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Scultore e sacerdote

STORIA
GIOVANNI ANTONIO CYBEI
Carrara, 3 febbraio 1706 - 7 settembre 1784

Il grande scultore e sacerdote, è l’unico che conosco a riunire scultura e sacerdozio, carrarese, probabilmente nato a Moneta (Fossola di Carrara), il 3 febbraio 1706. Il cognome che assunse, Cybei, lo si deve, probabilmente, alla gratitudine ed al ricordo del suo padrino di battesimo, da parte di un nobile Cybo (come dichiara Vittorio Spreti), probabilmente in età adulta, come pure la conversione da ebreo a cattolico, visto che perse i genitori nel 1710, a quattro anni. Terzo di cinque figli, non mi risulta che fratelli o sorelle abbiano acquisito tale nuovo cognome, se non l’erede, il nipote Tommaso Carusi, che alla dipartita del celebre zio adotta il doppio cognome di Carusi-Cybei. Morì, a Carrara nella Canonica del Duomo di Sant’Andrea Apostolo, al tempo in fronte la Porta San Giovanni, della Cattedrale, (palazzo con l’icona in bassorilievo del “Pudore”, al nr. 6 della piazza), il 7 settembre 1784. (altri dichiarano che abitasse in via Finelli, ma la Canonica sul lato di via Finelli è stata costruita molto tempo dopo la sua morte, a meno che si fosse trasferito in una casa di via Finelli: comunque non è precisato con certezza).  Il Comune di Carrara non ha ricordato questo grande scultore carrarese, che ha portato in tutta Europa la stupenda arte dello scalpello, non gli ha dedicato una strada, né una piazza, né un vicolo, anche se è stato il primo direttore dell’Accademia di Belle Arti nella nostra città (quando ancora aveva la sede nel Palazzo Rosso) ed un ottimo Sacerdote in Duomo. Giovanni Antonio Cybei, ma ancora col nome Carusi, rimasto orfano in età fanciullesca, fu raccolto ed educato assieme a due sorelle dalla famiglia della madre, Maria Maddalena Carusi. Siccome in passato, a causa delle disagiate condizioni economiche, le famiglie mandavano a lavorare i ragazzi ben presto, per renderli fonte di sia pur magro guadagno e per dare loro un mestiere, con l'occupazione essi assumevano la configurazione di "garzoni" o "apprendisti" e mandato ad imparare un mestiere proprio presso lo zio Giovanni Baratta, nella bottega al Baluardo. Molti anni dopo, quando il Cybei si rese economicamente in buone condizione, mandò le due sorelle, con la vocazione di suore, in convento. I Carusi, provenivano probabilmente dalla Sicilia, poi traferitisi a Napoli, quindi a Moneta, Fossola e Carrara città. In Sicilia il termine “carusi”, nell’isola letteralmente significa "ragazzi": infatti in Sicilia i figli, secondo l'età venivano detti in successione picciriddi ("bambini", 0-5 anni circa), carusi ("ragazzi", 6-18 anni circa), picciotti ("giovani", 19-30 anni circa: al riguardo si ricordino i "picciotti garibaldini"). Il lavoro e l'apprendistato dei ragazzi avvenivano da contadini, muratori, fabbri, falegnami, ciabattini, barbieri, minatori, ecc.: dovunque ci fosse da potere svolgere un'attività remunerativa. I carusi, destinati a lavorare nelle solfatare, magari sino alla morte per maltrattamenti, ma soltanto dal 1967, questa triste situazione di sfruttamento si attenuerà per cessare definitivamente nel 1970. Il primo film del regista siciliano Aurelio Grimaldi intitolato “La discesa di Aclà a Floristella” analizzava proprio l'allucinante vita di un povero caruso, sfruttato e abusato nella miniera di Floristella (Enna).
Canonico e Primicerio del patrio Capitolo, (Primicerio = Capo del clero minore in capitoli e collegiate e chi è a capo di alcune confraternite e congregazioni),
Primario Direttore della Ducale Accademia di Scultura in patria e Professore delle Serenissime Altezze il Duca di Modena e la Duchessa di Massa, Principessa Ereditaria di Modena, (l’Accademia di Scultura era la dicitura voluta da Maria Teresa Cybo-Malaspina-d’Este duchessa di Modena e Reggio. - Figlia unica (n. 1725 - m. 1790) ed erede di Alderamo Cybo Malaspina, ultimo principe di Massa e Carrara), sposò nel 1741 Ercole Rinaldo d'Este, che nel 1780 divenne duca di Modena e Reggio col nome di Ercole III. Durante gli anni 1769-1771, come testimonia un’iscrizione marmorea. Maria Teresa fece costruire e fondò a Carrara l'Accademia di Belle Arti, da lei istituita, per l'educazione tecnica e artistica delle maestranze addette alla lavorazione del marmo, con la denominazione sopra riportata e con la sede nel Palazzo Rosso fino al 1810 (ed il Cybei fu nominato primo direttore fino alla morte), quando venne trasferita nel Castello Malaspina dove tuttora trovarsi (con la collezione archeologica di opere romane rinvenute nella vicina Luni e altrettanto significativa è l’edicola romana dei Fanti Scritti, un bassorilievo del III secolo d.C., asportata nel 1863 dall’omonima cava di marmo e raffigurante i tre giovani Ercole, Giove e Dioniso - ‘fanti’ in dialetto carrarese - circondati da un groviglio di firme, di artisti come il Giambologna e il Canova, che nel corso dei secoli hanno voluto lasciarvi il proprio segno), poi Palazzo Rosso fu occupato dagli Uffici Municipali della Città di Carrara, che vi rimase un secolo: traccia visibile nello stemma marmoreo sulla facciata. Subito dopo il trasferimento nella sede comunale (1961) nell’attuale palazzo a fianco dell’ex Palazzo Fabbricotti, detto Colombarotto
(vedi Storia del Colombarotto), nel Palazzo Rosso fu portata la Biblioteca Civica (che poi fu dedicata a Cesare Vico Ludovici), che era stata inaugurata appena due anni prima nel Palazzo dei Conti Del Medico in piazza Alberìca, rivelatasi subito troppo angusta, ma anche in Palazzo Rosso, la Biblioteca ebbe i suoi problemi: ancora una volta, però, gli eventi hanno reso pericoloso questo nuovo simbolo culturale della città, poiché, in seguito al terremoto del 2010, parte dell’edificio è stato dichiarato inagibile e quindi la Biblioteca è stata nuovamente spostata nel Palazzo della Congregazione delle Figlie di Gesù, in piazza Gramsci. Oggi quindi il Palazzo Rosso è ancora lì, in attesa di accogliere un altro pezzo di storia della città, portavoce della sua cultura e capace ancora di offrire i suoi grandi spazi nel cuore del centro storico di Carrara. Dopo alcuni anni si discusse con l’assessore alla Cultura Giovanna Bernardini nel suo ufficio a piano terra del nuovo Palazzo Municipale, la quale ci assicurò che il Sindaco aveva stanziato due milioni di euro per riconvertire e ristrutturare Palazzo Rosso, quale sede di tutte le Associazioni Culturali carraresi, ma come al solito, vuoi per la crisi economica, vuoi per intenzioni non mantenute, il progetto si rivelò una bella “bufala”. Come pure un articolo sul “Tirreno”, di Mario Martignoni del 17 luglio 2012, anche nel titolo, dichiara Palazzo Rosso in via Loris Giorgi angolo con piazza Accademia: ma dove l’ha visto questo Palazzo Rosso che realmente si trova in piazza Accademia angolo via Plebiscito!
Attualmente è in piazza Gramsci, nei due tronconi laterali del Palazzo dietro la statua di Pellegrino Rossi, occupando anche i locali che furono destinati ai Vigili del Fuoco in via Plebiscito, dove tengono gli archivi storici, compreso la Storia della Marmifera Privata (documenti della Società nella sua lunga attività tra il 1876 e il 1981). Il 20 gennaio 1774 i conservatori di Modena creavano cittadino nobile modenese Giovanni Antonio Cybei per aver egli scolpito la grandiosa statua equestre di Francesco III d'Este che la città aveva voluto si innalzasse alla memoria di quel principe verso il quale aveva debito di gratitudine. Alla morte del Cybei, avvenuta nel settembre 1784, la sua eredità veniva raccolta dal nipote, il dottore in legge Tommaso Carusi che assunse dallo zio il cognome Cybei, in aggiunta al proprio. Poco dopo con deliberazione 10 gennaio 1785 i conservatori di Modena ascrivevano la famiglia Carusi-Cybei al patriziato di Modena nella persona del nominato Tommaso. Sulla fine del 1800 vivevano ancora in Carrara Armando, fu Giovanni Carusi-Cybei, pronipote del detto Tommaso e i figli di lui Giovanni e Giuseppe. La famiglia è iscritta genericamente nell'Elenco Ufficiale Italiano del 1922 col titolo di Patrizi di Modena (maschi) in persona dei discendenti da Tommaso (1785). A Torano ho parlato con Cristina Carusi, scultrice di notevole livello, ma anche con il padre Lucio Carusi, nella loro bottega di viale XX Settembre, proprio in fronte all’ingresso del cimitero di Turigliano, dove alcuni dei migliori artisti contemporanei del mondo vengono a esprimere la loro creatività ed esperienza: una osmosi culturale, di cui Cristina è una partecipante attiva. Lei ha iniziato e collaborato in importanti comitati, come riproduzioni per artisti internazionali tra cui Santiago Calatrava. Cristina, nella sua biografia su Internet si dichiara discendente di Giovanni Antonio Cybei, ma non unisce al suo cognome la discendenza Cybei, benché possano usufruirne tutti i maschi discendenti dal nipote dott.  Tommaso Carusi-Cybei, come riferisce l’Elenco Ufficiale Italiano del 1922 dei Patrizi di Modena. Se così fosse, Lucio Carusi il padre, potrebbe usufruirne liberamente, a meno mancassero alcuni requisiti. La madre, del Cybei che era imparentata con lo scultore conte Giovanni Baratta, questi si accorse del precoce talento del ragazzo e l'avviò alla professione di scultore, che arricchisce la propria formazione portandosi a Roma nella bottega di Agostino Cornacchini, (Pescia, 26 agosto 1686 – Roma, 1754), proprio nel momento del suo massimo successo, all'età di quindici anni il Cybei si recò a Roma dove si aggregò allo scultore Cornacchini, il quale lo impiegò in vari lavori: è ricordata infatti la sua partecipazione all'esecuzione del cavallo della statua equestre di Carlo Magno (1722-25), posta a sinistra nell'atrio di S. Pietro, pendant di quella di Costantino di Gian Lorenzo Bernini, ed alla collaborazione del restauro alla statua del gruppo scultoreo del Laocoonte e i suoi figli, noto anche semplicemente come Gruppo del Laocoonte, è una scultura in marmo (h 242 cm) degli scultori Agesandro, Atanodoro e Polidoro (nome di alcuni scultori, appartenenti a  famiglie greche attive a Rodi tra il II e il I secolo a.C. a quanto riferisce Plinio), databile al I secolo d.C. e conservata nel Museo Pio-Clementino dei Musei Vaticani, nella Città del Vaticano. Merita un’escursione sulla sua storia, visto che di questo capolavoro è poco conosciuta: probabile copia marmorea eseguita tra il I° secolo a.C. e I° secolo d.C. di un originale di bronzo del 150 a.C. (Si narra che, quando i troiani portarono nella città il celebre cavallo di Troia, egli corse verso di esso scagliandogli contro una lancia che ne fece risonare il ventre pieno; proferì quindi la celebre frase, tradotta dal greco, «Temo i greci, anche quando portano doni». Atena, che parteggiava per i greci, punì Laocoonte mandando Porcete e Caribea, due enormi serpenti che avvinghiarono i suoi due figli, stritolandoli: il sacerdote cercò di accorrere in loro aiuto ma subì la stessa sorte). La statua fu trovata il 14 gennaio del 1506 scavando in una vigna sul colle Oppio, nelle vicinanze della Domus Aurea di Nerone. Allo scavo, di grandezza stupefacente secondo le cronache dell'epoca, assistettero di persona, tra gli altri, lo scultore Michelangelo e l'architetto Giuliano da Sangallo. La statua fu acquistata subito dopo la scoperta dal papa Giulio II, che era un appassionato classicista, e fu sistemata, in posizione di rilievo, nel "Cortile ottagonale delle Statue", progettato dal Bramante all'interno del complesso del Giardino del Belvedere. Da allora il Laocoonte, assieme all'Apollo del Belvedere, costituì il pezzo più importante della collezione. Intanto, tra il 1725 e il 1727, Agostino Cornacchini eseguì un restauro del gruppo scultoreo che versava in condizioni di degrado, unitamente a Giovanni Antonio Cybei. Il re di Francia insistette molto per avere la statua dal papa o almeno una sua copia. A tal fine, lo scultore fiorentino Baccio Bandinelli (quello del Gigante di piazza Duomo a Carrara), ricevette l'incarico dal cardinale Giulio de' Medici, ovvero, papa Clemente VII, di farne una copia, oggi agli Uffizi. Il re di Francia, però, dovette accontentarsi di inviare, intorno al 1540, lo scultore Francesco Primaticcio a Roma per realizzare un calco al fine di ricavarne una copia in bronzo destinata a Fontainebleau. Un'altra copia si trova nel Gran Palazzo dei Cavalieri di Rodi. Una copia in gesso, appartenuta al pittore germanico Anton Raphael Mengs, si trova nell'Accademia di Belle Arti di Roma. La statua fu confiscata e portata a Parigi da Napoleone (com’era solito comportarsi, nelle sue razzie di opere d’arte), il 27 e 28 luglio 1798, fu sistemata con un posto d'onore nel Museo del Louvre. Dopo la caduta di Napoleone, fu riportata in Vaticano nel 1815, sotto la cura di Antonio Canova e nuovamente restaurata. Ultimo intervento di restauro, effettuato tra il 1957 ed il 1960, ha ripristinato l'aspetto originario. Ritorniamo, dopo questo "excursus" storico, per molti che non conoscono l’origine storica della statua al nostro scultore carrarese: durante il soggiorno romano, che durò circa sette anni, il Cybei studiò la scultura antica e praticò anche la pittura, secondo il Lazzoni (1869), il quale cita un suo dipinto ad olio, rappresentante l'Angelo e Tobiolo a mezze figure, che nel penultimo decennio dell'800 apparteneva al vicariato della collegiata di S. Andrea a Carrara. Richiamato in patria dal Baratta nel 1728, Cybei si reca quindi con lui a Torino per completare, e sovrintendere all’installazione dell'apparato scultoreo della cappella, che fu realizzato tra il 1724 e il 1729, dal carrarese Giovanni Baratta, che innalzò dapprima l'altare maggiore, poi i quattro giganteschi dottori della chiesa ed i quattro angioletti, tutti in marmo statuario di Carrara, (Sant’Agostino, Sant’Ambrogio, Sant’Atanasio e San Giovanni Crisostomo), avvalendosi dell'aiuto del nipote Giovanni Antonio Cybei, per la Cappella di Sant’Uberto, titolata al Santo protettore dei cacciatori come rimando alla destinazione venatoria della residenza, Reggia di Venaria Reale nella vicino Torino. Ricevuto anche da Filippo Juvarra (Messina, 27 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736), che è stato un architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino come architetto di casa Savoia. Voluta da Vittorio Amedeo II, fu iniziata nel 1716 e ultimata nel 1729. Juvarra concepì per la sacra struttura maestose volumetrie disposte intorno ad un impianto a croce greca smussata, con due grandi altari ai lati del transetto e quattro cappelle, poste sulle diagonali. Le numerose fastose decorazioni arricchiscono l’interno e rendendo l’ambiente davvero unico. Il vero “protagonista radioso” della Cappella è l’altare maggiore, opera di Baratta-Cybei, che si presenta come sospeso, dando sfondo al tabernacolo retto da angeli marmorei. L’altare si sviluppa in senso verticale collocandosi tra le due colonne centrali. La Cappella è al centro della Reggia, con enormi porte finestre nelle due pareti laterali, gettando immensa luce sulle opere esposte, facendone un gioiello scultoreo. Ottenuta una patente di scultore reale in marmo da Vittorio Amedeo I di Savoia, Giovanni Antonio non può approfittare a lungo della favorevole situazione a causa della guerra di successione sabauda, e dal 1730 risiede stabilmente a Carrara. (Andammo alla Reggia di Venaria Reale, con un gruppo di carraresi, organizzata dall’Accademia Aruntica di Carrara, dopo una visita a Milano all’Expo2015). Da questo momento Cybei affianca Giovanni Baratta in maniera sempre più stretta, partecipando alla realizzazione delle grandi commissioni in marmo (quattro grandi statue di marmo, del 1732), per il Palacio Nacional di Mafra (Portogallo), e La Granja de San Ildefonso per Filippo V di Spagna, altra architettura dello Juvarra. Deciso tuttavia ad abbandonare l'arte, Cybei intraprende la carriera ecclesiastica diventando prima Chierico (1738) quindi Sacerdote (1739); da allora, secondo l’uso settecentesco, sarà nominato sempre e chiamato “Abate Cybei”. (ovviamente molti giudizi e testimonianze sono del cav. abate Girolamo Tiraboschi, anche lui sacerdote come il Cybei, nei diversi anni di biografo dello scultore).
Girolamo Tiraboschi (Bergamo, 18 dicembre 1731 – Modena, 9 giugno 1794) è stato un erudito e storico della letteratura italiana. A 15 anni entrò nella Compagnia di Gesù e frequentò i collegi di Monza e di Genova. Nel 1755, fu chiamato alla cattedra di Retorica nel collegio dei gesuiti di Brera, nella sede dell'attuale Accademia di Belle Arti, dedicandosi alla Biblioteca,  con fama di erudito, e soprattutto dopo una monumentale opera riguardante gli Umiliati, (quello degli Umiliati fu un ordine religioso, proveniente dal Piemonte,  uno dei molti movimenti spirituali sorti in contrasto ai costumi rilassati e alla ricchezza diffusa e spesso ostentata dal clero, propugnando un ritorno verso una vita più austera e frugale. Inizialmente condannati come eretici, poi, nel 1571 l'ordine venne soppresso). Nel 1770 pertanto fu chiamato dal duca di Modena Francesco III d'Este alla direzione della Biblioteca estense e rimase a Modena per il rimanente della sua vita. Si dedicò quindi, a Modena, nel decennio 1772-1782 riuscendo a realizzare la monumentale Storia della letteratura italiana, e molte altre, specialmente sulla storia locale.
Il Tiraboschi, infatti nel 1786 ci informa che nel tempo libero il Cybei, produsse sculture di propria fantasia: Sansone e Dalila e Giuditta che consegna la testa di Oloferne alla schiava (soggetto già presentato, in bronzo, dal primo maestro Cornacchini, oggi al Birmingham City Museum and Art Gallery). Sculture, assieme a statue delle Quattro Stagioni con successive opere, erano conservate ancora nella seconda metà dell’Ottocento, nella galleria dei marchesi Remedi a Sarzana, che visitato nel 2016, non sono riuscito a trovarne traccia, anche perché il bel Palazzo Remedi di Sarzana risultato di diverse fasi costruttive, tra il sec. XIV e XVIII ed attualmente occupato da appartamenti privati. Il portone principale ad arco marmoreo è sovrastato dallo stemma del casato (diviso in due parti: a sinistra, in basso, in campo oro una torre d’argento sopra tre monti con due griffi rampanti rossi, e sopra in campo turchino una fiaccola accesa ed una colomba volante; a destra in campo oro, un’aquila a due teste coronate). Nell’ atrio di Palazzo Remedi, al centro, prima della rampa di scale, hanno posto una grande statua di giovane fanciulla seminuda, sopra un altrettanto alto piedistallo, tutto in marmo. Un membro della nobile famiglia sarzanese, Paolina Ollandini Remedi, fu una grande benefattrice del vecchio Ospedale San Bartolomeo, sulla cui facciata si può ancora oggi ammirare un busto marmoreo della nobildonna.
Rientrato per la seconda volta a Carrara, il Cybei si mise a lavorare per la bottega al Baluardo dello zio Giovanni Baratta. È risaputo che colui incaricato quale aiutante di un noto scultore, ha, diciamo, l’obbligo di lavorare molto più del titolare dell’opera, che spesso si presta a dare dei giudizi ed a riferire ciò che potrebbe essere sbagliato, ovvero l’aiutante dovrà impegnarsi a fondo per accontentare il principale. Infatti il Cybei, per e con lo zio Baratta, si presta ad aiutarlo tanto nei lavori in Portogallo come le quattro grandi statue di Santi del 1732 per la basilica di Mafra in Portogallo (nei pressi di Lisbona, dove esiste un grande Convento, la Tapada de Mafra, una enorme riserva di caccia) e le molte urne, trofei e cariatidi, compiuta nel 1736 per ornare la facciata verso il giardino del palazzo reale di La Granja in Spagna. In Italia aiuta sempre lo zio Baratta nella scultura.  Nell’ancona, sempre marmorea di un altorilievo nella Chiesa di San Remigio a Fosdinovo: la Madonna Immacolata Concezione, con Bambino, di Baratta-Cybei, (anche qui sopra una nuvola di Cherubini, come quella al Civico Ospedale di Carrara) e l’altorilievo della Madonna del Suffragio, circondata da Cherubini, raffigurante la Madonna che assiste alla scena di un angelo che salva un'anima sofferente dal Purgatorio (da questa Madonna del Suffragio, recentemente, il 16 giugno 2016, furono asportati i Cherubini in marmo posti ai piedi della Madonna, sopra il tabernacolo dell’altare). Nella Chiesa, e non si possono ignorare, ci sono altre opere, una per tutte la tomba stupenda di Galeotto Malaspina, eseguita da Maestri Campionesi. Alcuni oggetti sono prestati al Museo Vescovile di Massa, dove espongono una collezione di Madonne vestite ed altri oggetti, compreso il busto di San Ceccardo, in argento, del nostro Duomo di Carrara.
Sempre con lo zio Giovanni, il Cybei ha collaborato nella chiesa di Livorno, a circondare la Madonna di Montenero di Angeli e nuvole marmorei l’immagine sacra. Presso l'altare maggiore si innalza uno splendido tabernacolo, opera di Giovanni Baratta e del nipote Giovanni Antonio Cybei, nel 1752, con una splendida raggera che circonda la Madonna.
A Sarzana, nella Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, nella seconda cappella di destra, dedicata a Sant’Agostino, si trova al centro dell’omonimo altare la grande statua marmorea di Sant’Agostino Vescovo. Sullo stesso altare, al fianco del vescovo d'Ippona sono collocate altre due statue dedicate a San Giovanni Nepomuceno (ovvero di Nepomuk, è stato un santo e presbitero boemo del secolo XIV, canonico nella cattedrale di Praga) e a santa Caterina Fieschi o da Genova (1447-1510), conosciuta anche con il titolo di Dottoressa del purgatorio, per il “Trattato” che aveva scritto, nipote di papa Innocenzo IV e Viceré di Napoli,  sposata col principe Giuliano Adorni. Tutte le tre le statue, realizzate nel Settecento sono di scuola toscana e sono dello scultore carrarese Giovanni Antonio Cybei da Carrara. In questa occasione il santo è stato raffigurato nel rispetto dei canoni proposti dalla iconografia classica che lo propone come vescovo. Il santo in effetti ha tutti gli attributi episcopali con la mitra in testa. Con la mano sinistra regge un libro che è sostenuto da un piccolo angioletto che sta ai suoi piedi. Il viso del Santo è quello di una persona matura e dallo sguardo dolce e severo nello stesso tempo, con una foltissima barba che gli copre il mento. Alle pareti laterali dell'altare sono collocate due tele sei-settecentesche di cui quella sulla parete di sinistra raffigura sant'Agostino con Santi Agostiniani. Nella stessa basilica, Giovanni Antonio Cybei, sulla parete di fondo ha realizzato al centro, una ghirlanda marmorea di angeli festanti: due grandi in basso, e Cherubini tutt’intorno alla formella, che raffigura la Purificazione di Maria, dello scultore Domenico Sarti, copia di quella marmorea ora ricollocata nella posizione originale nella pala, del nonno e nipote Leonardo e Francesco Riccomanni di Pietrasanta, (già presenti con il bel ottagonale Battistero in Duomo a Massa), nella cappella del braccio destro del transetto, da cui era stata trasferita nel presbiterio nel secolo XVII, poi riportata nel posto originale dove oggi si trova. Altre opere di scultori carraresi si trovano nella Cattedrale: nella Cappella del Crocifisso, i busti di pontefici Clemente XI e Innocenzo XI, del nostro Giovanni Baratta, mentre nella Cappella dell’Immacolata, subito dopo quella di Sant’Agostino, travasi la statua dell’Immacolata Concezione, realizzata nella seconda metà del settecento, del carrarese Giuseppe Franchi. Esaminiamo le opere del Cybei, durante la sua esistenza, spesso distribuita all’estero, e prevalentemente nella Russia di Caterina IIa, ed al servizio dei Cybo-Malaspina e dei D’Este-Malaspina, tanto a Carrara che a Modena. Ho ritrovato un Santo Stefano, bella statua del giovane Santo, proprio nella Parrocchia di Santo Stefano Magra (SP), e due grandi medaglioni nella Villa Dervillé, al Monticello, ora occupata dalla famiglia Vanelli (questi due medaglioni sono stati dichiarati del Cybei, da Vittorio Sgarbi, noto esperto d’arte figurativa ed amico del figlio dei Vanelli, spesso in Villa per l’amicizia alla famiglia e per discutere d’arte, proprio col figlio).
La Chiesa di S. Stefano Protomartire ( = testimone, primo martire e assertore della fede cristiana) – a S. Stefano di Magra (SP), la cui struttura è a croce greca con un'abside prolungata nel senso longitudinale, che comprende l'altare maggiore e il coro su cui sovrasta l'imponente statua marmorea di Santo Stefano, opera del Cybei, riconosciuto scultore tra i più insigni del settecento carrarese. La Pieve di Santo Stefano a Santo Stefano di Magra è la chiesa parrocchiale della località spezzina, concernente il vicariato di Sarzana, che è anche una delle tre sedi vescovili della diocesi Spezia-Sarzana-Brugnato. L'edificio, consacrato al culto di Santo Stefano Protomartire, che ebbe origine precedentemente all'XI secolo, fu ricostruito nelle forme attualmente visibili intorno alla fine del Seicento e la prima metà del Settecento, e definitivamente consacrato nel 1749. Nel XVII secolo, l'antica pieve venne abbattuta e venne costruita l'attuale chiesa, su progetto del genovese Ferdinando d'Andrea. Lo stile segue il barocco genovese, con sei cappelle, il coro e la cupola in mezzo, pianta a forma di croce greca.
Oratorio della Concezione di Maria. Questo oratorio, di giuspatronato della famiglia di Bernardino Berrettari (1626-1706), (giuspatronato = istituto giuridico di diritto canonico, consistente in privilegi e oneri che, per concessione della Chiesa, competono ai fondatori di chiese e cappelle con benefici, compresi i loro eredi), si trovava in via dell’Arancio al piano terreno della Casa del prete Francesco Ubaldo Berrettari, oggi non più esistente. La statua della Madonna, in marmo statuario, opera dello scultore carrarese Giovanni Antonio Cybei  da lui scolpita nella prima metà del XVIII secolo, e l’altare del 1876 furono donati dalla contessa Marianna Bertacca Berrettari nei Tenderini all’allora nuovo Ospedale Civico della Levatella, oggi noto come Civico Ospedale di piazza Monzoni, nella cui cappella ancora oggi si possono ammirare. (Vedi Storia della Chiesa delle Lacrime). Sotto l’altare si trovava una lapide (scritta in latino antico), oggi dispersa.
In riferimento all’altare di Sant’Isidoro a Fossola, altorilievo di Carusi-Cybei Giovanni Antonio, contestato e controverso, hanno scritto: da Carlo Lazzoni, ed altri illustri storici, e precisamente, a quanto riguarda il secondo altare, a destra, della Parrocchia di Fossola, dedicata a San Giovanni Battista, proprio in riferimento all’autore dell’altorilievo: Carlo Lazzoni nel volume “Carrara e le sue ville” (che “ville” sta per Paesi, nel 1880), a pag. 251 descrive gli altari della Parrocchia ed in riferimento all’altare di Sant’Isidoro, dichiara testualmente . . . “un alto rilievo in marmo all’altare che segue, sui primi del XVIII secolo di Giov. Antonio Carusi Cybei  carrarese; . . .”
La “Guida di Carrara” di Alfredo Bizzarri e Giorgio Giampaoli, del 1932, riporta testualmente: “Altare di S. Isidoro Agricola – Tra colonne in marmo bianco, un pregiev. altoril. dello scult. Giov. Antonio Carusi-Cybei, rappr. S.Isidoro (patrono della chiesa) nel miracolo della fonte. L’altorilievo porta in basso un’iscrizione con i nomi del rettore della chiesa Puntelli, dei fabbriceri Bernucci, Danesi e Pisani, nonché dell’autore predetto con la data 1713.  Anche il tabernacolo settecentesco proviene da Moneta”. (fabbriceri = probabili
costruttori del solo altare, ma anche addetti alla manutenzione della chiesa, in termine antico).

Questo, più recente, è quanto riporta “Carrara e la sua gente“, vol. II° di Mauro Borgioli e Beniamino Gemignani, Società Editrice Apuana Srl, maggio 2004, seconda edizione riveduta e corretta a pag. 24: L’altare di Sant’Isidoro nella chiesa Parrocchiale di Fossola “. . . Due grandi colonne monolitiche in marmo bianco purissimo, reggono un timpano a lunetta che è un massiccio intreccio marmoreo di frutti della terra che inquadrano un grande altorilievo, opera dello scultore Giovanni Antonio Carusi-Cybei. Vi sono raffigurati S.Isidoro, una figura di Cavaliere orante, scene di lavoro, squarci di paesaggio ed il miracolo del fonte: fra tanti angioletti in gloria ben scolpiti. In basso, a destra, è incisa la data MDCCXIII, preceduta dai nomi: Gregorio Perutelli, rettore della Chiesa, Bernucci, Danesi, Pisani, fabbriceri della stessa e G.A. Carusi-Cybey, autore dell’opera”.
Ultima descrizione, di Romano Bavastro, con Pietro di Pierro, nel bel volume “Artigiani & Artisti nella Carrara del 2000”, Bandecchi & Vivaldi Ed. Pontedera, 2006: la famiglia è presente a Carrara dal XVI secolo proveniente da Napoli e dimorante a Moneta e poi a Fossola “… Il Campori narra l’unione delle famiglie Cybei e Carusi… Giovanni Antonio Cybei… Fu ordinato sacerdote a 33 anni continuando tuttavia l’arte… Un Giovanni Antonio Carusi Cybei è autore dell’altare di Sant’Isidoro a Fossola, tuttavia la data 1713 fa sorgere dubbi di omonimia…” (poi elenca nomi di eventuali parenti Carusy-Cybei, ma tutti nati dopo la morte di Giovanni, quindi non autori dell’altare).  Aprì lo studio lungo la via postale tra il Boccalone e la Porta a Mare, (poi via Vittorio Emanuele e oggi via Rosselli), nel casamento adiacente all’odierno Hotel Michelangelo.
Lo stabile grande, a tre piani, uno all’altezza di via Roselli, uno sopra ed uno sotto, ha oltre dieci ingressi esterni, alcuni finestrati nella sola arcata, ad arco a tutto sesto (o semicircolari), con sòglie e stipiti, tanto agli ingressi che in tutte le finestre, in blocchi di marmo massiccio, ristrutturati abbastanza di recente per ospitare uffici e sedi aziendali; anche il retro, abbassato di un piano, su un parcheggio privato aderente al fiume Carrione. Dev’essere stata una signora Bottega: (gli studi di scultori, allora, così erano chiamati, anche se oggi si cerca di ripristinarla questa dicitura). D'altronde a Carrara ci sono portoni piccoli, grandi, mastodontici, bellissimi, anche un po’ nascosti che spesso le persone nella frenesia di correre, non li notano. I numeri civici, qualche mese fa erano scritti col nr.5, 5a, 5b, 5e, ora sono unici con il solo numero 5 per tutti.
Ragionando sembra impossibile che l’autore, nato come ci risulta, nel 1706, all’età di sette anni, anche con l’aiuto del suo mentore, lo scultore Giovanni  Baratta, carrarese, che lo aveva preso sotto la sua protezione sin da piccolo, possa aver prodotto una simile scultura. Sono piuttosto propenso che in queste diciture ci sia un errore, forse dovuto allo scalzo dell’altorilievo dalla chiesa di Moneta, dopo il 1783 quando fu iniziata la costruzione della chiesa di Fossola e benedetta nel 1824, lo scultore Cybei era già scomparso. Infatti l’angolo dell’opera risulta ammalorato da questa operazione; l’iscrizione sembra applicata in un secondo tempo, ovvero che l’opera non avesse avuto quel rettangolino nell’angolo a destra, ma forse sbaglio. Per contro, come abbiamo detto è l’età ed anche lo scrittore Andrea Fusani, vivente a Carrara, nell’articolo pubblicato negli “Atti e Memorie” dell’Accademia Aruntica di Carrara, Vol. VIII dell’anno 2002, intitolato “Giovanni Antonio Cybei, I Padri Trinitari di Livorno e la Confraternita del Riscatto di Carrara”, dove alla fine, nella Bibliografia non cita gli scrittori Bizzarri-Giampaoli ma, nelle note, assieme ad altri, soltanto Carlo Lazzoni per il volume “Carrara e le sue Ville”, del 1880. Comunque Andrea Fusani, nell’articolo esprime la storia e le vicissitudini dei Trinitari e della Confraternita del Riscatto (altare con bassorilievo, nella Collegiata del Duomo di Carrara, dello scultore Giovanni Antonio Cybei, con altre sue opere nella stessa Colleggiata: la statua della Madonna del Rosario, in carta colorata e due angeli che le sorreggono la corona, nella Compagnia Grande o Collegiata del Battistero, del Cybei, con la sua bellezza e purezza simboleggia "La Grande Madre" di tutti noi. La statua in cartapesta è in manutenzione-ristrutturazione dal 2015, a cura del Gruppo Consorti del Club di Carrara e Massa e termineranno alla fine di quest’anno 2016. La statua che per la leggerezza veniva portata in processione e sorretta a mano da più uomini, per le vie di Carrara storica. (come la Madonna del Popolo, per le grazie elargite a Carrara, pima e dopo l’ultima guerra), ci verrà restituita con i colori originali voluti dal Cybei.
Nell’insieme l’altorilievo nell’ancona dell’altare nella Parrocchia di Fossola, sembra di Giovanni Antonio Cybei, paragonandolo anche con l’altare del “Riscatto”, nella Collegiata del Duomo di Carrara, dove riposa l’autore. L’altorilievo di Fossola rappresenta alcuni miracoli: quello della fonte che con un lungo bastone Sant’Isidoro crea uno zampillo d’acqua, sopra quello dei buoi condotti ad arare da un Angelo, miracolo dichiarato dal Suo datore di lavoro, Juan de Vargas, rappresentato davanti al Santo con la gorgiera al collo e dietro questo la moglie anch’Essa Santa Maria de la Cabeza. (= Santa Maria della Testa, poiché ritrovata soltanto quella parte del corpo, in Spagna). Quel lavoro, in marmo bianco statuario e davvero raffinato. Qualsiasi ipotesi è aperta.
Nel 1768 realizzò il grande mausoleo del conte Francesco Algarotti, che si trova nel braccio occidentale del camposanto pisano.
Nel 1750 si trasferisce a Roma e si dedica all'arte della pittura nello studio di Corrado Giaquinto, dopo che aveva meditato di lasciare la scultura, ma la morte dello zio Giovanni Baratta, avvenuta nel 1747 e per le insistenze dei parenti ed amici, ricomincia a considerare l’arte dello scalpello. Rientra a Carrara nel 1752, al Baluardo e prende in mano definitivamente la Bottega dello zio per insegnare ai giovani la scultura.
Nel 1753 eseguì il mausoleo funebre del Cardinale Giulio Alberoni, ornato con l'effigie del defunto ed altre statue in marmo, situato nella prima cappella a sinistra di S. Lazzaro presso il collegio Alberoni a Piacenza, da lui fondato (l’opera è stata oggetto di grave furto – vedi Carabinieri, nucleo tutela patrimonio culturale, Bollettino delle Opere d’Arte trafugate – nr. 20, anno 1997).
A Lucca, in via Vittorio Emanuele, nella chiesa di S. Caterina, le statue della “Carità” e “Purità” ai lati dell'altar maggiore, già riferite dal Grammatica nel 1741: attribuzione perciò più attendibile che non la dubbia ascrizione allo scultore carrarese Giovanni Lazzoni, (n. Carrara 1618 – m. né luogo né data si conoscono), attivo nel '600, riportata da I. Belli Barsali, Guida di Lucca, Lucca, 1970, p. 104.
Nel 1769 la duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina d’Este nominò l'artista primo direttore della nuova Accademia di Belle Arti di Carrara "Per la di lui più cognita abilità nella scultura" (Scarzella-Bizzarri, 1941). Risale al 1774 l'opera più importante dell'artista e cioè la statua equestre al marito Francesco III, che fu collocata in piazza S. Agostino a Modena alla presenza del duca e di tutta la sua corte. Il monumento gli valse il titolo di conte, quale nobile modenese e per l’occasione fu pubblicato un volume di poesie encomiastiche ( = che loda ed elogia, fare un encomio, un discorso importante). La grande opera è stata poi atterrata nei tumulti rivoluzionari del 1797. (il primo marito principe Eugenio Giovanni Francesco di Savoia-Soissons, duca di Troppau e conte di Soissons, cadetto dei Savoia. Il futuro sposo, appena ventenne e quindi di dieci anni più grande della principessa, morì di sifilide a Mannheim esattamente quattordici giorni dopo).
Nel 1780 per la Chiesa di San Martino a Pisa, realizzò il monumento funebre del Marchese Francesco Del Testa.
La sua produzione fu vastissima con opere disseminate in tutta Europa e in molte Cattedrali.
A Volterra (PI) la grande statua di San Giovanni Battista nel Battistero ottagonale che risale alla seconda metà del Duecento, di fronte al Duomo dedicato a Santa Maria Assunta, in marmo statuario, realizzata nel 1771 dal nostro scultore Giovanni Antonio Cybei e mostra tutta la sua bellezza sopra la grande vasca policroma dello scultore Giovanni Vaccà, realizzata nel 1759.  Il portale del Battistero risale al secolo XIII, con ornamento in marmi bianchi e verdi, e le notizie d’archivio parlano del Brunelleschi interessato a tale opera. La prima vasca battesimale fu del noto Jacopo Sansovino al secolo Jacopo Tatti detto il Sansovino (Firenze, 2 luglio 1486 – Venezia, 27 novembre 1570) è stato un architetto e scultore italiano, che la scolpì nel 1505, in marmo bianco, oggi addossata a una parete, raffigurandovi il battesimo di Gesù Cristo e le virtù quali Fede, Giustizia, Speranza e Carità. Questa fu sostituita dalla grande vasca commissionata nel 1557 dal vescovo volterrano Francesco Salvatico Guidi, arcivescovo di Pisa, allo scultore carrarese Giovanni Vaccà ed inaugurata nel 1759.
Busto di Caterina la Grande, Imperatrice di tutte le Russie, ora all’Ermitage di San Pietroburgo, scolpito dal Cybei, quale omaggio dei lavori avuti dalla stessa Imperatrice. Altre statue a Caterina IIa, sono andate perse e altre distrutte, poiché non erano ancora all’Ermitage, ma poste in altri luoghi, che tanto la rivoluzione che gli incendi, ciò che venne danneggiato, nel 1930 le stesse furono definitivamente eliminate.
Il Cybei collaborò con Giovanni Baratta (1670-1747), al gruppo marmoreo “Gli Schiavi liberati”, nella chiesa di San Ferdinando a Livorno. La chiesa fu iniziata nel 1707 su progetto dell’architetto Giovanni Battista Foggini (Firenze il 25 aprile 1652 - 12 aprile 1725) e conclusa dopo dieci anni da Giovanni del Fantasia nel 1716. Il nome fu scelto per riconoscenza verso il principe Ferdinando, figlio del Granduca Cosimo III° (principale finanziatore dei lavori e delle opere in questa chiesa livornese). L’edificio fu affidato all’opera dei Trinitari, la cui missione era quella di raccogliere fondi per la liberazione degli schiavi. Il complesso venne distrutto nei primi anni del 1900 a seguito di un’opera di risanamento del quartiere livornese. Dopo la seconda guerra mondiale, a seguito di bombardamenti alleati che colpirono tutta la città, la chiesa di San Ferdinando Re, che fu ricostruita, riuscì miracolosamente a salvarsi con pochi disastri; soltanto i locali attigui al Campanile vennero rasi al suolo e ricostruiti. L’interno della chiesa, articolato in forme barocche con pianta a croce latina e splendida navata centrale coperta con volta a botte. Numerosi altari si ergono lungo le cappelle, ma l’opera di maggior pregio, custodita all’interno, è senza dubbio il gruppo scultoreo “Gli schiavi liberati”, di Giovanni Baratta assieme al nipote Giovanni Antonio Cybei, con un angelo intento a liberare due schiavi africani, un cristiano ed un musulmano, a simbolo della missione dei Trinitari. Il Cybey ha poi ripetuto il simbolo nell’ancona dell’altare del “Riscatto”  nella Collegiata Grande nella Cappella Battesimale del Duomo di Carrara, con un altorilievo, ed in alto ha posto la Trinità, sotto due schiavi con le mani di un Angelo tenute sopra la loro testa e sotto ancora i due fondatori dell’Ordine della Santissima Trinità, San  Giovanni Matha (1154 – 1213), sacerdote, conosciuto anche con l'epiteto Doctor Eminens, cofondatore con San Felice di Valois  (1127 –1212), eremita e monaco cistercense. Anche la statua di San Luigi di Francia di Giovanni Antonio Cybei si trova nella medesima Basilica, a Livorno, e le sculture "San Ludovico re di Francia", di "Sant'Edoardo re di Inghilterra" e di "San Ferdinando re di Castiglia".
Enrico II il Santo (973 o 978 –1024) è stato re d'Italia dal 1002 al 1024, Imperatore del Sacro Romano Impero e ultimo esponente della dinastia ottoniana (dal capostipite Ottone I). Alla morte del padre, nel 995 divenne Duca di Baviera con il nome di Enrico IV di Baviera. È stato dichiarato santo. Anche sua moglie, Cunegonda, rientra nel novero dei santi della Chiesa cattolica. La statua si trova nella Chiesa di San Ferdinando a Livorno ed è del 1768.
La realizzazione di busti-ritratti di personaggi: Carlo Sigonio, Ludovico Antonio Muratori, nella Biblioteca Estense di Modena.
La duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina d’Este, in terracotta all’Accademia di Belle Arti di Carrara, mentre la versione in marmo di Carrara si trova sul monumento funebre, realizzato nel 1820 da Giuseppe Pisani, nel Tempio della Beata Vergine della Ghiara di Reggio Emilia.
Le statue di San Silvestro e San Domenico, sulla facciata della Chiesa di San Silvestro a Pisa. La Parrocchia è preesistente al 1118, quando fu data ai monaci benedettini di Montecassino. Nel XIV secolo passò alle monache domenicane. Le statue in marmo di Carrara, agli angoli, sopraelevate, della facciata esterna nella Chiesa di San Silvestro papa nella piazza omonima, a Pisa. Le statue sono dello scultore carrarese, Giovanni Antonio Cybei.
Il Cybei, dopo il suo incontro con A.Orlov, si dice a Pisa, altri a Livorno, perché si dedicasse ad opere per le Russia zarista. Cominciamo dal Palazzo d'Inverno (1754-1762), progettato da Bartolomeo Rastrelli, a cui è dedicata una via principale di San Pietroburgo (vista e percorsa personalmente in una visita turistica e culturale a Mosca e San Pietroburgo, nel 1980).  Nel 1852, dopo alcuni ampliamenti interni del Palazzo d’Inverno, divenne l'Ermitage il primo museo pubblico della città, anche se l'accesso era limitato ad una cerchia di utenti definiti "rispettabili" (usanza che decadde dopo la Rivoluzione). Giovanni Antonio Cybei, non poteva far esporre le sue opere, al Museo dell’Ermitage, perché fu creato nel 1852 nelle sale del Palazzo d’Inverno. Caterina IIa, Zarina della Russia, dinastia del Romanov, (Stettino, 21 aprile 1729 – Carskoe Selo, 6 novembre 1796), conosciuta come Caterina la Grande, fu imperatrice di Russia dal 1762 alla morte. Sepolta nella Cattedrale di S. Pietro e Paolo a San Pietroburgo, consorte Pietro III di Russia, poi assassinato. Grigorij Orlov, amante di Caterina, guidò una cospirazione per incoronarla. Meno di sei mesi dopo la sua salita al trono, il 17 luglio 1762, Pietro venne rinchiuso in carcere, dove venne assassinato. Come ci racconta Cybei, nel suo libro “Promemoria”, i lavori in Russia iniziarono con la venuta in Italia del generale A.Orlov e dallo stesso indotto a recarsi in Russia per eseguire i busti della zarina Caterina IIa, e dei fratelli Orlov, e  di Aleksej Orlov, che attualmente si trovano nella tenuta “Peterhof”, vicino Pietroburgo (il terzo busto non è stato identificato, ma ambedue le opere furono esposte nel 1996 a Massa, nel Palazzo Ducale, ed a Milano entrambe firmate (busto della zarina come “Ioann Cybei Fec.-Carrara”, idem il busto di Orlov). La datazione, riferita nel catalogo, dichiara il periodo di Cybei a Mosca: tra il 1768 e 1775. I fratelli Orlov erano cinque tra cui il giovane principe Grigorij Orlov (1934-1783), amante e favorito della zarina, mentre Aleksej Orlov fu responsabile della deposizione dell’Imperatore Pietro III (marito di Caterina e nipote di Pietro il Grande). Aiutata perciò dall'amante Grigorij Orlov, Caterina pianificò la detronizzazione di Pietro giocando d'anticipo dal momento che lo zar, che aveva come amante Elizaveta Romanovna Voroncova, pensava di divorziare e di relegare la moglie in un monastero come era uso in Russia per i mariti che avevano una consorte scomoda (Caterina, all'epoca dei fatti, era inoltre incinta al quinto mese di Orlov, al quale poi diede un figlio, Aleksej). Grazie a Orlov ed ai suoi fratelli ufficiali d'esercito, Caterina ottenne il sostegno della Guardia d'Onore di Pietro III oltre che di gran parte della nobiltà. Durante quei giorni, Pietro III si era recato alla residenza di Peterhof per festeggiare il proprio onomastico. Le truppe della guardia di Pietro III circondarono il palazzo e si avvicinarono con una scusa all'imperatore sino a giungere a circondarlo completamente e ad arrestarlo per ordine di Caterina. Pietro III venne quindi costretto ad abdicare in favore della moglie, che ad ogni modo lo fece rinchiudere in prigionia nella fortezza di Ropsha, ove l'ex zar morì poco dopo, con molti referti falsi di salute cagionevole per giustificare l’assassinio come morte naturale: infatti alcuni giorni dopo, sempre nel 1762, Pietro venne ucciso: raggiunto nella sua camera da letto, dove si era nascosto, lo trovarono dietro un paravento, portato in mezzo alla stanza, fu colpito da Nikolaj Zubov con una tabacchiera d'oro, e subito dopo il suo valletto di camera si sedette sul corpo di Paolo. Infine, l'ufficiale Skariatin finì lo zar strangolandolo con la sua sciarpa.  A molti anni di distanza dalla morte del padre, nel dicembre 1796 il nuovo zar Paolo I, (San Pietroburgo, 1º ottobre 1754 – San Pietroburgo, 23 marzo 1801), è stato imperatore di Russia dal 1796 al 1801 - figlio della Gran Principessa e poi imperatrice Caterina II (1729–1796) e dell'imperatore Pietro III (1728–1762), che non apprezzava il gesto compiuto dalla madre nei confronti del padre e sospettava di lei come mandante dell'assassinio del genitore durante la prigionia, pretese che le spoglie del padre fossero riesumate e sepolte con tutti gli onori nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, a San Pietroburgo dove gli altri zar sono a tutt'oggi sepolti. Documenti e prove prima della glasnost e della perestrojka.
Altra storia speriamo che non si ripeta ai giorni nostri, vista la situazione odierna tra le due Nazioni, Turchia e Russia: Orlof fece spedire le flotte russe nel Mediterraneo negli anni 1769-1770 facendo distruggere la marina turca. La pace si ricompose nel 1774 e diede alla Russia le città di Azov, Kerk e Kinburn e ad Aleksej Orlov, a ricompensa per la vittoria navale, ricevette il secondo cognome “Orlov-Cesmenskij”, ovvero, di Cesma, luogo in cui avvenne la battaglia, presso il golfo di Cesma. La diatriba odierna tra Russia e Turchia si riferisce all’abbattimento dell’aereo russo, chi dice sopra il cielo della Turchia, altri altrove, ma la tempesta non è chiusa, visto che Vladimir Vladimirovič Putin (Leningrado, 7 ottobre 1952) ha minacciato la Turchia.  Aleksej morì a 70 anni (1737-1807). Un gruppo colossale, di marmo, come nota Campori nel 1873, eseguito da Cybei che raffigura la zarina Caterina IIa con un turco inginocchiato ai suoi piedi, ma da una foto del 1916 che rappresenta la zarina con tutti gli attributi imperiali, guerra e potere (compresi un elmo e l’aquila imperiale), senza alcun turco ai suoi piedi: probabile errore del Campori. Questo gruppo non esiste più, perché dopo la rivoluzione del 1917, essendo nel grande atrio del Tribunale Distrettuale a San Pietroburgo, dove il gruppo fu collocato, venne saccheggiato ed incendiato, quindi distrutto agli inizi del 1930. Con la Russia, specialmente in quel periodo, non si possono avere né avvenimenti né date certe.
Fontana dei Putti in piazza dei Miracoli a Pisa: opera settecentesca di Giuseppe Vaccà (basamento e fontana) e di Giovanni Antonio Cybei, cui si devono il gruppo marmoreo dei putti che reggono gli stemmi di Pisa e dell’Opera. Danneggiata il giorno 22 aprile 2014, da un turista rumeno dopo essersi appoggiato a uno dei putti marmorei che ornano le facce del basamento ha staccato una porzione di una decina di centimetri della conchiglia. L’uomo è stato identificato dalla polizia municipale e denunciato. Vaccà Giuseppe, scultore carrarese: rifece le statue e l’altare maggiore della chiesa di San Sisto a Pisa, nel 1730, come riferiscono F.Paliaga e S.Renzoni in “Le Chiese di Pisa”, Pisa, ETS, 1999, pag.132-133 . Idem nella “Guida per il passeggiero”, di Pandolfo Titi, Lucca, Benedini, pag.116. Si dice che il bellissimo altorilievo incorniciato con marmo grigio scuro sopra l’altare della Chiesa di Santa Maria di Loreto a Melara (proveniente e donato dall’ex Oratorio Pubblico di Puccinetta), proveniva dalla Cappella dello scultore Giuseppe Vaccà, nella sua casa di via Puccinetta, esistente nella zona del Ponte già della Ferrovia Marmifera sopra l’attuale via Carlo Rosselli, dove è ancora ubicata la piccola via che inizia subito dopo, tra piazza XX Settembre e piazza Beato Tenderini.
(CAMPORI, Giuseppe dei marchesi. - Patrizio modenese, nato il 17 gennaio 1821, morto il 19 luglio 1887. Si dedicò principalmente agli studî storici con ricerche sistematiche nell'Archivio estense di cui fu uno dei primi illustratori. Fra i suoi scritti (oltre 200) sono notevoli gli studî sulla corte degli Estensi. La sua ricca collezione di codici (5072) e di autografi (oltre 100.000) è passata, per disposizione testamentaria, alla Biblioteca estense di Modena (1893): da Enciclopedia Italiana, di Giannetti Avanzi).
Altre opere del Cybei, le conosciamo per quanto descritto nel volume “Promemoria” ma anche per la collaborazione del conte Antonio del Medico sulla diffusione dei lavori del Cybei in tutta Europa (Francia e Olanda) nei dieci anni 1763-1773 (tramite i trasportatori amburghesi ed olandesi) e sulle statue del Principe Enrico di Prussia, nove statue che oggi si trovano nel parco del Palazzo Reinsberg. Altre quattro statue rappresentanti le quattro parti del mondo, come ci riferisce Girolamo Tiraboschi (biografo del Cybei e Pano Maruzzi dal 1768 console russo a Venezia e Ivan Elaghin, segretario di Cateria IIa e direttore dei Teatri Imperiali a San Pietroburgo). Pano Maruzzi così descrive: “Mi hanno offerto 4 statue di marmo di Carrara che rappresentano le 4 parti del mondo . . . quattro grandi statue di marmo, quasi a grandezza naturale con i loro piedistalli in marmo venoso, finemente lavorate su tutti i lati, eseguite dal famoso scultore Cybei da Carrara”. Nella collezione dell’Ermitage di San Pietroburgo, si trovano quattro statue di marmo di oltre 150 cm., rappresentati le quattro stagioni: la Primavera, l’Estate, l’Autunno e l’Inverno, simili a quelle esposte nel Parco di Reinsberg e documentate nella seconda metà del Settecento come opere di Cybei. Sempre all’Ermitage sono pervenuti, provenienti da Gatcina, residenza preferita dall’Imperatore Paolo I (già Palazzo del principe Grigoirij Orlov ed acquistato dallo Stato dopo la sua morte), alcuni Medaglioni eseguiti da G.A.Cybei. Come pure una statua che rappresenta “Flora” ha la firma dello scultore carrarese (nel Giardino del Palazzo di Gatcina, assieme a sei erme (baccanti) e quattro satiri (fauni), sulle quali, dopo attenti studi non sono emersi gli autori, comunque idealizzati a fine secolo XVIII, ma sono propensi ad attribuirle al nostro Giovanni Antonio Cybei ed alla sua bottega – esempio - la testa di Bacco, (dell’Autunno), all’Ermitage, sulle teste delle erme a Gatcina. Questa collaborazione sarà portata avanti, alla fine Settecento – inizio Ottocento, dalla famiglia Ferdinando Paolo Triscornia. La recente Mostra a Palazzo Cucchiari, relativa ad Antonio Canova, dal 13 giugno al 4 ottobre 2015, nel catalogo si dichiara: “... ci sono in effetti sculture di un precursore come Giovanni Antonio Cybei, che fu il primo direttore dell’Accademia di Belle arti di Carrara”. Ma anche di opere di Paolo Triscornia di Ferdinando, (sue e della sua bottega russa e carrarese), nato a Carrara e defunto in Russia (1853-1936), con famose copie in marmo: il Laocoonte, Diana ed Endimione, Amore e Psiche, all’ Ermitage di San Pietroburgo. Altri autori italiani, nella già esposizione di Palazzo Cucchiari, figuravano: ovviamente Antonio Canova, Carlo Finelli, Pietro Tenerani, Luigi Bienaimé. Lorenzo Bartolini, Christian Daniel Rauch e Giovanni Antonio Cybey (con le quattro stagioni, a lui attribuite).
Ultimo periodo storico della Russia zarista : Lo zar ALESSANDRO III, (San Pietroburgo, 10 marzo 1845 – Livadija, 1º novembre 1894) imperatore di Russia dal 14 marzo 1881 fino alla sua morte) che aveva avuto ben sei figli da Maria Fyodorovna (Dagmar di Dinimarca), rinunciò al trono in favore del primo figlio Nicola II Romanov, (Carskoe Selo, 18 maggio 1868, 6 maggio del calendario giuliano – Ekaterinburg, 17 luglio 1918) fu l'ultimo imperatore di Russia. il quale abdicò in favore del fratello Michael (San Pietroburgo, 28 novembre 1878 – Perm', 12 giugno 1918), il quale a sua volta rinunciò a qualsiasi ulteriore impegno. Il 12 giugno 1918 a Michael Aleksandrovic fu ordinato da un gruppo di uomini del popolo di lasciare l'albergo dove viveva. Poi col suo segretario furono portati in macchina in periferia dove furono uccisi entrambi a colpi d'arma da fuoco e i loro corpi bruciati. I documenti, però, mostrano che l’ordine di giustiziarlo fu impartito dalla Čeka di Perm'. Segue la foto della Famiglia reale russa, nel giardino della tenuta di Gatchina Palace, già di un fratello Ortlov, poi acquistata dalla stato russo: Il Granduca Michael Alexandrovich di Russia in uniforme, zar per un giorno soltanto, assieme l’Imperatrice Maria Fyodorovna,       (la madre, vedova, con un cane sulle ginocchia), le due sorelle, la Gran Duchessa Olga Alexandrovna di Russia, in piedi e la Gran Duchessa  Xenia Alexsandrovna.  Mancano gli altri tre fratelli: Nicola II,  Aleksandr Aleksandrovič,  Georgij Aleksandrovič.
Ultime dinastie Russe dei Romanov :

Alessandro III,  (San Pietroburgo, 10 marzo 1845 – Livadija, 1º novembre 1894) è stato imperatore di Russia dal 14 marzo 1881 fino alla sua morte, marito di Marija Fëdorovna, (Copenaghen, 26 novembre 1847 – Hvidovre, 13 ottobre 1928) con sei figli (quattro maschi di cui due  morti, uno a circa un anno, altro a 28 anni e due femmine. Ecco l’ultima famiglia dei ROMANOV
Questi i figli di Alessandro III°:
- Nicola II, erede, (Carskoe Selo, 18 maggio 1868, – Ekaterinburg, 17 luglio 1918),  sposò, in contrasto con i genitori, Alice d'Assia e del Reno (poi zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, figlia del granduca Luigi IV d'Assia e del Reno e della principessa Alice del Regno Unito, a sua volta figlia della regina Vittoria d’Inghilterra.
(ucciso dai rivoluzionari con tutta la famiglia, cinque figli (quattro femmine ed un maschio, l’erede, Aleksej, con le sorelle Ol'ga, Tat'jana, Marija, Anastasija: tutti uccisi), a Ekaterinburg, 17 luglio 1918, è stato l'ultimo imperatore di Russia e termina la dinastia dei ROMANOV, Imperatore e autocrate di tutte le Russie.
Figli di Alessandro III°:
- Aleksandr Aleksandrovič, nato e morto a circa un anno,
a San Pietroburgo, (7 giugno 1869 – San Pietroburgo, 2 maggio 1870).
- Georgij Aleksandrovič, divenne il legittimo erede dell'impero russo, assumendo il titolo di cesarevič di Russia (Cesare). Morì di tubercolosi il 9 agosto 1899, a 28 anni a Abastumani in Georgia.
- Michail Aleksandrovič (zar per un giorno, poi ucciso da sicari della Ceka, il 12 giugno 1918, a Perm, distretto del Volga russo.
- Ksenija (Xenia) Aleksandrovna
- Ol'ga Aleksandrovna


L’ultimo Zar, per un giorno solo, il Granduca Mikhail Alexandrovich, con sua madre l’Imperatrice vedova Maria Fiedorovna con un cagnolino sulle ginocchia e le sorelle Grand Duchessa Olga, in piedi e Gran Duchessa Xenia, nella tenuta reale di Gatchina nel 1898, (già di Gregorij Orlov, poi acquistata, alla sua morte, dallo stato russo).


Ritratto ufficiale della famiglia imperiale russa, realizzato dalla Compagnia Levitskij nel 1913. Da sinistra a destra, in piedi: la granduchessa Marija e la zarina Aleksandra Fëdorovna Romanova, con la corona in testa; seduti: la granduchessa Ol'ga, al centro Nicola II Romanov, la granduchessa Anastasia, lo zarevič Aleksej e la granduchessa Tat'jana.
Foto da Internet: https://it.wikipedia.org/wiki/Nicola_II_di_Russia
(senza copyright).

Il Cybei completa la sua carriera con il ritratto della duchessa Maria Teresa Cybo-Malaspina, quale gesto di ringraziamento per la nomina a primo direttore della nascente Accademia di Belle Arti (già “Ducale Accademia di Scultura”) con un originale busto in terracotta, tuttora nella sala presidenziale dell’Istituto.
Giovanni Antonio Cibey, morì il 7 settembre 1784, a Carrara e riposa nella Collegiata Grande, nel presbiterio della Cappella Battesimale del Duomo di Carrara nel sepolcro e lapide sul pavimento con la scritta:
«HIC JACET CANONICUS PRIMICERIUS JOHANNES ANTONIUS CYBEI NOBILIS MUTINES. QUOD VENIAT IMMUTATIO EJUS OBIIT VII IDUS SEPTEMBR. ANN. MDCCLXXXIV AETATIS SUAE LXXVIII»
Libera traduzione del sottoscritto:
"Qui giace il direttore legale Giovanni Antonio Cybei nobile cavalleresco di Modena. Si sta arrivando a cambiare il suo stato di vita-morte il 7 delle idi di settembre. Anno. 1784, all'età di anni 78"
(per “direttore legale”, si tratta del sacerdote-parroco, legalmente nominato, e responsabile del Duomo di Carrara)
Lucio Benassi Carrara, 22 settembre 2016
BIBLIOGRAFIA:
1)- https://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_del_Laocoonte
2)- http://old.comune.sarzana.sp.it/citta/Territorio/Edifici/Palazzo_Remedi.htm
3)- http://www.cattedraledisarzana.it/main.php?m=14&s=0&l=0  
4)- http://www.diocesidiluni.it/     (è la Diocesi – Eparchia - dell’Esarchiato, o        Esarcato d’Italia).
(eparchia = nell'Impero romano d'oriente, suddivisione della diocesi o dell'esarcato sottoposta al governo di un eparca, o esarca, per sei anni, con governo di sei uomini o di sei partiti).

5)- http://old.comune.sarzana.sp.it/citta/Territorio/Edifici/Palazzo_Remedi.hml
6)- http://www.bing.com/search?q=cybei+giovanni+antonio&form=PRITIT&pc
=EUP_&refig=d4b4cb6bc7fa49a193912c42a385b813&pq=cybei&sc=45&s p=2&qs=AS&sk=AS1
7)- https://it.wikipedia.org/wiki/Duomo_di_Volterra
8)- https://it.wikipedia.org/wiki/Battistero_di_San_Giovanni_(Volterra)

9)- Sergej Androsov - Direttore del Dipartimento di Arte Figurativa Europea del Museo Statale Ermitage, su ”Atti e Memoria” dell’Accademia Aruntica anno 2012 Vol. XVIII Nuovo Ermitage, legate alla Scuola Carrarese e ai suoi maggiori protagonisti”.
10)- Sergej  Androsov, “Gli Scultori carraresi e la Russia del Settecento” in: “I Marmi degli Zar”
11)- Sergej Androsov, “Archivio Statale Storico della Russia” San Pietroburgo,
2011 con il “Museo-tenuta statale Pavlovsk” (Sculture del Parco: i busti con le sculture).

12)- Fusani Andrea, “Giovanni Antonio Cybei, i Padri Trinitari di Livorno e la Confraternita del Riscatto di Carrara", Atti e Memorie dell'Accademia Aruntica di Carrara, Vol VIII, Carrara 2003
13)- Fusani Andrea, "Lo Studio e l'Accademia. Giovanni Antonio Cybei e la Carrara del Settecento" - tesi di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, Università di Pisa. A.A. 2000-2001” - INTRODUZIONE
14)- Stella Rudolph, dal “Dizionario Biografico degli Italiani”, Ed.Treccani, 1985.
15)- G.Campori, “Memorie biografiche degli scultori, architetti, pittori, ecc. . . . nativi di Carrara e di altri luoghi della provincia di Massa”, Bologna, Forni, 1969.
16)- G. Campori, “Memorie biogr. d. scultori... nativi di Carrara”, Modena 1873.
17)- A.Namias, “Bibliografia del marchese Giuseppe Campori”, Modena 1893.
18)- G.A.Matzulevich, “La scuola decorativa di Gatcine”, San Pietroburgo, 1993.
19)- Palazzo Zacchia - Arzelà (Sec. XV) - Comune di Sarzana in http://old.comune.sarzana.sp.it/citta/Territorio/Edifici/PalazzoZacchia.hml a cura dell’Ist.Tecn.C.Arzelà – Corso Turistico, Servizi Comunali di Sarzana).
20)- G. Tiraboschi, “Bibl. modenese o notizie degli scrittori di Modena”, VI, Modena, 1786.
21)- O. Raggi, “Intorno alla storia dell'Accademia di belle arti di Carrara”, Carrara 1869
22)- E. Gerini, “Memorie stor. d'illustri scrittori e di uomini insigni dell'antica e moderna Lunigiana”, I, Massa 1829
23)- C. Lazzoni, “Carrara e le sue ville”, Carrara 1880.
24)- A. Neri, “La cattedrale di Sarzana”, in Giornale ligustico, XVII (1890).
25)- M. Spediucci, “Il Primo direttore dell'Accademia, sacerdote e scultore, in “Il Popolo apuano”, 25 ag. 1934.
26)-“Schede Vesme”, I, Torino 1963.
27)- V.Spreti, “Enciclopedia storico-nobiliare ital.” , App., I-Vol. VI-(S-Z), 1932.
28)- Francesco Freddolini, “Giovanni Baratta e lo studio al baluardo”. Editr. Plus Università di Pisa, 2010.
29)- Sergej Androsov e Massimo Bertozzi (a cura) “Canova e i maestri del marmo”, in collaborazione col Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo a Carrara in Palazzo Cucchiari, Fondazione Giorgio Conti, 13 giugno-4 ottobre 2015.
30)- Edvard Radzinskij, “L'ultimo Zar: vita e morte di Nicola II” (Baldini & Castoldi, 1992 Milano - (Edvard Stanislavovič Radzinskij, storico russo, (Mosca, 29 settembre 1936, vivente). (la B&C chiuse per fallimento e fu nel 1991 quando Alessandro Dalai rilanciò il marchio mediante collaborazione dello zio Oreste del Buono, poi al fallimento della Dalai viene ripresa dal figlio del precedente proprietario, Michele Dalai, come Bandini&Castoldi).
31)-   G. Castelfranco, La fontana di G. Vaccà in piazza del Duomo a Pisa, in Rivista d'arte, XIII  (1931, pp. 431 ss.).
32)-   Federici Fabrizio, La diffusione della "prattica romana": il cardinale Alderano Cybo e le chiese di Massa, in Atti e memorie della Deputazione di storia patria per le antiche provincie modenesi, s. 11, X

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