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Sezione a cura di Mario Volpi
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Un par d scarpon

Una Volta Invece
Spetta/Le Redazione
L'antico adagio dialettale che recitava "i dur quant un par d scarpon"( dura quanto un paio di scarponi) la dice lunga sull'importanza che un tempo i cavatori davano a questo indispensabile accessorio.

Un paio di scarponi
 
La cave di marmo di Carrara, sono state da sempre un luogo di lavoro duro e pericoloso. Nel corso dei secoli, centinaia di lavoratori hanno perso la vita, e altre migliaia si sono infortunate in modo grave. Nonostante ciò, per secoli, non vi è stata alcuna evoluzione tecnologica sui sistemi individuali di protezione, che si limitavano ad un unico “pezzo” veramente importante e indispensabile; gli scarponi L’acquisto “d’un par d scarpon” (un paio di scarponi), fino ai primi anni settanta del novecento, era totalmente a carico del lavoratore, e questo incideva non poco sulle sue già magre finanze. Quindi, non solo dovevano essere molto robusti, ma soprattutto predisposti per essere risuolati fino a tre volte. La suola era interamente chiodata, e qui ogni ciabattino del tempo, usava un particolare tipo di chiodo. Infatti, doveva essere abbastanza corto, perché, anche se ribattuto, non andasse a forare la suola interna, ma doveva avere la testa abbastanza sporgente, e di forma particolare per fare presa, ma non troppo, per non fare scivolare i cavatori sui “groton” (sassi) dei ripidi ravaneti. Il cuoio poi, doveva essere di buona qualità, ma “grezzo” perché potesse assorbire la “sunza” (sugna di maiale) l’unico elemento in grado di farlo diventare impermeabile nelle fanghiglie generate dalle piogge dei gelidi inverni. Altro mestiere che è stato giudicato una vera fabbrica d’infortuni, era il quadratore. Questo operaio era addetto a sbozzare i massi informi appena estratti e a dargli una forma a parallelepipedo, per poterli trasportare più agevolmente, sia con i carri, o tramite la “lizzatura.” Questo tipo di lavorazione, avveniva sgrossando il masso con lo “scapezator” (una grossa mazza con una punta), ma per il resto si usava unicamente un mazzuolo e una subbia. L’uso di occhiali o guanti non era contemplato, e questo comportava il frequente ferimento degli occhi a causa delle schegge di marmo, ma anche, e qui la ferita si dimostrava più grave, di minuscoli frammenti d’acciaio della subbia che a forte velocità colpivano il bulbo oculare, e che con i mezzi del tempo era estremamente difficile estrarre. Questa attività così dura e ripetitiva, comportava poi gravi casi di patologie croniche al tunnel carpale, oltre a infiammazione anche molto severa del bicipite. Solo agli inizi degli anni ottanta, dopo dure lotte sindacali, fu stabilito, però solo nelle Ditte più grandi, che gli scarponi fossero pagati “dal padron” (dal padrone) tramite un buono acquisto da spendere in città in calzaturifici convenzionati. Ma non solo alle cave, il vestiario protettivo o da lavoro era totalmente sconosciuto. I contadini si vestivano “ a piet” (a caso) e il solo capo importante e indispensabile sia in estate, che in inverno, era il mezzo stivaletto di gomma verde Superga, che si poteva comodamente lasciare fuori della porta quando si entrava in casa, dove erano di rigore gli zoccoli di legno. Solo agli inizi degli anni settanta, soprattutto nell’industria siderurgica, si cominciarono a vedere le prime tute da lavoro blu. Le prime erano intere, ossia con calzoni e giacca tutto un pezzo, che però erano assai scomode, così molti preferivano continuare il lavoro col vestiario proprio. Sempre nello stesso periodo, fecero la loro apparizione i primi guanti da lavoro in pelle, anche questi accolti non proprio benissimo dalla classe operaia più “anziana” che li consideravano da “pivellini” o peggio. Benché già esistessero diverse leggi sulla tutela e sicurezza del lavoro, si dovette aspettare i primi anni ottanta, dove, ottemperando una nuova normativa del Consiglio Europeo sulla saluta e sicurezza degli operai sul lavoro, si mise mano in modo più serio all’attuazione di diverse norme su abiti e strumenti per la protezione individuale. Com’era prevedibile le Aziende protestarono vivacemente perché asserivano che la fornitura di strumenti di protezione come guanti, caschi, occhiali, cinture di sicurezza ecc. facesse levitare i costi delle produzioni. Dopo anni di dibattiti, si è arrivati alla conclusione che il costo delle attrezzature per la protezione individuali, secondo il tipo, potranno essere dedotte fiscalmente, totalmente o in parte, oltre naturalmente allo sconto totale sull’ I.V.A. Oggi i sistemi di protezione individuale hanno raggiunto un livello tecnologico tale, da far addirittura nascere nuove professioni, come i muratori, o potatori acrobatici, per cui si può fare a meno di costosi ponteggi, o proteggere efficacemente gli operatori impiegati nelle vicinanze di fonti di calore estreme come gli altoforni, o in luoghi soggetti a potenti radiazioni, o a sostanze tossiche. Le Aziende, facendo buon viso a cattivo gioco, hanno alla lunga trovato un modo per fare sì, che l’obbligo di fornire il vestiario portasse alla stessa un vantaggio, fosse solo di pubblicità o di controllo sul personale. Così nelle grosse industrie con centinaia di operai, oltre al logo della Ditta stampato in grassetto su petto e schiena, si è optato per una tuta di diverso colore, in base al reparto di appartenenza, per meglio controllare gli spostamenti dei lavoratori all’interno della fabbrica. I nuovi materiali, combinati con nuovi e più efficienti metodi di lavorazione, hanno dato luogo a capi d’abbigliamento “ad alta visibilità” costituiti con materiali catarifrangenti, o con colori così accesi da essere quasi fluorescenti, utilissimi per chi deve lavorare su strade, autostrade, gallerie o ferrovie, sia di giorno che di notte, anche in situazione di emergenza come ad esempio Polizia, Carabinieri o Vigili del Fuoco. Questi abiti sono utilizzati anche per attività ludiche, come la caccia, la pesca, l’alpinismo, e il ciclismo amatoriale. E pensare che tutto è nato per colpa di… “un par d scarpon!”
 
Mario Volpi 29.1.23
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