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Sezione a cura di Mario Volpi
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“Ascoltare” la Natura

Una Volta Invece
Spetta/Le Redazione
Per le persone di oggi, le stagioni sono percepite solo per il cambio del vestiario da indossare ma un tempo...

Ancora in tutti gli anni sessanta, la Società italiana era prevalentemente agricola, con un tasso di analfabetismo spaventoso, ecco perché gli agricoltori del tempo, la maggior parte ancora a mezzadria, “ascoltava” i segnali della Natura, non essendo in grado di leggere neppure il calendario. Oggi, una tale affermazione sembra quasi una favola, invece purtroppo era la tragica verità. A tal proposito si pensi che il regalo più ambito che un fornitore potesse fare a un agricoltore di quei tempi, era un calendario. Qualcuno penserà, e con ciò? Questo avviene ancora adesso. Si, il calendario, però, non era come quelli che ci regalano oggi; quello desiderato era in lamiera, anche questo ovviamente con stampato il prodotto da reclamizzare, ma la differenza era che era “perpetuo,” ossia andava bene per sempre. Era provvisto di due finestrelle in cui ruotando un pomellino in osso o celluloide, apparivano mese giorno, e data. Questo sistema aiutava enormemente le persone che non sapevano leggere, a distinguere il mese e il giorno. Si partiva dal primo gennaio, e poi bastava ruotare una casella al giorno per sapere la data, anche se non la si sapeva leggere. Le domeniche e le feste comandate erano scritte in rosso, e nel “lunari” come si chiamava in dialetto il calendario, più “completo,” la finestrella del giorno era più lunga, dove accanto alla data appariva la figura della luna nella corrispondente fase. Questa era la teoria, ma moltissima gente “sentiva” le stagioni con la “pratica,” osservando i cambiamenti, e i segnali anche piccoli che Madre Natura gli inviava. E nel farlo lo insegnavano anche alle nuove generazioni. Quando, ancora piccolo, andavo al seguito della Fattora “a fare l’erba per i conigli.” Oltre a ricordare molto bene l’assurda posizione che teneva la donna, già in età avanzata, con le gambe perfettamente dritte e il busto piegato ad angolo acuto fino a tagliare l’erba con la falce, e riporla nella cesta di vimini lì accanto. Una posizione tale era possibile solo con svariati decenni di allenamento, e a me è sempre risultata impossibile e dolorosa anche quando ero nel fiore degli anni. A parte questo, quando trovava gli “erbi” appena spuntati, diceva raggiante, “oramai l’nvern i l’ha ‘nt’un’ala” (ormai l’inverno c’è l’ha in un’ala,) e questo anche se eravamo magari ancora nei primi giorni di febbraio. Il Fattore invece, accanito cacciatore, guardava il passo degli uccelli migratori, e quando durante le libecciate di febbraio, vedeva branchi di storni in volo, mormorava con un sorrisino sfregandosi le mani “quando ‘l Storn i vol a su, fred a n ven pu” (quando lo Storno vola in su, ossia verso Nord freddo non viene più.) Mano, mano che crescevo, capivo sempre più il linguaggio della Natura, come il melodioso e inarrivabile canto dell’usignolo, che annunciava la primavera, e che potevo sentire la notte dalla finestra di casa mia. Penso che chiunque abbia la fortuna di sentire il suo canto, non lo possa più dimenticare. Questo uccellino dalla livrea insignificante, dal peso di pochi grammi, riesce a produrre una varietà di suoni, impressionante, che va dal gorgoglio sommesso al trillo tintinnante, intrecciando un arabesco di suoni e toni, che nessun compositore musicale potrà mai imitare. Questa “conoscenza” dei segnali della Natura mi ha aiutato moltissimo durante i primi anni alla scuola elementare. Come ho già avuto modo di spiegare in altri scritti, quelli della mia generazione, erano praticamente cresciuti nei campi, in perfetta libertà come giovani puledri. Va da se che presi e rinchiusi in uno stanzone freddo e triste, costretti all’immobilità su di un banco per cinque ore, causasse in tutti traumi comportamentali più o meno gravi. In prima elementare eravamo in una classe con 41 bambini, e ricordo ancora perfettamente che per almeno le prime due ore, non si poteva cominciare la lezione per le frequenti crisi di pianto di molti dei miei compagni. Anche a me spessissimo prendevano queste crisi, ma ero per mia fortuna accanto alla finestra che dava su di un cortile abbandonato, e a poco a poco, avevo imparato ad estraniarmi. In quel giardino vi era il tronco ormai secco di un pioppo, e un giorno notai una cinciallegra con un verme in bocca, dirigersi verso un foro. Capì che aveva il nido, e il mio cuore ebbe un balzo di felicità, perché, pur non conoscendo mese e data, sapevo che era primavera inoltrata e che quindi presto, l’odiata scuola sarebbe finita. La maestra era consapevole di questa nostra sofferenza, e spesso quando i bambini in lacrime erano un po troppi, diceva, “bambini, ora se smettete di piangere andiamo in cortile a cercare le formiche.” I pianti cessavano quasi all’istante, ma spesso questa promessa veniva procrastinata fino al liberatorio suono della campanella. Ricordo le sfide a chi vedeva la prima rondine, o a chi scoprisse più nidi di merlo. Altra interessante sfida era a chi vedeva più “sgarberi,” ossia i Rigogoli. Il maschio di questa specie, ormai purtroppo quasi estinta, è di un bel giallo intenso, grosso come un merlo, si ciba di fichi, e perciò io mi appostavo sotto gli alberi di fico più grossi per vederlo. Spesso baravo perché non se ne arrivava nessuno, ma era difficile per l’avversario dimostrare il contrario. Era invece molto facile stabilire chi aveva trovato più asparagi selvatici, o “nopli,” come chiamavamo in dialetto una particolare pianta rampicante i cui tralci sono commestibili. Nelle tiepide notti di maggio, erano divertentissime e fruttuose le nostre battute alle lumache, al lume di una lampada a carburo, o la pesca dei ranocchi, fatta con uno spago, una canna di fiume, e un pezzetto di lana rossa come esca. Invece molto faticose, a causa della temperatura, erano le corse notturne agostane a caccie di lucciole, che mettevamo sotto il bicchiere con la speranza di trovare alla mattina qualche “Lirina,” ma che invece, invariabilmente, vi trovavamo solo i loro cadaveri. Oggi che da tempo ho superato gli anta, vado giornalmente a fare lunghe passeggiate in campagna, primo per una ragione salutistica, ma soprattutto perché il contatto della Natura specialmente in primavera, risveglia ancora in me, la felicità provata da quell’”antico” bambino, alla vista di una cincia nidificante.
Mario Volpi 8.4.22
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