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Diario di un marinaio

Mare Nostrum
Alcuni giorni fa fui chiamato al telefono dal mio amico Giosuè, che mi diceva che era ansioso di mostrarmi una cosa. Conosco Giousè da molti anni, l’uomo era un funzionario nelle Poste Italiane, ormai in pensione e oggi si dedica a quella che da sempre è stata la sua passione segreta, ossia l’antiquariato. Ora, con l’aiuto dei suoi due figli, si occupa di organizzare mostre di mobili antichi, oltre che, su richiesta, di svuotare in modo del tutto gratuito, soffitte, e cantine, ovviamente, trattenendo per se, e vendendo, i pezzi giudicati più interessanti. Sapendo della mia passione per le cose storiche che riguardano in qualche modo Carrara, mi ha mostrato una cosa che mi ha lascito letteralmente senza parole. L’aveva trovata in una soffitta nella parte più vecchia di San Giuseppe che aveva sgomberato, perché venduta e destinata a una radicale ristrutturazione. Si trattava di un piccolo cassone di legno, a forma di parallelepipedo, con ben visibili, le dimore dei tarli, e le ingiurie del tempo, con grosse borchie metalliche, semiarruginite, a protezione degli spigoli, e una grossa serratura con due strisce in ferro forate e chiusa con un grosso lucchetto. Con infinita pazienza, usando con maestria un piccolo cacciavite e una pinza, Giosuè, era riuscito a forzare il vecchio lucchetto, e una volta aperto la vecchia cassa, aveva mostrato il contenuto al suo interno, che si poteva considerare a tutti gli effetti, una vera e propria capsula del tempo. Conteneva un vecchio e arrugginito tascapane metallico di foggia militare, decine di manuali di meccanica navale, e riposto con cura in una busta di un colore indefinito, un Libretto di Navigazione, rilasciato dalla Capitaneria di Porto di Viareggio in data 12 aprile 1939, a Simone Vatteroni, nato a Marina di Carrara, il 3 ottobre 1910. Nelle pagine sbiadite e consunte dal tempo, erano segnati, le date, e i timbri ormai quasi illeggibili, dei numerosi sbarchi e imbarchi, dapprima come carbonaio, per finire come Primo motorista sulla”Luxor”, un cargo battente bandiera Panamense. Ciò che ha colpito di più la mia attenzione, fu una serie di quaderni con la copertina nera, e gli angoli pieni di “orecchie”, sporche e consunte. Erano una sorta di “diari” scritti con una calligrafia corsiva ben curata, che descrivevano con tanto di data, i fatti più importanti della vita di quel marinaio. Giosuè mi permise di portarli a casa per esaminarli con calma e attenzione, cosa che feci con immenso piacere. Leggendoli mi parve quasi di poter capire la personalità di Simone. Scoprì così..  la sua emozione per il primo passaggio dell’equatore, la sua paura per la prima tempesta atlantica che aveva dovuto affrontare, e le gioie per i passaggi di grado, che avevano punteggiato la sua carriera. La cosa che colpì maggiormente la mia attenzione, fu uno di quei quaderni che sembrava più nuovo, o almeno meno usato degli altri. Sfogliandolo velocemente con le mani, mi accorsi che era scritto solo fino a metà, cosi, mi sistemai più comodamente sul divano, e cominciai a leggere. Le prime pagine erano come le altre, con le cose che il protagonista giudicava più importanti, come l’entrata in guerra dell’Italia, il premio in denaro ottenuto per aver rispettato i tempi per una riparazione al motore della nave, o la preoccupazione per il suo ruolo di marinaio italiano sotto la bandiera di Panama. Le ultime quattro pagine che ho letto, però, mi hanno letteralmente sconvolto. RIPORTO INTEGRALMENTE: Ho deciso di scrivere quello che mi è successo per non rischiare la pazzia, perché fino a quando vivrò, non lo racconterò a nessuno. La notte del 21 maggio 1944, alle ore 2, abbiamo urtato una mina, o ci hanno silurato, non lo abbiamo ben capito, io per fortuna mi trovavo libero dal servizio in plancia, con il secondo ufficiale. La nave prese subito fuoco, ed io scesi di corsa verso la sala macchine, per attivare le pompe anti incendio, ma non riuscì ad arrivarci. Allora mi recai nella mia cabina, dove presi il mio tascapane metallico, a tenuta stagna, sempre pronto, con dentro i miei pochi denari, i documenti, e un pacco di gallette, e lo misi a tracolla. La caldaia di dritta esplose, e la nave s’inclinò di colpo, io, terrorizzato, mi lanciai in mare. Il freddo era terribile, al riverbero dell’incendio, vidi una scialuppa, e una mano che si protendeva verso di me, la afferrai e salii, era il secondo ufficiale. Il giorno dopo il sole sorse su un mare in bonaccia, ma desolatamente vuoto, di dodici uomini di equipaggio, eravamo gli unici superstiti. Solo allora mi accorsi che il secondo ufficiale che si chiamava Teokis, essendo greco, era ferito. Il braccio sinistro era ustionato fino all’osso, dalla spalla, fino al polso, aveva la febbre altissima e spesso perdeva i sensi. La sete ci faceva impazzire, e il sole picchiava sulle nostre teste come un maglio implacabile. Il buio della notte ci portò sollievo dalla calura, ma non dalla sete. Io pensai di inzuppare una galletta nell’acqua di mare per cercare così di placare quel tormento. Teokis, ormai in preda al delirio, urlava parole senza senso, e voleva scendere”a terra” costringendomi più di una volta a usare la forza per immobilizzarlo. Fu nel bel mezzo della notte che la vidi. Dapprima sembrava una piccola luce fosforescente, io mi alzai in piedi e comincia a urlare per farmi almeno sentire. Quello strano bagliore diventava sempre più grande fino a quando lo vidi, e quello che provai non potrò più dimenticarlo, campassi mille anni. Un brigantino tutto nero mi sfilò a pochi metri di distanza, procedeva a vele spiegate, anche se non vi era un alito di vento, dagli alberi illuminati da un bagliore fosforescente, penzolavano corde e sartiame, insieme a brandelli di vele. Sentì un improvviso freddo intenso, che mi parve scaturisse da dentro il mio essere, che mi gelò fino alle ossa, paralizzandomi, mentre un insopportabile tanfo di legno marcio, e di carogna, mi provocò conati di vomito. In pochi minuti quella terribile apparizione scomparve, lasciandomi atterrito e tremante. Dopo alcuni minuti cercai di riprendermi, e mi bagnai il viso con l’acqua di mare. Mi voltai verso Teokis, e vidi che aveva gli occhi sbarrati, e la faccia devastata da un ghigno atroce, ma era morto. All’alba senti il rumore di un aereo. Era un idrovolante americano, che dopo essere ammarato, mi prelevò, mettendomi in salvo …. Non vi era scritto altro, quello che lessi mi fece correre un brivido lungo la schiena, anche perché non vi era nessuna ragione per dubitare dell’autenticità di quella terribile avventura.
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