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Sezione a cura di Mario Volpi
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I polmoni della terra

Una Volta Invece
Spetta/Le Redazione
Ormai da anni, una sola parola impera indisturbata nel mondo politico Italiano: Tagliare. Così si è intervenuti su Sanità, Pensioni, Istruzione, sono state tagliate risorse alle Forze dell'Ordine, e sopratutto all'Ambiente. Solo una cosa è scampata a questi tagli scellerati, lo stipendio, i vitalizi e le pensioni d'oro della nostra classe politica.
I polmoni della terra
Un decreto legge varato da Governo in questi giorni, ha stabilito lo smantellamento del Corpo Forestale dello Stato. Senza volere innescare nessuna polemica, ne politica, ne economica, ne tantomeno sociale, questo la dice lunga su come, la Società moderna, consideri marginale la salvaguardia del nostro patrimonio boschivo. Io sono sicuro che, nel 1822, anno della sua fondazione, i regnanti del tempo, che hanno fortemente voluto questo Corpo, avessero un’opinione molto diversa sull’effettivo valore dei boschi. Dopo la caduta dell’Impero Romano, e la successiva calata delle popolazioni barbariche, è proprio grazie all’esistenza d’immense foreste, e al loro sfruttamento, che un embrione di Società civile, si salvò dalle stragi per le guerre intestine, e dalle pestilenze, permettendo a noi di essere qui oggi. Infatti, studi recenti hanno scoperto, che la popolazione Europea attorno all’anno 900 d.C, fosse di poco inferiore ai quaranta milioni, e si sostentasse principalmente con la caccia, e la raccolta di bacche e frutta, che nascevano spontanee all’interno dei boschi, che al tempo ricoprivano gran parte dell’Europa. Fu attorno alle Abbazie, che furono fondati i primi Castrum, o villaggi fortificati, così, con la crescita della popolazione, si sentì la necessità di promulgare leggi per difendere quello che era la fonte primaria di sostentamento, il bosco. Si determina con precisione quanti maiali per Pertica (le unità di misura variavano molto da luogo, a luogo) potranno essere lasciati pascolare nel bosco allo stato brado, il periodo per l’abbattimento degli alberi, e il loro numero, la durata del pascolo delle capre per tenere sgombre le radure, e così via. Il bosco era così importante per la sopravvivenza delle persone, che alcuni Signorotti nell’alto medioevo, pensarono di tassarne lo sfruttamento, mentre altri più liberali, li lasciavano a totale uso dei sudditi. Ben presto però, ci si accorse che nonostante le leggi, la povertà e la fame, spingevano le persone ha compiere atti che mettevano seriamente in pericolo l’integrità dei boschi, così, qualche Feudatario affidò la cura, e il controllo delle selve alle Abbazie. Queste non solo si occupavano di preservarne l’integrità, ma favorirono enormemente il loro sviluppo. Ne abbiamo un esempio proprio nell’Appennino tosco romagnolo, le millenarie Foreste Casentinesi, più note come l’Eremo di Camaldoli. Fondata intorno all’anno mille, dai frati dell’ordine dei Benedettini, quest’Abbazia con annesso Ospitale, e Farmacia galenica, ha rappresentato per secoli non solo un luogo di fede e di preghiera, ma anche punto di ristoro e cura per pellegrini e viandanti. Per i frati, la foresta era un dono fatto da Dio agli uomini, e loro si sentivano in totale simbiosi con lei, tanto da sentirsi alberi essi stessi. Le cure e la “coltivazione” della foresta furono codificate in un vero e proprio manuale, il Codice Forestale Camaldolese, un vero e proprio inno all’ambiente e alla spiritualità, che a oggi, pare impossibile, sia stato redatto in quei secoli bui. Con il passare del tempo, però, i frati Camaldolesi, sempre più si orientarono verso una gestione forestale, non solo “spirituale” ma anche pratica, pensando al benessere delle popolazioni residenti, ma sopratutto al futuro delle prossime generazioni. Così piano, piano, sostituirono le poco pregiate faggete con il maestoso Abete bianco. Se prima vigeva una ferrea legge che impediva il commercio del legname, attorno al XIV secolo, questa venne a cadere, e così i monaci poterono cominciare a vendere quegli alberi maestosi, alcuni dei quali sarebbero diventati l’albero maestro di Galeoni della Serenissima, o della Repubblica di Pisa. Solo nel 1866, questa splendida foresta, con un Regio decreto, diventa proprietà dello Stato Italiano, ma se a oggi, questa meraviglia naturale, con alberi millenari, e la sua bio diversità animale e vegetale, esiste ancora, lo si deve soprattutto alla cura, e alla lungimiranza dei frati Camaldolesi. Oggi la scienza ci dice senza possibilità di errori, che le foreste sono i veri polmoni della terra, nonostante questo, specialmente nei paesi emergenti, il ritmo di deforestazione è impressionante, e anche da noi spesso, interessi occulti, non esitano a mandare in fumo boschi secolari.
Anche nel territorio Apuano, fino alla metà degli anni cinquanta, la sopravvivenza di gran parte della popolazione, dipendeva dallo sfruttamento dei boschi, sia dal punto di vista alimentare, soprattutto con le castagne, sia per le necessità quotidiane, come la legna da ardere, la produzione del carbone vegetale, il legname da costruzione, l’allevamento del bestiame, per arrivare all’estrazione di tannini, e alle sostanze usate per la colorazione dei tessuti. Oggi più che mai sembra attualissima una frase che scrisse l’Abate Giustiniani nel 1520, proprio riguardo all’Eremo di Camaldoli:
– «bisognerà che abbiano grandissima cura e diligenza. Che i boschi, i quali sono intorno all’eremo, non siano scemati né diminuiti in nessun modo, ma più tosto allargati e cresciuti».
E’ quindi saggio togliere i controllori?
Mario Volpi  
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