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Sezione a cura di Mario Volpi
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Cecchini

Una Volta Invece
Cara Redazione
Per una volta mi perdonerete se non scrivo di cose e fatti riguardanti Carrara e la sua gente come faccio di solito, ma i recenti tragici fatti, oltre all'orrore per la ferocia umana, mi hanno portato anche a stupirmi, di come i Media spesso per pura ignoranza, o voglia di sensazionalismo, possano usare termini non corretti che inducano la popolazione a odiare una categoria di persone, che in verità meriterebbero ben altro.
Cecchini. Tra mito e realtà
Anche se quello che sto per raccontare ha poco a che fare con la storia di Carrara, non potevo lasciare che la scarsa informazione, e il non corretto uso dei termini, infangassero l’onore di un vecchio soldato, anche se ormai morto da tempo. Quando ero adolescente, vi era un mio vicino di casa ormai già avanti con gli anni, che sapendo che io dovevo fare il servizio militare, mi chiamò in casa sua, e mi fece vedere delle vecchie foto. Erano della prima guerra mondiale, una spaventosa carneficina cui lui, suo malgrado, aveva partecipato, e di cui ancora conservava ben vivo il ricordo. Dopo un rapido addestramento, era stato assegnato a un neonato reparto di tiratori scelti, e nella sua ingenua gioventù era orgoglioso di quel fregio che aveva sulla manica della giubba, che rappresentava un fucile stilizzato. Quando fu mandato al fronte, le cose cambiarono, e mi raccontò di episodi che ancora gli inumidivano gli occhi. Il suo compito era di proteggere i suoi compagni dai tiratori scelti tedeschi, i cosiddetti “cecchini”. Così giornalmente vi era una specie di gara, il cui premio era la vita, sua, e di molti suoi compagni. Mi raccontò di come spesso passasse ore appostato nella neve, ad aspettare che il tiratore avversario facesse un movimento che ne rivelasse la presenza, e quanta cura e tempo passasse a oliare e pulire il suo, “91” con ottica Filotecnica, il massimo della tecnologia del tempo, sapendo che dal suo buon funzionamento dipendeva la propria vita. Non volle mai dirmi quanti “centri” avesse fatto, ma essendo stato decorato, penso che fossero tanti. Oggi sempre più spesso si hanno notizie di persone che dopo essersi asserragliate in qualche edificio, aprono il fuoco all'impazzata sui passanti. I Media, spesso, per alzare l'audience, li chiamano con enfasi cecchini, nome che eccita la fantasia delle persone; in realtà dovrebbero chiamarli più semplicemente pazzi, o criminali, essendo il cecchino ben altra cosa.
Intanto il nome “cecchino” nacque proprio durante la prima guerra mondiale, come termine dispregiativo nei confronti dei tiratori scelti Austro-Ungarici.
Ma andiamo con ordine; questa nuova figura di soldato nacque, quasi per caso, nel corso della prima guerra mondiale, complice il fatto che le trincee dei due schieramenti erano poste a poche decine di metri di distanza le une dalle altre. Tra le file austriache vi erano soldati che nella vita civile svolgevano il lavoro di guardiacaccia, erano perciò avvezzi al maneggio del fucile, i nostri ufficiali poi, addestrati ancora a una forma di onore e cavalleria ottocentesca, per dimostrare sprezzo del pericolo davanti alla truppa, sostavano spesso nei momenti in cui non vi erano attacchi, in piedi sui bordi sulle trincee. Quest’atteggiamento incosciente, incoraggiò qualche soldato austriaco a provare a colpirli. Lo Stato Maggiore austriaco, visto il successo di queste azioni intraprese da prima da singoli individui, si affrettò a istituire un vero e proprio nucleo di tiratori scelti, dotati di fucili con le prime ottiche, e addestrati a scegliere il loro bersaglio, proprio nei momenti di tregua dai combattimenti. Inizio così per i nostri soldati un vero e proprio incubo, tanto che nel libro di Emilio Lussu, “Un anno sull'Altopiano” si legge:
“… Avevamo di fronte reparti di tiratori scelti che non sbagliavano un colpo. Tiravano raramente, ma sempre alla testa, e con pallottole esplosive ... .”
Erano armati con il famoso Mannlicher Mod. 1895, con collimatore, arma dalla concezione molto moderna al tempo, che sarebbe divenuta tristemente famosa tra i nostri soldati per il tipico rumore che produceva al momento dello sparo, il caratteristico “ta-pum,” dovuto al fatto, che sparava pallottole a velocità supersonica, così si udiva prima il passaggio del proiettile, “ta” e poi il “pum” dello sparo, che però molti non udirono mai. Anche se bandite dalla convenzione di Ginevra, era comune per queste azioni l’uso delle terribili pallottole esplosive, che all’impatto, producevano effetti devastanti sul corpo umano. Alcuni modi di dire, e proverbi, giunti fino ai nostri giorni, sono nati proprio nelle trincee della Grande guerra, e avevano come protagonisti proprio i cecchini austriaci. Il più noto di questi, dice che accendere una sigaretta con lo stesso fiammifero in tre, porta male. Niente di più vero; La fiamma, svegliava l’attenzione del cecchino, quando passava al secondo, mirava, e il terzo era morto.
Questi tiratori erano fortemente odiati dai nostri soldati, perché, giudicati dei vigliacchi che sparavano a tradimento, sopratutto nei momenti di tregua dai combattimenti, con l'obiettivo primario di ufficiali, portaordini, o serventi alle mitragliatrici, ma si narrano anche di attacchi a carico di barellieri e medici, mentre prestavano le prime cure ai feriti. Da qui il nome di “cecchini” dalla storpiatura dispregiativa del sopranome di Cecco Beppe che le nostre truppe avevano affibbiato all'Arciduca Francesco Giuseppe I d'Asburgo.
Con l'introduzione di questi tiratori, non solo si ebbe un forte impatto psicologico sui nostri soldati, ma addirittura il nostro Stato Maggiore si vide costretto, a rispondere con altri soldati addestrati nello stesso modo. Da allora tutti gli eserciti si dotarono di reparti di tiratori scelti, modificando o addirittura progettando dei nuovi fucili, con caratteristiche particolari atte a questo scopo. S’inventarono ottiche adatte alla visione notturna, con telemetri interni per valutare al meglio le distanze, anche le tecniche di addestramento cambiarono drasticamente, sostituendo a dei semplici soldati semi-analfabeti, con una buona mira, degli specialisti in balistica, ma sopratutto in mimetizzazione e sopravvivenza. Fu il secondo conflitto mondiale che vide il massiccio impiego di reparti di tiratori scelti. Uno degli episodi più importanti, che ha fatto versare fiumi d'inchiostro, e la produzione d’innumerevoli pellicole cinematografiche, è sicuramente la sanguinosa battaglia di Stalingrado. Lo stremato esercito russo, assediato nella città distrutta dai bombardamenti, non aveva più alcun tipo di risorsa, perciò pensò di usare l’arma psicologica, terrorizzando i soldati tedeschi con il massiccio uso dei cecchini. Questi, quasi tutti cacciatori Cosacchi, abituati alle privazioni, e alle basse temperature, interpretavano la guerra quasi come una battuta di caccia, muovendosi silenziosamente in modo autonomo, mimetizzandosi e nascondendosi in quel mare di gelide macerie, e colpendo all’improvviso, spesso di notte, soprattutto gli ufficiali, e gli operatori radio, con lo scopo non solo di spezzare la catena di comando, ma di terrorizzare il nemico, cosa che riuscì pienamente.
Come si vede dunque il cecchino non è uno spietato assassino, ma un soldato molto motivato che lotta per il suo paese, spesso dietro le linee nemiche, isolato per giorni, e in situazioni estreme, e sempre con l’alto rischio di perdere la vita. Paradossalmente, però, è in tempo di pace che la figura del cecchino si è dimostrata più utile. Oggi tutte le Polizie del mondo hanno un nucleo di tiratori scelti, impiegati quotidianamente nell’invisibile protezione, ad Aeroporti, palazzi Governativi, e a Funzionari dello Stato, ma purtroppo, sempre più spesso impiegati nel risolvere situazioni criminali con presa di ostaggi. In occasione dei sanguinosi fatti terroristici di qualche tempo fa, ho assistito a una domanda che voleva essere retorica e provocatoria, fatta da una giornalista a un Comandante Swat. “come si sente quando ordina a un suo uomo di uccidere?” Seraficamente il Comandante rispose, “come il chirurgo che opera un tumore, fa male, ma almeno il corpo può continuare a vivere.”

Mario Volpi

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