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Detti e proverbi

Dialetto
Spetta/Le Redazione

In meno di due decenni il dialetto carrarino con i suoi proverbi, massime, e modi di dire, è quasi scomparso. Ciò è un vero peccato perché rappresenta l'identità culturale millenarie delle nostre genti. Così ho pensato di riproporre in una nuova rubrica che intitolerò proprio "Detti e proverbi carrarini" queste antiche perle di saggezza, perché non vadano perdute per sempre.

Carrara, come molte città italiane, ha avuto una storia millenaria, con un’economia secolare basata soprattutto sull’agricoltura. Facevano eccezione a questa regola solo le genti dei paesi a monte, dedite soprattutto all’estrazione del marmo. La popolazione com’era comune in quel tempo, era totalmente analfabeta, ecco perché per trasmettere consigli, norme, o comportamenti alle nuove generazioni, si servivano dei proverbi. Queste massime, spesso espresse in rima, e totalmente in dialetto, erano di due tipi. Quelle riguardanti le cose che non si dovevano assolutamente fare, e quelle che era consigliato di non fare, o se proprio era necessario compierle, farle in una determinata maniera. E’ chiaro che queste vere e proprie ”perle” di saggezza popolare, non avevano alcun valore scientifico, perché pesantemente influenzate da miti e credenze, ma spesso, come i proverbi riguardanti il tempo meteorologico, avevano un certo fondo di verità, perché direttamente provati sulla pelle d’innumerevoli generazioni di contadini. Questi “proverbi meteo” erano però validi solo nella nostra zona geografica, perché la morfologia del territorio influenzava il tempo, vediamone alcuni:
 
  • “Quand le nuvle al van ai monti, pi ‘l to libr e fa i to conti, quand le nuvle al van al mar pi la vanga e va a vangarquando le nuvole vanno ai monti prendi il libro e fai i tuoi conti, quando le nuvole vanno al mare, prendi la vanga e vai a vangare. Essendo la nostra città posta sulla direttrice Sud-Nord, era soggetta ai venti di Libeccio, e Scirocco, che sospingono le nubi cariche di umidità verso il monte, portando con sé forti piogge, mentre la Tramontana, proveniente da Nord, fredda ma secca, spinge le nuvole verso il mare ma il tempo rimane bello.

  • Per dire se una nevicata fosse destinata a durare si diceva” i dur quant la neva d marzdura quanto la neve di marzo.

  • Questo proverbio però aveva anche un altro significato, ossia, per affermare che un determinato evento sarebbe durato pochissimo. “A n nevich ben se da la Corsica a n vennon nevica bene se dalla Corsica non viene. Questo proverbio era veritiero, perché solo le perturbazioni Atlantiche provenienti da Ovest, portavano una neve duratura.

  • Quando arriva la Primavera? Per saperlo basta ricordare che “p’r ‘l do d Candelora de l’nvern ormai a sian fora, ma se al piov o al tir ‘l vent n’t’’invern a sien drent.” Per il due di Candelora dell’inverno siamo fuori ma se piove o tira vento nell’inverno siamo dentro. Il due di febbraio, ricorre la festa della Candelora, ovvero la presentazione di Gesù al Tempio dopo quaranta giorni dalla nascita, come prescriveva la legge ebraica. Il nome di questa festa deriva dall’uso di molte candele durante la processione, anche se molti storici lo fanno risalire al mondo Celtico dove si celebrava la fine dell’inverno, il buio, con l’arrivo della primavera, la luce.

  • Per descrivere fenomeni metereologici, si erano coniati modi di dire che in poche parole descrivevano l’importanza dell’evento. Per un forte temporale si diceva “al v’eniv zù anch i bodedivenivano giù anche le rane.

  • Nei tempi antichi, a sud della città esisteva un’immensa palude, e si presume che, qualche tromba d’aria abbia sollevato alcune rane per poi farle cadere insieme alla pioggia torrenziale, da qui il detto. I contadini speravano ardentemente che “a n veniss le salagreche non venisse la grandine, in grado di distruggere i raccolti.

  • Anche “d’acqua come pomi” l’acqua come mele, ossia un acquazzone di forte intensità era in grado di fare danni.

  • Se uno era sorpreso da un improvviso temporale, diceva “a son zup com un p’linsono bagnato come un pulcino. I pulcini non hanno ancora le piume impermeabili degli adulti, e quando si bagnano, oltre a rischiare la morte per ipotermia assumono un aspetto inconfondibile.

  • Da non dimenticare che “d’acqua fina al freg ‘l Gabian, al par che a n piov ma al trapass ‘l pastranl’acqua fina frega il Gabbiano sembra che non piova ma trapassa il pastrano . I gabbiani hanno le piume impermeabili e sostano volentieri sotto la pioggerella che gli aiuta a pulirsi dal sale. Un tempo si pensava che come agli uomini con i pastrani di cotone, la permanenza sotto la pioggia sottile li ingannasse, bagnandoli fino alla pelle.

  • Ancora più folcloristico, ma che rende perfettamente l’idea che si vuole esternare, era il detto, “il cul i m fev canalail sedere mi faceva canala, ossia l’acqua era talmente abbondante che scorreva dal mio corpo, e i glutei la incanalavano.

  • Quando le nubi si addensavano sulle cime dei monti nere e minacciose, si diceva “aier un tempo ner com un capedc’era un tempo nero come un cappello. A quei tempi i cappelli erano tutti neri, colore che la scarsa pulizia accentuava. Invece spesso i cavatori lavoravano “sot un sol scozonun sole scozone, ossia in grado di s’cozar, ovvero di spaccare. Anche i mesi dell’anno hanno dato origine a detti e proverbi, che ben caratterizzavano questi periodi dell’anno.

  • Ricordati che “Marz mugnon i cav i veci dal cantonMarzo mugnone, ossia ostile ventoso, leva il vecchio dal cantone. Questo proverbio si presta a due interpretazioni, la prima era che il freddo e il vento improvviso costringessero i vecchi che si godevano i primi raggi di sole primaverili, a rientrare in casa. La seconda, che è la più verosimile che, il “cavarli dal canton” significasse che il freddo improvviso li facesse morire.

  • Non ci dimentichiamo poi che “chi i ha un bel ciochet i s’l lass da Marzchi ha un bel ciocco di legna lo lascia da Marzo. Questo per dire che anche nel mese di marzo era possibile un colpo di coda dell’inverno.

  • La prudenza insegnava che “ne d Maz, ne d mazon non t cavar ‘l to maionne di maggio ne di maggione, ossia nel mese già inoltrato, non ti levare il tuo maglione. I vestiti del tempo erano di lana, quindi un ottimo isolante sia per il caldo sia per il freddo, ottimo per difendersi dalle bizze di un Maggio alcune volte capriccioso.

  • Ricordarsi poi che “una rond’na a n fa primavera.” Una rondine non fa primavera, quindi non illudiamoci di essere fuori dall’inverno. La prudenza, l’esperienza millenaria, e la saggezza dei nostri avi, anche a causa di questi empirici proverbi, hanno permesso a noi, di arrivare fino a qui, oggi uomini super-tecnologici che magari sorridono con sufficienza di queste vecchie massime.

Mario Volpi
Un bel sito, complimenti.
  • Un detto tramandato da mia suocera per mandare  via di casa un ospite in maniera garbata.
" Quand al son l' Ave Maria  chi iè a cà di altri i sen va via. Non per vò compar, per me potet star  quant a v par, ma se me a fos a cà vostra com vò siet a cà mia, a 'st  ora chi a m'n sarè 'nzà andat via. "
Michele Lattanzi

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