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Sezione a cura di Mario Volpi
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Fai da te

Una Volta Invece

Cara Redazione

Oggi i cosiddetti "Brico" proliferano in modo esponenziale, praticando prezzi più alti, e vendendo materiali creati appositamente per l'hobbistica, spesso di pessima qualità, ma soddisfando la nuova moda che ci vuole tutti artigiani, in qualsiasi campo, eseguendo lavori in maniera più che approssimativa, ma che noi vediamo perfetti perchè soddisfano il nostro ego. Intanto però intere legioni di validi artigiani in tutti i settori sono stati costretti a chiudere l'attività per mancanza di clienti, impoverendo così, per sempre, la conoscenza umana.

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Il fai da te
Da alcuni decenni ha preso sempre più campo il “fai da te” che i francesi chiamano bricolage. Forse per un’inconscia ribellione, a una Società che ci propina tutto già pronto, questo nuovo sistema di acquistare, montare, e usare gli oggetti, ha letteralmente rivoluzionato il modo di vivere millenario della Società occidentale, causando spesso danni irreparabili. L’industria non si è fatta scappare questa ghiotta opportunità di fare soldi, sfornando utensili e materiali, e creando addirittura intere catene di negozi dedicati all’hobbistica. Ma è certamente nell’arredamento, che il “fai da te” ha avuto più successo, anche per merito di una famosa Multinazionale che ha ideato, e lanciato sul mercato con enorme successo, mobili in una sorta di scatola di montaggio, abbattendo così considerevolmente i costi. Questo nuovo modo di produrre arredamento ha generato però, com’era inevitabile, il declino irreversibile di una figura artigiana che aveva accompagnato per millenni l’evoluzione umana; il falegname.
Io avevo uno zio, che a Melara aveva una falegnameria, dove spesso, nei pomeriggi piovosi, o durante le vacanze scolastiche estive, passavo gran parte del mio tempo. Si chiamava Fernando, ma per tutti era Fernà ‘l falegnam, a Melara era conosciuto da tutti, e il lavoro non mancava, tanto che aveva anche alcuni apprendisti, e un operaio che veniva saltuariamente, quando il lavoro lo richiedeva.
Io avevo circa otto anni, e quando andavo in falegnameria, era come entrare in un mondo fantastico. Innanzi tutto mi colpiva l’odore. Questo era molto simile a quello che sentivo quando andavo nel bosco per fragole, un odore di legno muschiato, con un sottofondo più pungente di colla e vernici. L’ambiente era molto alto, a pianta rettangolare, con le mura di mattoni senza intonaco, il tetto era retto da grosse travi appena sbozzate, coperte da ragnatele forse centenarie, su cui appoggiavano travicelli più piccoli che reggevano le tegole. Tre grossi banchi da lavoro erano posti sul lato più lungo, mentre contro una delle pareti più piccole, era fissato una specie di armadio senza ante, con le mensole intagliate per sostenere una serie pressoché infinita di scalpelli di tutte le forme e dimensioni, sulla parete opposta un armadio simile mostrava una rastrelliera di morsetti di tutte le lunghezze. Metà della parete opposta era riservata allo stivaggio del legno per la stagionatura, mentre su quella restante, erano fissate delle mensole lunghissime, su cui facevano bella mostra di se, pialle, pialletti, seghe e innumerevoli barattoli di vernice. In bottega era un via, vai continuo di persone che venivano non solo per ordinare, o per vedere a che punto fossero i lavori, ma anche solo per salutare, o fare due chiacchere, o per prendere i trucioli, che servivano per accendere il fuoco, o la “pula” (segatura) che mettevano dentro le sputacchiere nelle cantine. Quando andavo in bottega, spesso mio zio mi mandava alla fontana pubblica con una specie di carrettino che aveva fatto apposta per me, e che poteva trasportare due fiaschi, uno serviva da bere, l’altro per scaldare a bagnomaria la colla, la famosa garavella, che quando era pronta aveva l’aspetto, e la densità del miele. Al tempo i falegnami non solo costruivano gli infissi, ma anche gli arredamenti, specialmente le camere. Queste erano fatte su misura per l’ambiente che avrebbero dovuto arredare, e a seconda il gusto e le possibilità finanziare del cliente. Di solito i “pezzi”erano cinque, che in dialetto si chiamavano Cantaran, Cumdin, Let, e Visavì, (armadio, comodini, letto, e specchiera.)
Il letto aveva di solito inserita nella testiera, un’immagine sacra, ma qualcuno preferiva una scena bucolica, l’armadio a due o più ante, e aveva sempre inserito uno specchio, mentre la toeletta o specchiera, oltre a numerosi cassettini era corredata di una sedia intagliata, o un piccolo sgabello. Per realizzare una camera da letto erano necessari in media dieci giorni di lavoro, meta dei quali erano impiegati per la lucidatura a spirito, fatta interamente a mano. Il legno poteva essere più o meno pregiato, ma sempre in massello, perché i truciolati o i laminati non esistevano ancora. Vi era invece, ed era molto diffuso, l’uso dell’impiallaccio. Questa tecnica consisteva nell’applicare tramite colla sulle pareti esterne del mobile, un sottilissimo strato di un legno pregiato, come l’ulivo, il noce, la rosa, o il palissandro, che veniva poi lucidato a spirito. Mio zio era molto aperto verso le innovazioni tecnologiche, tanto che a metà degli anni cinquanta, acquistò una delle prime macchine combinate, che oltre a segare e piallare, era in grado di fare le asole per costruire le persiane. Intanto cominciavano a essere importati i primi legni che lui chiamava “americani” come l’Iroko che aveva la segatura irritante, il Pic Pan, o il Douglas che avevano un costo molto inferiore a quelli italiani, ma erano ugualmente validi. Intanto però la chimica cominciava a progredire e nel 1972 fece la sua prima comparsa la formica. Questo laminato plastico prendeva il nome dalla fabbrica che lo produceva, la Formica Corporation. Erano realizzati in svariati colori, o riproducevano qualsiasi tipo di legno, con tanto di venature, erano impermeabile e antigraffio, il loro successo fu travolgente. Si applicavano con una nuova colla appena inventata, il Bostik. Un’altra invenzione fu fondamentale per la falegnameria, la scoperta delle nuove colle viniliche come il famoso Vinavil, che metteva finalmente in pensione la garavella a base di ossa animali. Questi nuovi leganti però furono gli artefici di una nuova invenzione, che fu la responsabile della fine della figura del falegname; il pannello di legno truciolato.
Costruiti con scarti di legno macinato, incollato, e pressato, questi pannelli potevano essere usati, dopo essere stati rivestiti da un sottile laminato plastico, come materiali per costruire mobili a basso costo. L’industria si gettò a capofitto su questi nuovi materiali, inventando spesso anche delle macchine per la produzione in serie di mobili, e vendendoli poi addirittura nei supermercati o in centri specializzati a un prezzo tre volte inferiore a uno fatto da un artigiano. Pur essendo di qualità nettamente inferiore, questi mobili attecchirono subito, perché “componibili” ossia fatti in modo da adattarsi a qualsiasi ambiente, e soprattutto senza bisogno di un esperto per il loro montaggio. Mio zio finì la sua carriera andando in giro a fare piccole riparazioni, e oggi la sua falegnameria, come molte altre, non esiste più. Con loro è andata perduta per sempre, una manualità acquisita nei secoli da generazioni di artigiani, sostituita da simulacri di mobili, in truciolato o similare, che oltre ad essere irriciclabili, sono un vero e proprio trionfo del cattivo gusto.

Volpi Mario
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