fronte di oltre 300 chilometri sui rilievi delle Alpi Apuane proseguendo verso est lungo le colline della Garfagnana, sui monti dell'Appennino modenese, l'Appennino bolognese, l'alta valle dell'Arno, quella del Tevere e l'Appennino forlivese, per finire poi sul versante adriatico negli approntamenti difensivi tra Rimini e Pesaro. Linea sulla quale i tedeschi cercarono di aggrapparsi quando il fronte fu sfondato dagli americani ai primi d’aprile 1945.
Dopo lo sbarco anglo – americano in Sicilia, all’inizio dell’estate del 1944 e dopo la caduta del fascismo e l’arresto di Mussolini, nel settembre 1943 l’Italia aveva firmato un armistizio con gli Alleati. Si era festeggiata la fine della Guerra, ma i tedeschi occuparono le zone del Nord e del Centro, e liberarono il Duce, che costituì la Repubblica di Salò su quei territori, per continuare a combattere a fianco di Hitler.
Contro l’occupante nazista e il suo regime vassallo di Salò, nacquero ovunque formazioni partigiane, che erano aiutate dalla popolazione delle Vicinanze e Castelpoggio è una di queste. La gente voleva che finisse la guerra e le atrocità di cui si rendevano responsabili i tedeschi. Nel giugno del 1944 gli alleati liberarono Roma, poi salirono verso Nord. Con il contributo attivo della Resistenza il 10 Agosto sarà liberata Firenze. Sulla costa tirrenica, il fronte è bloccato presso Pisa. Sulle alture di Campocecina erano attivi i gruppi di partigiani che scendevano a volte in paese per procurarsi il cibo. Gli americani avevano paracadutato loro munizioni e vestiti. Poi anche una radio trasmittente con la quale si rimaneva in contatto con gli Alleati. Nella seconda metà di luglio, le SS organizzarono diverse spedizioni, ma i partigiani si difendono, subiscono delle perdite ma ne infliggono anche agli invasori. Il 25 Agosto del 1944 la Soldataglia nazista conduce a Castelpoggio, un gruppo di persone catturate in località confinanti. L'intero gruppo, condotto nel parco della "Villa Fabbricotti" (adesso scuola materna ed elementare), è annientato con la mitraglia. I poveri corpi rimasero abbandonati sul terreno del parco per più giorni e soltanto per l'interessamento di don Angelo Ricci, fu avvertita la Pubblica Assistenza di Carrara che rimediò raccogliendo i cadaveri ormai imputriditi ed a seppellirli nel Cimitero di Gragnana. I poveri corpi fucilati sono del paesano Stefani Attiglio (70 anni), Sisti Elio (24 anni di Viano), Pellistri Francesco di Cecina, Bertagni Augusto (35 anni) di Carrara, Pilloni Antonio (45 anni) di Pisa, Giuliani Leopoldo (47 anni) di Carrara. Non finiscono qui i trucidati dai nazi-fascisti, molti altri li hanno preceduti e altri li seguiranno.
Nella notte tra sabato e domenica è venuta a mancare Francesca Rolla, 95 anni, staffetta partigiana della Brigata Garibaldi “Gino Menconi” di Carrara e una delle protagoniste della rivolta di Piazza delle Erbe, del 7 luglio 1944, quando le donne insorsero contro il Comando Tedesco che aveva dato l’ordine di evacuare la città. Francesca è stata un simbolo per la città di Carrara e non solo, un punto di riferimento imprescindibile per conoscere il ruolo delle donne nella Resistenza, anche grazie a quella incredibile forza che fuoriusciva dal racconto della sua esperienza. Noi di Archivi della Resistenza la conoscevamo da molti anni, spesso interveniva alle nostre iniziative (era stata Presidente del Comitato provinciale), ma una intervista vera e propria l'abbiamo fatta soltanto il 30 dicembre scorso. Francesca, ci aveva accolto nella sua casa con l’amica di sempre, Palmira; ci era apparsa sì un po' affaticata ma si scorgeva ancora una mente lucida e intatta la sua inesauribile voglia di lottare. Alla sua idealità da "vecchia" comunista si univa poi una simpatia umana che l'hanno resa una compagna indimenticabile per quanti hanno avuto il privilegio di conoscerla. Il suo insegnamento non andrà disperso anche se in queste ore prevale il dispiacere per una perdita dolorosa. Per questo ci uniamo ai famigliari, ai partigiani dell’ANPI di Carrara e a quanti soffrono per questa scomparsa. La città di Carrara rende onore alla partigiana Francesca Rolla con la camera ardente nel Palazzo Comunale. Il funerale si svolgerà Lunedì 29 marzo. Alle ore 14.30 si terrà un’orazione pubblica e alle 15.00 partirà il corteo funebre. Invitiamo tutti/e gli/le iscritti/e ANPI e i gli/le antifascisti/e a partecipare all’ultimo saluto a Francesca. Oggi ci sentiamo tutti un po’ più soli, ma l’insegnamento che ci deriva dalla vita di una combattente per la Libertà come Francesca – tutta spesa nel perseguire coerentemente ideali di giustizia e emancipazione sociale – riesce almeno un po’ a lenire il dolore. Perché “chi ha compagni non morirà”, Francesca sopravvivrà nel nostro ricordo e nelle nostre future battaglie. Cara Francesca che la terra ti sia lieve. Ora e sempre Resistenza!
Il collettivo di Archivi della Resistenza – Circolo Edoardo Bassignani

Ma torniamo a Castelpoggio.
La più antica frazione del comune di Carrara secondo le date dei documenti ufficiali risulta.
Castelpoggio nasce nel 997
seguono :
Gragnana nasce nel 1078
Torano nasce nel 1141
Sorgnano nasce nel 1141
Avenza nasce nel 1180
Colonnata nasce nel 1193
Bedizzano nasce nel 1193
Codena nasce nel 1198
Marina nasce nel 1210
Bergiola nasce nel 1215
Miseglia nasce nel 1215
Fontia nasce nel 1231
Noceto nasce nel 1235
I giorni della Liberazione: Comuni della Provincia di Massa Carrara:
Carrara 11 aprile 1945
Aulla 24 aprile 1945
Bagnone 25 aprile 1945
Casola in Lunigiana aprile 1945
Comano 24 aprile 1945
Filattiera 26 aprile 1945
Fivizzano 23 aprile 1945
Fosdinovo 23 aprile 1945
Licciana Nardi 24 aprile 1945
Massa 10 aprile 1945
Montignoso 8 aprile 1945
Mulazzo 25 aprile 1945
Podenzana 24 aprile 1945
Pontremoli 27 aprile 1945 
Tresana 25 aprile 1945
Villafranca in Lunigiana 25 aprile 1945
Zeri gennaio 1945
Targhe




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