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Appuntamento con il destino

Mare Nostrum

Liberamente tratto da una storia vera

Guglielmo dopo aver cenato alla trattoria Sans Facons traccanò l’ultimo sorso di scotch, si alzò dal tavolo e dopo aver pagato lasciò frettolosamente il locale. Scantonò dietro il fabbricato e s’incamminò lungo l’argine della Magra per raggiungere il suo navicello. Pioveva a dirotto da molte ore, un gran vento di maestrale gemeva  tra i larici e gli arbusti di corbezzoli del Caprione. Il fiume che sembrava di  fango scendeva veloce e inesorabile  verso il suo destino segnato e immutabile come il corso delle stelle nel cielo. Solo alla foce la sua corsa trovava resistenza: le onde del mare sospinte dal forte maestrale gli si opponevano come fossero una muraglia. L’impatto tra le due acque sembrava una battaglia tra due eserciti contrastanti che si sfidavano forti e fieri, l’ uno di fronte all’altro. Bocca di Magra era deserta, una fitta nebbia velava il fiume e rendeva invisibile Fiumaretta. L ’uomo avanzava nel piccolo viottolo sotto la sua cappotta cerata verde tra  l’argine e le giovani canne primaverili che si flettevano sotto il forte vento come spighe di grano. Il tempo era terribile, grossi nuvoloni neri si rincorrevano aggrovigliandosi  e sfilacciandosi nel cielo sotto la furia di Eolo. Un melodramma a cui tuoni e i fulmini uniti al ritmico picchiettio della pioggia facevano da contrappunto e riempiva  la sua malinconica anima di lupo solitario.
Un tempo era un giovane allegro e spensierato ma quello che accade il 13 dicembre 1925 lo trasformò in un uomo taciturno e cupo. All'epoca era imbarcato sul veliero "Andreina" comandato da Gino Vatteroni, quel giorno fatidico l'imbarcazione dopo aver scaricato un carico di marmi lasciò il porto di Marsiglia alla volta di Marina di Carrara. L'equipaggio era composto da Augusto che era il figlio diciottenne del comandante, dal fratello di quest'ultimo e da un certo Pilandino. Al momento della partenza dal porto francese si imbarcò al volo anche un barbiere di Avenza, un certo Rossi che voleva approfittare del passaggio per trascorrere le feste natalizie a casa con la sua famiglia. Quel giorno il mare era mosso e pioveva a dirotto, al largo di Portofino una fitta foschia avvolse il veliero, la visibilità era pari a zero. L'equipaggio accese il focone, sparò in aria alcuni colpi di fucile e suonò parecchie volte  la campana ma nulla potè evitare che un piroscafo giapponese li speronasse. L'impatto fu fortissimo, ma nonostante ciò il veliero rimase a galla per qualche minuto prima di affondare. Tutti furono sbalzati in mare, Guglielmo era vicino al ragazzo e prima che scivolasse giù riuscì ad afferrarlo per una mano e a trattenerlo per qualche secondo, furono attimi terribili, le onde si susseguirono rapide e continue, il mare divenne sempre più agitato: onde alte 5 metri sbattevano contro il veliero che stava affondando. La sua mano lentamente cedeva la presa, resa scivolosa dall'acqua e dalla fatica, il ragazzo  guardandolo fisso negli occhi lo implorava di aiutarlo, poi le loro mani si staccarono e il mare lo inghiotti , Guglielmo non potrà mai dimenticare quello sguardo terrorizzato e quegli occhi che chiedevano aiuto. In quella sciagura perse la vita anche il barbiere. Il brutto tempo e quella nebbia così densa gli fecero ritornare alla mente quei tristi ricordi e sulla sua faccia si dipinse un' espressione di tragica rassegnazione.
Lungo il tragitto il bagliore argentato dei lampi si rifletteva nelle pozzanghere sotto i suoi stivali di gomma, mentre il vento gli sputava in faccia della nebbiolina salata. Guglielmo, alto più di un metro ottanta, snello e muscoloso dava l’impressione di essere forte come l’ acciaio, ma  dai suoi occhi verdi che risaltavano come due smeraldi nella sua carnagione scura si poteva intuire un tormento interiore e una grande fragilità. Quella tragedia aveva lasciato un segno indelebile nella sua anima,  i suoi erano ricordi troppo dolorosi  e le sue ferite non si erano mai del tutto rimarginate, per lui ricordare era un continuo rinnovare quel dolore e quindi preferiva far finta di nulla ma nel suo io più profondo lui nutriva una sensazione molto simile al rimorso, quella mano tesa che scivolava via tormentava ancora i suoi sogni.
Fin da ragazzo aveva respirato salmastro e all’età di 14 anni dopo aver passato la visita medica alla Capitaneria di Porto ottenne il “libret” ed si imbarcò subito sul veliero " i Quattro Venti" assieme al padre, prima come mozzo e poi da giovanotto come marinaio. Era cresciuto tra carte nautiche, libri sui fari e sui segnali, bussole, compassi, il corno da nebbia e il focaccio, quel lattone pieno d'olio a cui i marinai davano fuoco per fare segnalazioni. Dopo la scuola e il servizio di leva nella Marina Militare divenne capitano e si imbarcò  sul "Sant’Andrea" un navicello   della flotta Fabbricotti,  lungo 30 metri e largo 7 con  una portata  tra le 100 e le 160 tonnellate, il suo equipaggio era di  5 persone compreso il “fant”. Le sue rotte con carichi di marmi  toccavano scali del Mediterraneo, Francia e soprattutto Spagna. Quella sera  lui non era tranquillo, il tempo non prometteva nulla di buono e così si era recato sul pontile di legno a controllare gli ormeggi e viste le condizioni della Magra  che minacciava una piena decise di passare a bordo la notte per essere pronto per ogni evenienza. Così finite le operazioni di messa in sicurezza del navicello scese sottocoperta e stanco e stremato si sdraiò nella cuccetta ma non riuscì a chiudere occhio. Con il passare delle ore la pioggia cessò,la nebbia si diradò e il temporale si spostò verso la costa tirrenica. Il cielo ora offriva uno spettacolo superbo: una grande luna, come fosse una perla, illuminava con la sua luce argentata il fiume e milioni di stelle punteggiavano il firmamento.
Mancavano poche ore all'alba e visto che per fortuna la burrasca era passata e il fiume non cresceva più diede un'ultima occhiata alle cime e dopo aver svuotato il pozzetto scese dalla barca e si avviò verso la sua casa che si trovava dove ora c’è il Debby Ross.
Li giunto , quando era proprio sull'uscio esitò un momento prima di entrare, sul vecchio larice lì dirimpetto un gufo bubbolava ma a tratti gli sembrava di udire una voce, proveniente da Punta Sanità, sembrava quella di un ragazzo che chiedeva aiuto. Per un attimo pensò al figlio del comandante Gino. Quel pensiero si spezzò nella sua mente con la stessa facilità con cui si tronca una canna secca quando la si appoggia sulla gamba e la si piega sotto la forza delle mani. Poi però la razionalità prevalse, ma mentre si accingeva ad aprire la porta di casa ecco di nuovo quella voce. Accigliato e pensieroso scosse il capo, si girò verso il mare e con un' espressione di sfida si incamminò nella direzione verso la quale gli sembrava provenisse la voce. Giunto alla scogliera, si protese in avanti e scrutò bellicosamente la piccola insenatura della Carciofaia. Portò la lanterna all'altezza del volto e vide una barca. Con un paio di  salti salì sugli scogli e poi scese sull'arenile e raggiunse la piccola imbarcazione che beccheggiava a causa delle onde. Con stupore constatò che a bordo non c'era nessuno, eppure ne era sicuro, quella voce proveniva proprio da lì. Ora in quel luogo regnava un profondo silenzio, si sedette su uno scoglio e pensieroso si prese la testa fra le mani e quando guardò di nuovo verso la barca questa si era girata sul fianco sinistro e grazie al riflesso argenteo della luna si poteva leggere per intero il suo  nome inciso sulla fiancata: Augusto. Gli occhi di Guglielmo  si velarono come se ci fosse la nebbia di quel maledetto giorno,  il suo volto cambiò espressione, poi pensò che quella non era  una sera qualunque e che quello forse era un segno del destino.
Lui, per non soffrire aveva scelto di non ricordare. Sicuramente la sua decisione era la cosa più semplice per non sentire il dolore dentro l’anima. Quella sera però era la terza volta che il ricordo di quel povero ragazzo ritornava prepotentemente nella sua mente. Prese una sigaretta e l’accese lentamente, esitò qualche istante pensieroso poi ridiscese alla piccola barca e la spinse verso il mare aperto, la lasciò andare incontro al suo destino e  fu in quell’istante  che capì: non era stato lui a causare la morte di quel ragazzo,  non aveva colpe, lui aveva tentato di salvarlo ma un destino avverso aveva deciso diversamente. Con la barca aveva spinto via le sue angosce, le sue paure, si era finalmente liberato , allontanandosi pian piano dalla tristezza, ora poteva ricordare quel volto nelle sue espressioni più gioiose quando durante le ore di navigazione scherzavano e ridevano insieme, poteva ricordare di lui tutte le cose belle che aveva detto e fatto senza provare rimorso, poteva in questo modo rendergli una sorta di omaggio, perché è ricordandoli che manteniamo vivi i nostri cari , mantenendo viva la loro memoria è un po' come se facessero ancora parte del nostro mondo. Nelle giornate invernali e nebbiose Guglielmo, si sedeva silenzioso sul suo scoglio proprio lì nella piccola insenatura, quasi si rendeva invisibile tanto sembrava ormai parte del paesaggio e aspettava sicuro che con il fluire dei ricordi Augusto sarebbe arrivato, il mare glielo avrebbe riportato, lo sciabordio delle onde gli avrebbe ricordato il suono della sua voce, i dolci ricordi sarebbero tornati nella sua mente e gli avrebbero restituito finalmente la memoria di lui.
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