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Arturo Dazzi

Persone illustri
In occasione del cinquantesimo della sua scomparsa segnaliamo la MOSTRA dedicata ad ARTURO DAZZI, la quale inizia il 17 marzo e termina il 30 aprile 2017. Questa e la seconda, dopo Roma, poi andrà a Forte dei Marmi, dove rimarrà.
Il suo “Cavallino” di piazza Farini è diventato il simbolo della piazza, tutti i carrarini sono affezionati a quel puledro marmoreo in bardiglio grigio.


Arturo DAZZI  (1881 – 1966)

Dazzi Arturo, figlio di Lorenzo ed Amalia Castelpoggi, nacque a Carrara il 13 gennaio 1881.
Il padre, che era proprietario di cave di marmo e aveva un laboratorio per la lavorazione di questo materiale, morì quando Arturo aveva solo sette anni, lasciandolo in condizioni economiche disagiate. Nato Wlliam, alle ore sette a Carrara in via Finelli 36 (ora via dell’Arancio, 1 – ma può darsi che in quel periodo la casa d’angolo avesse l’ingresso in via Finelli e lo conferma il negozio attuale, che la proprietaria stessa nota delle conformazioni strutturali riconducibili ad un laboratorio). Il nuovo nato viene registrato al Comune di Carrara il 17 gennaio 1882 alle ore nove con atto compilato e firmato dall’ufficiale di Stato Civile Francesco Valentini, “. . . avanti di me è comparso Dazzi Lorenzo di anni trentotto, negoziante, domiciliato a Carrara, il quale mi ha dichiarato che alle ore sette antimeridiane del dì tredici del corrente mese, nella casa posta in via Finelli, al numero trentasei, da Amalia Castelpoggi sua moglie (. . .) è nato un bambino di sesso maschile che egli mi presenta, a cui dà il nome di William. A quanto sopra ed a questo atto sono stati presentati quali testimoni Alessandro Vanilli, di anni ventisei, scalpellino e Gennari Michele di anni trentasei, lustratore”. (atto di nascita nr. 58 del 1881, Comune di Carrara).
Da questo atto di nascita si viene a sapere che il padre Lorenzo, come alcune biografie riportano, non era un proprietario di cave: era sì proprietario, ma di un laboratorio per la lavorazione ed il commercio del marmo (probabilmente quello sottostante la casa natale del figlio e dove abitava la famiglia Dazzi). Inoltre l’artista ha sempre raccontato che perdette il padre a sette anni, ma dalla testimonianza successiva alla morte dell’artista, si apprende la verità al doloroso episodio, ovvero, per i moltissimi rapporti di lavoro con gli Strati Uniti, fu proprio per andare a ritirare un credito negli USA, che un giorno partì e non si seppe più nulla. Da questo fatto il laboratorio andò man mano decadendo sino alla liquidazione per poche lire, trovandosi la famiglia in miseria. A causa di ciò alcuni parenti accolsero nella loro casa il giovane William (detto Arturo) e lo avviarono al mestiere di scalpellino e sbozzatore, nella bottega dello zio Nicola.
Era il marmo stesso a favorirne l'attitudine e ad interpretare la scultura per via architettonica. Entrò nel 1892 all'Accademia di Belle Arti di Carrara, dove conobbe personalmente il suo insegnante Lio Gangeri, con vero nome Letterio abbreviato in Lio, (Messina, 1º giugno 1845 – Salerno, 5 febbraio 1913, poi direttore dell’Accademia di Belle Arti carrarese), dove rimase fino, al 1899. I suoi studi si fondavano sullo studio della produzione rinascimentale del '400 e del '500, che infatti costituì il punto di riferimento fondamentale della sua formazione. Nel 1901 gli viene assegnato il Pensionato Artistico Provinciale Triennale con l’altorilievo “Visita di Andrea Pisano alle cave di Carrara” (ora all’Accademia cittadina), dove dimostra il suo realismo sociale. Si trasferirà a Roma dove risiede sino al 1925 e dove, l’anno successivo ottiene due significativi riconoscimenti: il primo premio del Concorso Albacini e del Concorso Stanziani. Da questa data inizia la sua ascesa nel campo della scultura verista. Sposa anche, il 18 febbraio 1904 Italia Scopsi, della Lia, non ancora ventenne. Quindi regolarizza il suo trasferimento a Roma dove nascono i due figli: Romano (nato nel 1905) e Renzo (nato nel 1907).
(Nei primi anni della vita, Romano, figlio di Arturo Dazzi, scultore di successo, è un acclamato enfant prodige. Ed anche un giovane bellissimo, dal temperamento appassionato, tutto irruenza, senso dell’avventura, entusiasmo per la vita.
Romano Dazzi, figlio del celebre scultore Arturo, nato a Roma nel 1905, dimostrò eccezionale predisposizione al disegno fin dalla primissima infanzia, tanto che Ugo Ojetti, apprezzandone il talento lo presentava già al pubblico nella “Illustrazione Italiana” del 1918.
Nel 1923 inviato in Libia dal Governo italiano per documentare le operazioni militari ed eseguire disegni di soggetto coloniale, scopriva la sua passione per il mondo africano, che rimarrà una costante della sua produzione artistica insieme alla straordinaria attività artistica.
Nel 1926 ottiene il prestigioso incarico di decorare l’Aula Magna dell’Accademia di Educazione Fisica a Roma, terminando il lavoro nel 1932.
È la sua una ricchissima produzione di studi di atleti, pugili, tuffatori, con cui ottenne il premio per la pittura alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.
Nel 1987 il Gabinetto dei Disegni e delle Stampe degli Uffizi, acquisisce un cospicuo numero di fogli.
Nel 1988 la galleria Carlo Virgilio dedica all’artista una prima personale e successivamente, nel 1991 a Chicago, una seconda esposizione in associazione con la Roger Ramsay Gallery).

A Carrara è stato dimenticato, principalmente per aver aderito quale artista fascista, non solo e non tanto per scelte personali di militanza politica, ma anche per aver condiviso appieno gli ideali e i programmi. Infatti dalla sua città natale fu dimenticato proprio a motivo della sua collocazione politica, anche se alcuni critici cercano di redimerne la storia. Il 4 giugno 1907 fu iniziato in Massoneria nella Loggia Fantiscritti di Carrara (vedi allegato: Proclama della Sezione Provinciale di Brescia, relativo alla riesposizione della statua del Bigio, detta “Era Fascista”). Il fascio di Carrara si costituì al ritorno di Renato Ricci, da Fiume; la leggenda fascista vuole che fosse formato di soli 17 giovani che dettero l’assalto alle orde bolsceviche e anarchiche e le sgominarono. La verità è un po’ diversa dalla leggenda: le file fasciste s’ingrossarono immediatamente e gli squadristi carraresi, come scrisse nel 1922 il prof. Adolfo Angeli, futuro Sindaco fascista e presidente dell’Accademia di Belle Arti: furono validamente e fraternamente coadiuvati dai vicini fascisti di Massa, della Versilia, di Pisa, di Firenze, della Spezia ma non per questo fu meno aspro il loro compito. Se anche fossero stati una minoranza rispetto agli avversari, ciò che già nella seconda metà del ’21 è assai dubbio, i fascisti introdussero nella competizione politica la violenza organizzata e la tecnica del concentramento delle forze che permise loro di essere costantemente una maggioranza armata, contro una minoranza, se non sempre disarmata, impreparata e disorganizzata. Comunque, come fu possibile che in un anno i fascisti riuscissero a rovesciare i rapporti di forza e ad impadronirsi del potere? Agli inizi del 1922 le organizzazioni sindacali, le leghe, erano quasi distrutte, l’amministrazione Starnuti rovesciata, i partiti politici o dispersi, come il comunista e socialista, o resi impotenti come il repubblicano. Certamente la violenza ebbe una funzione determinante, ma la vittoria fascista fu prima di tutto una vittoria politica. Non tanto i partiti popolari furono incapaci di difendersi dall’assalto armato delle squadre d’azione, quanto piuttosto furono incapaci di esprimere una politica che rappresentasse un’alternativa rivoluzionaria o democratica concreta. Evidentemente, a questo punto, il discorso andrebbe allargato, e noi, invece, dobbiamo occuparci soltanto di ciò che avvenne a Carrara. Il martirologio ufficiale fascista contempla undici morti, un mutilato e trentaquattro feriti. Ma chi erano e in quali luoghi furono essi colpiti? Quanti furono gli uccisi dai fascisti? Quando questi scatenarono l’offensiva erano già avvenuti episodi di violenza senza tuttavia che si giungesse all’omicidio. Il primo ucciso fu il repubblicano Battista Fabbiani di Bergiola; subito dopo, l’8 gennaio 1921, nello stesso paese furono uccisi i fratelli Renato ed Eugenio Picciati, (che gli dedicarono l’attuale viale Galileo Galilei), studenti e l’operaio Giulio Morelli, tutt’e tre fascisti; il 20 dello stesso mese a Torano fu ucciso il socialista Gino Giromini. Era cominciato l’anno di sangue. Ecco l’ambiente in cui operò Arturo Dazzi, amico di Marcello Piacentini la cui architettura legata allo stile littorio, caratterizzo tutto il ventennio: è anche questo che i carraresi non perdonano al Dazzi, benché non gli si può attribuire stragi o cose del genere, ma forse doveva, in quel periodo, assecondare le idee fasciste se voleva lavorare. Personalmente non posso rimproverargli alcunché, mi presentò il giornalista Manrico Viti, piano terra presso Bar Europa nel Palazzo Vacchelli, nel 1949 (Viti lavorava per la Mobili Eterni IMEA, dichiarandolo grande scultore): ma dopo quell’incontro mai più rividi Arturo Dazzi, neppure quando scesi dall’ufficio dell’IMEA, dove lavoravo, a vedere il famoso “Cavallino” di Dazzi a pezzi nella vasca sottostante, dovuta ad uno scriteriato giovane, Osvaldo Grandi che s’era seduto sulla groppa dell’animale marmoreo facendo cedere le affusolate retrostanti gambe.
Delle opere di questo periodo ricordiamo il bassorilievo con Visita di Andrea Pisano alle cave di Carrara (Carrara, Accademia di Belle Arti di Carrara), che gli valse nel 1901 il contributo del pensionato artistico provinciale di durata triennale. Nel 1902 vinse il primo premio ai due concorsi nazionali Albacini e Stanziani. Giovanissimo, si era orientato verso un verismo a sfondo sociale, a mettere in risalto il lavoro umano, lo sforzo e le sofferenze che le uniscono.
Temi veristi ricorrono negli Eroi del mare, gesso (ora perduto, era nell'Accademia di Carrara e documentato solo in fotografia, che gli valse nell'anno 1905 la vincita del pensionato artistico nazionale di quattro anni a Roma. Nei Lavoratori delle Alpi Apuane (Carrara, Accademia di Belle Arti) del periodo carrarese e nel gruppo in bronzo (medaglia d'oro alla Esposizione di Monaco) I Costruttori (Roma, Palazzo dei Cavalieri del lavoro, sala del presidente), realizzato nel 1906, sempre durante il pensionato romano.
Quest'ultima opera, in cui il senso drammatico dello sforzo fisico degli operai è sottolineato da una trave disposta in diagonale nella composizione, rende bene la fondamentale differenza con il tono prevalentemente lirico.

Fra le migliorie all'arredo urbano in occasione dei Giochi Olimpici di Roma (1960) vi fu la realizzazione di un'alta guglia dedicata a uno dei più importanti inventori moderni italiani, Guglielmo Marconi. Nel 1959 questa struttura di 45 metri d'altezza venne eretta nel centro del quartiere EUR, all'estremità meridionale della città. La stele è di cemento armato, opera di Arturo Dazzi, eseguita fra il 1937 e il 1959, i pannelli raffigurano le imprese di Marconi ed altre scene allegoriche sono di marmo bianco, rivestito con 92 pannelli scultorei in marmo di Carrara, detto lunense.
Arturo Dazzi viene incaricato dal Duce nel 1937 della realizzazione del Monumento a Guglielmo Marconi da erigersi nella Piazza Imperiale all'Esposizione Universale di Roma del 1942; Il Dazzi progetta una stele alta quarantacinque metri decorata da novanta pannelli ad altorilievi.
L'inaugurazione della stele di Marconi avvenne il 12 dicembre del 1959, con la partecipazione dell’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone, Togni,  Merzagora,  Arturo Dazzi,  Gronchi  e  Segni  (questi ultimi due anche loro già Presidenti della Repubblica).

Monumento già in piazza della Vittoria, a Brescia, 1932).
Bigio, con riferimento ai suoi attributi maschili, in dialetto bresciano, ma anche a significati  poco urbani, raffigura un giovane atleta nudo, vigoroso e imponente: la metafora del regime, come ebbero a dichiarare le gerarchie fasciste, Mussolini in primis.  
Di questo monumento di Dazzi, nessuna esposizione ne parla (né quella del 1981 e del 2017 a Carrara, né quella di Roma del 2016, né altre triennali o quadriennali: probabilmente solo quelle del periodo fascista). Non se ne conosce il perché!
L'idea di collocare una fontana con, forse, una statua in sommità nacque ancora nelle prime fasi progettuali dell'architetto Marcello Piacentini dopo la vincita del concorso, indetto dal comune, per la realizzazione della nuova piazza, animata da numerose presenze emergenti (il Torrione INA, la Torre della Rivoluzione e il Palazzo Peregallo) e dal profilo diversificato del suo contorno  Le prime idee di Piacentini si indirizzarono su una classica fontana centrale, sormontata da una riproduzione della Vittoria alata, ma subito l’idea venne scartata. Le prime osservazioni in merito si riferiscono dunque a una statua colossale, il tutto subito affidato alla mano di Arturo Dazzi, già consolidato collaboratore di Piacentini nei cantieri del Monumento alla Vittoria di Bolzano e del simile Arco della Vittoria a Genova, ma anche per alcuni lavori a Roma. Già nell'agosto del 1931 il Dazzi avanzava al comune di Brescia un'offerta per la realizzazione della statua che sarebbe stata pensata e realizzata a coronamento della fontana disegnata da Piacentini. In effetti, andò tutto come previsto da Piacentini: il lavoro sul blocco di marmo di Carrara da cinquantadue tonnellate durò dal 15 giugno al 15 settembre e il traino da Seravezza, presso Forte dei Marmi, dove era stato scolpito, fino a Brescia impiegò una settimana, giungendo in città il 22 settembre. All'arrivo del colosso a Brescia erano pronti ad accoglierlo, in pompa magna, l'autore Arturo Dazzi, il podestà Pietro Calzoni, Marcello Piacentini e altri notabili dell'amministrazione cittadina. Il giorno successivo. Il 24 settembre, finalmente spogliato dall'incastellatura in legno che lo aveva protetto lungo il trasporto, fu issato sulla fontana in pietra di Botticino, raggiungendo l'altezza complessiva di nove metri e mezzo. Nelle settimane successive la statua fu rifinita sul posto dallo stesso Dazzi, che ricevette come compenso per l'opera 300.000 lire. Nello stesso mese Benito Mussolini, pur avendolo visto solo in fotografia, già lo venerò come raffigurante in pieno l'Era fascista e questo divenne il suo nome ufficiale. Il Duce, comunque, ebbe modo di vedere il colosso poco più di un mese dopo, il 1º novembre 1932, durante la cerimonia di inaugurazione della piazza, durante la quale presenziò e tenne anche un discorso sull'arengario. «Mussolini si avvicinò alla fontana e, osservando di sotto in su la statua, si dice abbia esclamato: È potente!". Arturo Dazzi, che era accanto a Mussolini, avrebbe reagito con commozione, mormorando: "Adesso anche se la vogliono buttar giù, non me ne importa niente!"». Dopo poche settimane emersero le prime insofferenze, soprattutto di carattere morale: il colosso, completamente nudo e dunque con i genitali scoperti, fu condannato dal clero dell'epoca, sul Bollettino della Diocesi (1932). Il dibattito sul tema, oltretutto, non era inedito in quegli anni, poiché già aperto dalla sfilata dei nudi e aitanti atleti dello Stadio dei Marmi a Roma, nel Foro Mussolini, sculture ancora oggi ritenute un trionfo della genialità virile, con entusiastiche letture anche da parte del mondo omosessuale. Fu risolto, coprendo le parti intime per chi lamentava quell'«ibrido, indecoroso grottesco della foglia di vite» che, persa la verniciatura nel corso degli anni, non avrebbe fatto altro che mettere «ancor più in evidenza il punto anatomico e la sudicia copertura». Il popolo bresciano, da parte sua, accolse la statua e il suo posizionamento in modo anche sbeffeggiante e goliardico, umanizzante, come spesso accadeva per i monumenti statuari. Il Caffè Impero, retrostante il colosso e ancora esistente, fu addirittura soprannominato café dele ciàpe, letteralmente caffè delle chiappe, poiché i posteriori del giovane raffigurato davano direttamente sui tavolini e, in particolare, dalla sala al primo piano del caffè se ne poteva godere un'ottima e diretta visione. Nel 1984 il comune di Brescia avanzò la proposta di vendere all'asta la statua del Dazzi, subito naufragata. Nemmeno sotto la tettoia del magazzino, comunque, il Bigio (così chiamato dai bresciani), doveva trovar pace: nel 1995 il viso e il collo furono imbrattati da una secchiata di vernice rossa, sopralluogo al magazzino di via Rose di Sotto. Nel 2006 l'assessore ai lavori pubblici del comune di Mazzano, nel bresciano, avanzò la richiesta al comune di Brescia di ottenere in cessione il colosso per porlo davanti al municipio del proprio comune. L'idea non ebbe seguito e si spense inascoltata. Nel 2007 il primo segnale di apertura dell'amministrazione comunale. Già nel 2008 il dibattito sul Bigio riprende grazie alla prima e fondamentale monografia, interamente dedicata all'argomento, pubblicata dallo storico e studioso Franco Robecchi, il quale si schiera decisamente a favore del recupero del colosso. In merito alla politica di ostracismo portata avanti dalle amministrazioni comunali e da altri, numerosi enti in quasi sessant'anni di storia.
Comunque la statua, con i bombardamenti del 1945 la fontana fu distrutta e la statua, leggermente rovinata, fu rimossa e abbandonata in un magazzino comunale,  mal ridotta, monca d’un braccio per un attentato, ingabbiata, riposa nei magazzini di via Rose di Sotto, 12/C, dove si trova tuttora.


Arco della Vittoria di Genova
L'Arco della Vittoria, detto anche Monumento ai Caduti o Arco dei Caduti, è un imponente arco di trionfo situato in Piazza della Vittoria a Genova. È dedicato ai genovesi caduti nel corso della Prima guerra mondiale e fu inaugurato il 31 maggio del 1931.
La scelta di edificare un monumento celebrativo fu presa dal Comune di Genova nel 1923, il quale, durante i lavori di urbanizzazione e riqualificazione dell'area all'epoca erbosa e umida, bandì un concorso nazionale indicando che l'architettura avesse forma di arco e di posizionare la nuova opera artistica nell'allora prato adiacente al torrente Bisagno, ancora non interrato sotto Via Brigate Partigiane.
AI CREMASCHI CADUTI PER LA PATRIA
MCMXV - MCMXVIII
A PERENNE RICORDO DEI FRATELLI NELLE
ARMI E NELLA MORTE DI SUO FIGLIO
OTTAVIANO + QUESTO SIMBOLO DEL
VALORE ITALICO + DONAVA A CREMA +
IL GENERALE FORTUNATO MARAZZI
MCMXVIII
Monumento ai Caduti di Crema nella Grande Guerra
Monumento ai Caduti della prima guerra mondiale, a Crema, di Arturo Dazzi, in piazza Trento e Trieste, davanti al Teatro San Domenico, collocato il 17 maggio 1924, e donato dal generale Fortunato Marazzi, venne inaugurato nel 1924 alla presenza del principe Umberto di Savoia.
Stato di conservazione, abbastanza buono dei vari materiali: Bronzo, Marmo, Pietra. Il monumento è delimitato da una recinzione in ferro, con contorno di auto parcheggiate!



Monumento a Costanzo Ciano, in Livorno
La costruzione del Mausoleo secondo il progetto originario, di Gaetano Rapisardi e Arturo Dazzi sarebbe dovuta essere costituita da un grande basamento sormontato da una statua marmorea, alta 12 metri, dello stesso gerarca e da un grande faro a forma di fascio littorio alto più di 50 metri. Agli inizi degli anni quaranta era già stata realizzata buona parte dell’edificio con il faro, che con la sua luce avrebbe dovuto ricordare lo spirito immortale di Ciano, mentre la statua di Ciano, terminata solo in parte, non fu mai portata a Livorno e giace ancora sull'Isola di Santo Stefano , nell’Arcipelago della Maddalena, in Sardegna ,presso la cava nella quale era ancora in lavorazione al momento della sospensione dei lavori. Il grande faro fu abbattuto dai tedeschi nel 1943 e così da allora appare il Mausoleo: la struttura è meta quotidiana di curiosi visitatori e vandali che con facilità superano le vecchie e fatiscenti protezioni , mettendo così anche a rischio la propria incolumità. Esternamente all’edificio , in mezzo all’immondizia accumulata da decenni ed insozzati all’inverosimile da graffiti multicolori che sfacciatamente contrastano con la sacralità del contesto, sono appoggiati sul terreno i sarcofagi che avrebbero dovuto accogliere le spoglie mortali di Costanzo Ciano e di sua moglie : motivi estetici , di sicurezza per i cittadini o semplicemente la pietà cristiana sollecitano una decisione , qualunque essa sia: smantellamento compreso dell’ “ingombrante “ edificio. O no !
(Pubblicato su AgoraVox Italia il 02.10.2009 Pubblicato da Mauro Guidi).
La statua di Ciano, incompleta, non fu mai posta in opera, ma giace ancora sull'Isola Santo Stefano nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna, presso la cava nella quale era in lavorazione al momento della sospensione del cantiere (in particolare restano la grande testa e parti del corpo). Il Mausoleo di Ciano si trova a Livorno, sulle colline alle spalle della città, in località Monteburrone, a breve distanza dalla frazione di Montenero. La costruzione del mausoleo ebbe inizio dopo la morte di Costanzo Ciano, avvenuta nel 1939. Secondo il progetto il monumento avrebbe dovuto essere costituito da un grande basamento sormontato da una statua marmorea, alta 12 metri, dello stesso gerarca alla guida del suo "mas" ("motoscafo armato silurante") e da un colossale faro a forma di fascio littorio alto più di 50 metri.
Il mausoleo fu finanziato da una sottoscrizione pubblica ed i lavori furono affidati allo scultore Arturo Dazzi per la parte monumentale. La costruzione procedette rapidamente, tanto che, malgrado lo scoppio della guerra, nei primi anni quaranta era già stato parzialmente realizzato il faro, che con la sua luce avrebbe dovuto ricordare lo spirito immortale di Ciano, rappresentato da un grande fascio littorio. Tuttavia, con la caduta del fascismo i lavori furono sospesi e del mausoleo rimase solo la forma di un massiccio torrione, mentre il faro fu minato dai guastatori tedeschi e abbattuto. La statua di Ciano, incompleta, non fu mai posta in opera, ma giace ancora sull'Isola Santo Stefano nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna, presso la cava nella quale era in lavorazione al momento della sospensione del cantiere (in particolare rimangono la grande testa e parti del corpo). È quanto resta di un imponente monumento costruito per ospitare la tomba del gerarca fascista Costanzo Ciano e della sua famiglia. L’area del Mausoleo è in una proprietà privata e non credo si riesca a fare qualcosa in futuro, per questo sepolcro monumentale. Attualmente la proprietà e di Antonio e Fabio Canaccini e messa sotto sequestro per l’occupazione di scarichi vari pericolosi all’interno, sin dal 2008 e pare ancora bloccata.
Un bozzetto marmoreo riguardante i Lavoratori del Mare, è esposto in una vetrina di antichità di via Roma, in città, intitolato “Il Guardiano del Mare”, con un quadro del 1950 sempre di Dazzi.  Costanzo Ciano, conte di Castellazzo, nacque a Livorno il 30 agosto 1876, morì a Ponte a Moriano in Provincia di Lucca il 26 giugno 1939.
Ultima operadi Dazi fu “Dante” (1966) per il paese di Mulazzo (MS), a 350 metri d’altitudine e con circa 2500 abitanti, in Lunigiana al confine con La Spezia. Carrara espone opere di Arturo Dazzi, dopo l’esposizione di Roma, poi andrà a Forte dei Marmi, dove la vedova Dazzi, Andreina, detta “Gri” dal marito (per i capelli grigi), ha lasciato tutto alla Fondazione del Forte, e qui la storia si ripete: perché pare che Carlaz Fabbricotti, quando viveva al Colombarotto chiese al Comune di Carrara una sede definitiva per il suo Museo, ma tanto il Sindaco che gli Assessori non lo assecondarono e contemporaneamente subentrate le disgrazie dagli anni “30, con le  Banche che reclamavano i loro crediti, Carlaz dovette vendere il Museo ad un Consorzio di Enti capitanato dal Municipio di La Spezia, che gli aveva dato una sede dignitosa, e Carrara perse questa bella occasione.  Il Museo civico archeologico, dedicato a Ubaldo Formentini, ha sede nella fortificazione di San Giorgio, che risale ai secoli XIV-XVII e si trova sul colle che sovrasta il centro storico cittadino, laddove è sorto il primo nucleo abitativo della zona. Il castello è stato restaurato recentemente, e da allora è diventato sede del Museo civico archeologico di La Spezia, con undici sale più il corridoio finale, dove al piano superiore sono conservati i reperti romani provenienti dall'area di Luni. Però la vedova ha voluto riposare all’ingresso del cimitero di Marcognano, a fianco di altri parenti con il calco del Cavallino di Carrara ed assieme al marito, sotto un grande blocco di marmo scuro, tra il verde delle piante.  Tutto quanto esposto al CAP tornerà, oltre ai proprietari privati, nella Fondazione Bertelli del Forte. La mostra, proveniente da Roma, già a Villa Torlonia. A cinquant’anni dalla scomparsa di Arturo Dazzi (1881-1966), la Fondazione Villa Bertelli, il Comune di Forte dei Marmi e il Comune di Carrara organizzano una mostra dedicata allo scultore toscano, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali. Fregiata della Medaglia del Presidente della Repubblica, con il patrocinio del Senato della Repubblica, del MIUR – Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, del MIBACT – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e della Regione Toscana, l’esposizione rimase dal 16 ottobre 2016 e si terrà nel Casino dei Principi di Villa Torlonia, fino al 29 gennaio 2017. Poi ha proseguito per la città apuana. L’esposizione di Carrara, dal 17 marzo al 30 aprile 2017, presso il CAP (Centro Arti Plastiche) di Carrara in via Canal del Rio, dal martedì alla domenica, 9:30 – 12:30 / 15:30 – 18:30, telefono 0585-779681, a cura di Anna Vittoria Laghi, già Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Carrara. Il complesso di San Francesco, sede odierna del Centro di Arti Plastiche, costituito dalla Chiesa e dall’annesso Convento, fu edificato nel XVII sec. per volontà di Carlo I Cybo Malaspina, principe di Massa e marchese di Carrara. Il complesso, si forma senza un vero e proprio progetto ma con una certa casualità dettata dalle esigenze funzionali. Il convento, infatti, nel corso dei secoli è stato caratterizzato da diverse destinazioni, determinate dal passaggio a differenti ordini monastici fino ad arrivare nel XIX sec., in epoca napoleonica, a divenire laboratorio di scultura e carcere francese. Nel 1868 il Convento viene ceduto al Municipio di Carrara e subisce interventi edilizi che lo trasformano notevolmente ed ultimamente in ricovero per anziani, durante gli anni 1950.
La struttura attuale deriva da interventi di recupero architettonico, finalizzati a consentirne l’adattamento a sede museale permanente. Oggi il museo CAP raccoglie importanti collezioni di opere d'arte contemporanee che appartengono al patrimonio del Comune. Il museo testimonia lo sviluppo artistico della città, fortemente connotato dalla sua storia e dal marmo, ma non solo, in rapporto alle esperienze del contemporaneo ed è costituito da opere di artisti di fama nazionale e internazionale che hanno lavorato ed esposto a Carrara dalla seconda meta del XX secolo ad oggi. Fondamentale la collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Carrara, la Fondazione Cassa di Risparmio di Carrara e Carrara Fiere.

Opere:
Nel 1904 collaborò alle decorazioni del Palazzo di Giustizia di Roma e partecipò al concorso per le decorazioni scultoree del costruendo Altare della Patria.    
Visita di Andrea Pisano alle cave di Carrara (Carrara, Accademia di Belle Arti di Carrara),
Eroi del mare, gesso (ora perduto, era nell'Accademia di Carrara e documentato solo in fotografia, che gli valse nell'anno 1905 la vincita del pensionato artistico nazionale di quattro anni a Roma.
Lavoratori delle Alpi Apuane (Carrara, Accademia di Belle Arti) del periodo carrarese e nel gruppo in bronzo (medaglia d'oro alla Esposizione di Monaco)
Costruttori (Roma, Palazzo dei Cavalieri del lavoro, sala del presidente), realizzato nel 1906, sempre durante il pensionato romano.
statua del Card. G. B. De Luca (1909), che sembra "una scultura barocca rivissuta in chiave moderna" (Matthiae, 1979 p. 17)
la Pietà (1907), eseguita per la tomba dei conti di San Bonifacio a Padova.
busto in bronzo del Geologo Domenico Zaccagna (Carrara, coll. priv.).
Signorina De Bertaux (bronzo, 1914, Parigi, collezione De Bertaux), con cui egli vinse la medaglia d'oro alla mostra internazionale di San Francisco.
bassorilievo in gesso Giovinezza, presentato a Napoli alla II Esposizione nazionale giovanile nel 1913.
Nel 1920 ca. scolpisce il Busto di Bambino, in marmo – ora alla Galleria dell'Incisione in Via Bezzecca 4, Brescia.
Sempre a Brescia, da simbolo fascista a "icona gay": il Bigio,  del 1932, grande scultura alta ca. otto metri, realizzata dall'artista carrarese per celebrare i fasti del Duce,  che dopo essere stata collocata a Brescia in piazza della Vittoria (costruita fra il 1927 e il 1932 su progetto dell'architetto e urbanista Marcello Piacentini), adesso giace (da oltre 70 anni) nei magazzini della città lombarda. Battezzato da Mussolini "Era fascista", ma fin da subito i bresciani lo ribattezzarono, in senso spregiativo, "Bigio", ovvero (a parte una traduzione più scurrile) persona senza qualità.
nel 1917 il Cieco di Castrocaro (gesso, Forte dei Marmi)
il Monumento a Enrico Toti (1919-20; Roma, Pincio)
il Monumento al ferroviere (1923; Roma, piazzale della Croce Rossa).
Tra il 1922-32 iniziò a collaborare con l’architetto Marcello Piacentini, dedicandosi alla realizzazione di molti monumenti ai caduti, tra i quali l’Arco di Trionfo di Genova ed assieme vinsero il concorso. Quindi quelli di Ancona, Rossignano Marittimo, Codogno, Crema e poi Fabriano (nel 1926) e Santa Croce sull’Arno (1927)
nel 1928 il S. Sebastiano per la "casa madre" dei mutilati a Roma.
il monumento della Vittoria a Bolzano.
Marchese di Cimeros (bronzo, 1926) per Cuba.
Partecipò alle più importanti esposizioni internazionali vincendo il Grand Prix di Parigi nel 1937, il 19 aprile nella classe delle Arti, fu nominato Accademico d’Italia, alla Farnesina.
monumento all'Indipendenza di Caracas (1939).
Serafina, marmo, 1920: a San Marcello Pistoiese, coll. R. Dazzi.
Ritratto di Gri, marmo, 1923: Forte dei Marmi, coll. G. Dazzi.
Antonella con l'arancia, marmo, 1924: a Roma, coll. Biancale.
Gegè Oppo, marmo, 1930: Roma, Con. C. Oppo.
Signorina De Bertaux al Vitellino, in marno, 1924: Roma, coll. Biancale, con cui vinse il premio nella Mostra internazionale dell'animale a Roma (1928).
Il Cavallino (1928), esposto alla Biennale di Venezia e poi acquistato dalla Galleria nazionale d'arte moderna di Roma, di color rossiccio. Non è quello a Carrara, di colore grigio scuro, esposto nella Biblioteca dell’Accademia di Belle Arti di Carrara.
Gli Agnellini dell'acquasantiera nella cappella Agnelli 1936) al Sestriere, con portale Chiesa Sant'Edoardo, con i sette figli di Edoardo Agnelli, realizzato da Arturo Dazzi. La Chiesa fu voluta da Giovanni Agnelli 1866-1945 per perenne ricordo del figlio Edoardo, morto in un incidente aereo nel 1935
Il Mausoleo di Ciano si trova a Livorno, iniziato nel 1940, sulle colline alle spalle della città, in località Monteburrone, a breve distanza dalla frazione di Montenero: incompleta, non fu mai posta in opera, ma giace ancora sull'Isola Santo Stefano nell'arcipelago della Maddalena, in Sardegna, presso la cava nella quale era in lavorazione al momento. È quanto resta di un imponente monumento costruito per ospitare la tomba del gerarca fascista Costanzo Ciano e della sua famiglia.
Il Toro pisano (pietra di Finale Ligure, 1950: San Marcello Pistoiese, coll. Rom. Dazzi)
La stele Marconi a Roma (Eur. Inaugurata nel 1959), ordinatagli da Mussolini nel 1937 ed avrebbe dovuto essere esposta all'Esposizione universale di Roma del 1942, ma fu terminata nel 1957. La guerra scombinò i suoi programmi e da Roma ritornò, nel 1945, nella sua prima casa di Forte dei Marmi, dove si era stabilito nel 1925.
Alla mostra mondiale di New York (1937) il Dazzi fu invitato a dare un'opera che celebrasse Gugliemo Marconi: lo scultore presentò La radio che porta il cuore del mondo, una statua di cinque metri e mezzo, acquistata successivamente da una organizzazione religiosa americana.
Ricevette molte benemerenze: fu nominato cavaliere dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (1927); il ministro dell'Educazione nazionale lo nominò nel 1929, senza concorso, professore della cattedra di scultura presso la Reale Accademia di belle arti di Carrara; nel 1932 vinse il premio Carlo Fabricotti  (Industriale di Carrara, defunto il 18 gennaio 1910) e fu nominato membro dell'Accademia di S. Luca; nel 1937 accademico d'Italia; nel 1940 ebbe la medaglia d'oro per benemerenze artistiche "Città di Roma".
Il monumento, a tronco di piramide alto m 45 con una base di m 5 x 5, formato da novantadue pannelli, tra cui la raffigurazione, divisa in "Canti" - della "Gioia", della "Danza", della "Vendemmia", della "Alluvione" e così via, fu inaugurato al quartiere Eur di Roma nel 1959.
il S. Francesco (1962) in marmo bianco delle Apuane per Vittoria Apuana.
il Dante (1966) per Milazzo (MS).
Non mancano numerosi disegni dedicati a questo tema (collezioni degli eredi Dazzi),
ed a molte mostre, come la Mostra d'arte moderna italiana a Zurigo (1927). la Mostra internazionale d'arte di Madrid e quella di Barcellona (1928), le Biennali di Venezia (1926, 1928), la Quadriennale della scultura a Roma (1931), la Quadriennale romana del 1935, dove espose la sua meno nota produzione pittorica, la Esposizione d'arte moderna di Budapest (1936), l'Esposizione internazionale di Parigi (1937), dove vinse il "Grand Prix". Nel 1958 realizzò un grande altorilievo di intonazione scenografica per la chiesa di S. Giovanni Bosco al Tuscolano, a Roma, su commissione dell'architetto G. Rapisardi. Nell'anno successivo partecipò al concorso per le porte bronzee di S. Pietro, senza riuscire vincitore, ma non si scoraggiò per questo smacco. Nel 1952 il Dazzi. partecipò alla Biennale veneziana esponendo un ritratto ligneo dello scrittore Curzio Malaparte (San Marcello Pistoiese, coll. R. Dazzi), che glielo aveva chiesto ma che non vi si riconobbe e troncò bruscamente la lunga amicizia.
Un dipinto è conservato nella parete di sinistra nella Chiesa di Santa Lucia a Fontia, intitolato, " L'Angelo della Pace".
Lucio Benassi Carrara,  10 aprile 2017

F. Scaroni, Studio e recupero del Mausoleo dedicato a Costanzo Ciano a Livorno, Tesi di Laurea presso l'Università La Sapienza di Roma, 2003.
C. Ceccarelli, A. Santarelli, Monumento a Ciano. Livorno 1939, Livorno 2010, pp. 32
Il Bigio, https://it.wikipedia.org/wiki/Bigio, Wikipedia Enciclopedia libera, 2017
https://it.wikipedia.org/wiki/Arco_della_Vittoria
http://www.pietredellamemoria.it/pietre/monumento-ai-caduti-di-crema-nella-grande-guerra/
S. Bonaretti (a cura di), Il Mausoleo a Costanzo Ciano, collana "Architetture Livorno", n° 2, Edizioni ETS, Pisa 2006.
G. De Lorenzi, Per un profilo di Arturo Dazzi, in "Omaggio ad Arturo Dazzi", catalogo della mostra, Massa 1992.
Laura Casone, Arturo Dazzi, catalogo online Artgate della Fondazione Cariplo, 2010, CC-BY-SA
G. Calero, in Rassegna d'arte, n.s., III 1974
G. Dazzi in gesso a Forte dei Marmi; ed in marmo, Brescia, coll. Lombardi Rezzato.
L'Illustr. ital., 18 apr. 1937.
Matthiae, 1979.
La Nazione, Cantieri all'ombra del mausoleo di Ciano, lanazione.it. URL consultato il 18 settembre 2015.
Vittorio Gnocchini, L'Italia dei Liberi Muratori, Erasmo ed., Roma, 2005, p. 93.
Renato Pacini, La sistemazione del centro di Brescia dell'architetto Marcello Piacentini, nella rivista Architettura, di cui Piacentini era direttore,
  dicembre 1932, pp. 649-683 p. 662.
Enciclopedia Italiana, XII, p. 430; Dizionario Bolaffi degli scultori italiani Moderni, Bolaffi Editore Torino 1972, p. 110.
Omaggio a A. D. (catal.), Gall. comunale d'arte moderna, Forte dei Marmi 1973
A. Torriani, La chiesa di S. Edoardo a Sestriere, in L'Illustrazione ital., 1° genn. 1937
A.Dazzi, La stele marconiana, in Atti dell'Ace.naz.di S.Luca, III (1957-58), pp. 9-19;
IIa Biennale romana. Mostra internazionale di Belle Arti, Roma 1923, pp. 31, 57.
Il monumento a G. Marconi con testo di C. Carrà, Roma 1959
C.Carrà, presentazione a Il monumento a G. Marconi, a cura di A. Pisani - M. Vanutelli, Carrara
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