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Dialetto carrarino

STORIA
Il mistero del dialetto “carrarino”

Una volta, mi trovavo in una terza elementare a leggere delle poesie in dialetto carrarino, alla fine della lettura, domandai ai bambini se gli fossero piaciute, e se avessero qualche domanda da farmi, timidamente uno alzò la mano, e quando gli chiesi cosa volesse sapere mi disse” scusi…Ma chi l’ha inventato il dialetto?”Anche se posta con ingenuità, la domanda era molto profonda, e dare una risposta non era facile.
In Italia, i glottologi presumono che la quasi totalità dei dialetti neo-latini, traggano le loro origini dalla dominazione Romana.
I Romani, infatti, erano assai rispettosi degli usi e costumi delle popolazioni delle terre conquistate, ad esempio, non imponevano in alcun modo le loro divinità, così come non interferivano nella loro lingua, che però i popoli sottomessi imparavano velocemente, soprattutto per ragioni commerciali.
E’ evidente però, che ogni popolo imparava il latino come gli permetteva la propria cultura, e che spesso, questo, non era quello erudito parlato dagli oratori all’interno del Senato, bensì una forma di latino volgare, utilizzato soprattutto da soldati e plebe, con ancora molti vocaboli derivati dalla lingua precedente. Dopo la caduta dell’Impero Romano poi, il processo di assimilazione è continuato, anche se molto più lentamente, mescolandosi alla lingua dei vari dominatori.
Nel basso medioevo poi, con l’avvento delle invasioni barbariche, si è assistito in alcune regioni alla nascita di dialetti germanici, o slavi, l’esempio classico è la lingua Ladina, giunta fino a noi, e parlata in alcune zona dell’arco Alpino Orientale, da non più di 30.000 persone, o come nella Provincia Cosentina, dove è presente a tutt’oggi una piccola comunità di persone che parla un dialetto Albanese.
Anche la zona di Carrara è da considerarsi una vera e propria isola dialettale.
Il dialetto carrarese, (io preferisco chiamarlo carrarino) è un vero e proprio rompicapo per gli studiosi di glottologia, è classificato nel gruppo Gallo-Italico, in altre parole, tipico di quelle regioni un tempo abitate dai Galli, nome con cui i Romani chiamavano i Celti. Di radice Emiliano Romagnola,  è molto simile al Modenese, ma anche al Frignanese.
Questo si potrebbe spiegare come conseguenza della dominazione Estense, ma quello che invece e difficile da determinare, è il perché, il dialetto carrarino pur essendo geograficamente collocato in Toscana, non assomiglia in alcun modo al toscano, così com’è anche altrettanto estraneo al lunigianese, ma non è tutto, come mai noi carrarini possediamo un accento particolare denominato cacuminale?
Anche qui si azzardano delle ipotesi non suffragate da prove certe, ma abbastanza plausibili; la più accreditata dice che l’accento sia un’eredità lasciataci dagli antichi Apuo-Liguri, e che la particolare conformazione del territorio carrarese, suddiviso in Era medievale in viciniee o vicinanze, in sostanza chiuse, abbia impedito la contaminazione del dialetto carrarino con altri limitrofi.
A riprova di ciò va segnalata la diversità, se pur minima, del dialetto parlato nelle varie frazioni, anche se qualche studioso imputa questa prerogativa all’influenza di popolazioni “aliene” come i soldati corsi a Fontia e Moneta, o i mercenari pisani ad Avenza.
Anche i paesi posti nello spartiacque a Nord-Ovest, delle Apuane, come Castelpoggio, Noceto, Gragnana e Sorgnano, essendo stati per secoli paesi di frontiera, e quindi interessati al passaggio di rotte commerciali, hanno sviluppato diversità dialettali, come ci fa notare un nostro concittadino, il compianto Prof. Luciano Luciani, nella sua opera monumentale “Dizionario del dialetto Carrarese, ” forse a causa di contaminazioni linguistiche da paesi limitrofi.
Purtroppo il dialetto carrarino non è stato ancora codificato, quindi ognuno lo scrive come più gli aggrada, qualche autore sostituisce la “c” con la “k”, (es. cane, can, kan) perché sostengono che renda il suono più duro, a me francamente non sembra corretto, perché, essendo un vernacolo neo-latino, penso sia meglio utilizzare, anche per ragioni pratiche, di chi legge, e di chi scrive, l’alfabeto latino. Un’altra affermazione che a me pare francamente una stupidaggine, è quella che dice che nel dialetto carrarino non vi sono doppie. Per dimostrarne l’infondatezza basta un semplice esempio: se io scrivo pes significa pesante, mentre pess significa pesce, come si vede due cose ben diverse.
Alcuni anni orsono, feci delle ricerche sul dialetto, intervistando nelle “cantine” vecchi cavatori ormai in pensione, riascoltandole ora, ho notato come il dialetto più genuino, o se volete più arcaico, sia ormai totalmente scomparso, lasciando il posto a una forma dialettale “italianizzata” che mi lascia francamente perplesso.
Moltissimi modi di dire, o allocuzioni, sono ormai totalmente scomparsi, ad esempio; era in uso quando ci s’incontrava per strada la mattina il saluto “fat a mod’r” (fate a modo) ossia state attenti, rivolto soprattutto ai cavatori che si recavano al lavoro, oppure quando una persona scampava a un pericolo mortale, si diceva “ pogh al mancò che i s cavass da pagar d’est’m” (ci mancò poco che si levasse da pagare l’estimo) che era una antica tassa, tipo la moderna IRPEF, oppure di una persona, o cosa molto antica “ i ha pù ani del prim top del Cafaz.” Questo detto, al contrario di quanto si possa pensare, non voleva significare che il Cafaggio fosse, o sia, malsano, e ricco di questi roditori, ma semplicemente perché subito dopo Vezzala è uno dei quartieri più antichi di Carrara. La semplice parola interrogativa perché, si diceva p’rcos, di una persona eccentrica nel vestire si diceva, i par la Bilì, e l’elenco è ancora lungo.
Anche a molte località veniva imposto il nome in dialetto, tipico esempio “ Mont d’arma” nome che erroneamente molti associano alla guerra, ma che invece vuole dire in senso letterario “ Monte di spalla”, oppure luoghi chiamati come era la predominanza del mestiere che vi si praticava esempio: “La becheria”. Al tempo con il nome di beccaio si comprendevano categorie di commercianti e artigiani come macellai, pollaioli, pescivendoli, oltre a tutti coloro che avevano in qualche modo da fare con l’alimentazione, come i gestori di locande e osterie.
E’ anche vero che molti termini moderni in lingua sono assolutamente intraducibili in vernacolo, come ad esempio: computer, cd, o cellulare, cosa che un tempo, dove il dialetto era la lingua predominante, si sarebbe risolta nel tempo, “dialettalizzandosi” in modo naturale, ma che ormai è assolutamente impossibile. Così una lingua millenaria rischia l’oblio in pochi decenni.
Penso che questo sarebbe un vero peccato, ed e compito di tutti noi lottare perché questo non avvenga, in particolar modo noi autori, che scriviamo in vernacolo, dobbiamo cercare di salvaguardare il vero dialetto come una preziosa reliquia, riutilizzando gli antichi termini, perché il loro cammino millenario fino ai giorni nostri non si interrompa per sempre.
Perseverando nella mia continua, e purtroppo quasi vana lotta perchè il dialetto non cada nell'oblio, mi permetto di inviarle un'articolo sul dialetto carrarino, sperando che i lettori del suo blog lo trovino interessante e che magari stimoli qualcuno di essi ad imparare ad amarlo.

Rubriche
Un’ideale macchina del tempo, per far scoprire a chi anagraficamente non ha potuto viverla, la vita di una Carrara antica, e farla rivivere, magari con una punta di nostalgia ai “ragazzi” di allora


Una sezione riservata esclusivamente ai racconti in dialetto con file audio, dove una voce narrante "leggerà" il racconto.

Una sezione di racconti riguardanti il medioevo di Carrara. sezione curata dal Signor Mario Volpi

Alcuni Vocaboli ricercati dai nostri lettori
FACCIAMO CRESCERE QUESTO ELENCO

  • Aput = significa piccante indipendentemente dal tipo di cibo in esame

  • Barbantana = in dialetto carrararino la barbantana è una strega e serve sopratutto per spaventare i bambini quando non stanno buoni. E' un po la versione al femminile dell' uomo nero, ma mentre per quest' ultimo è chiara l'allegoria con i carbonari, per la Barbantana si pensi che sia un retaggio del mondo contadino, e che impersonasse la cattiva stagione portatrice di carestie.

  • Mupin = attrezzo usato in Chiesa per spegnere le candele

  • Pisolanca = altalena basculante ( segnalata da L.S )

  • Salagra = Il termine "salagra" ha due significati: Il primo è il nome che si da alla grandine Il secondo di solito viene dato bonariamente ai bambini piccoli un poco maldestri, a significare che cadono e rotolano senza controllo proprio come un chicco di grandine.

Salagra, potrebbe derivare dalla somiglianza del chicco di grandine a un cristallo di sale grezzo, un tempo molto prezioso.

  • Scapin = termine usato in passato per indicare quella parte del calzino, di solito in lana spessa per i cavatori, che va dal tallone alle dita passando per la pianta del piede. Era la parte che più si usurava nel calzino, e le donne ai ferri rifacevano proprio "lo scapin"ovvero la ricostruzione di mezzo calzino, lasciando intatta la "fiocca e la gambetta."

  • Toparola =E' un po il sinonimo di trappola, lo si dice di una persona poco seria dedita a vivere di espedienti, individuo di cui non ci si può fidare

  • scalamato = Presumiamo che la richiesta sia del significato di scalmanato in vernacolo SCALMANAT

    Si dice di solito per i bambini irrequieti che giocano in modo violento, e senza criterio. Ma può essere riferito anche a un conducente di mezzo, sia questo auto, moto, o addirittura calesse, con le modalità di cui sopra.
Alcune frasi in dialetto

'ndar'n sicutera! ( da un visitatore )

Un detto ormai desueto che significava andare in rovina, letteralmente "di sicuro in terra" ossia rovinati


 I n' sa né d' mé e né d' té
 Frase usata per sottolineare una persona o una cosa che non sa di nulla

 S'an s'n'a an s'n spend
 Frase usata per definire una persona con poco cervello o riferita al denaro [ se non c'è ne non se ne spende ]

 I è un ganz
 Riferito ad una persona furba, dritta.

I magn-n pù bote che pan.....
 Riferito a bambini molto" duri "

 Pogheti e sicureti
 Riferito al denaro [ poco ma subito ] sinonimo di è meglio una gallina oggi che un uovo domani

 Ogn' altar i ha la so Krotza
 Tutti noi abbiamo dei problemi .

 I è fis come un potò
 Riferito a persona fissa , immobile come un palo

 Lat e vin i fan un bel ninin
 Si riteneva che il latte e il vino facevano crescere bambini belli.

 I fanti e i podi i smerd'n la cà
 I bambini riportano discorsi sentiti in case, che naturalmente i genitori non vorrebbero far sapere

 I par un Lord
 Riferito a persona moto elegante

 "s'ha n'son v'nut a Sant'Andrè aspet'm a Natal Ka't'dai 'l colp mortal"
 Se non sono (riferito al freddo) ancora venuto per il giorno di S.Andrea, aspettami a Natale che sarò micidiale [ Giancarlo C ]

i s'è magnat d'ov in cul a la gadina
Riferito a persona sprecona o poco avveduta negli affari [ un visitatore ]


L'ordine cronologico di questa lista è stato invertito,gli ultimi inserimenti iniziano a partire dall'alto.

L p’scator
P’r Silvà la pesca adè la vita.
Iè sempr stat cussì, fina da fant!
‘L fium p’r lu, ie na calamita
se i ni va, i f’nis al camp’sant!

La moia adè sempr a bisotar
p’rcos i ni è mai, i la trascur!
Ma la so pasion, adè sol ‘l p’scar
in la sent! Ie pù dur che ‘l mur!

Un dì, iavev ‘nzà piazat ‘l cavadet
ma ‘l vent i piegav ‘nfin la cana
i decis d’artornar ‘n let
ier sempr a temp p’r arfar la nana.

La moia che al durmiv, adè zirata
lu i di ” aiè un vent che i t fa volar!”
Le al r’spond ancamò mez alopiata
“ e c’l zò d me marit, iè a p’scar!”

Enzo De Fazio
ASCOLTA LA POESIA 

Chi di noi non ha una passione o un hobby che lo coinvolge completamente? Spesso però è tale la forza delle nostre passioni che pecchiamo di egoismo nei confronti di chi ci sta vicino, che è costretto a difendersi....come può.
File Audio della pesia
Adè na nota con un nom ‘ngles
che a n’ries nemanch a pronunciar
al ven d’Otobr…D’ult’m del mes
e al dovrè i m’nin spav’ntar!

Zert che nò Italian a sian ben stran!
‘L mond i s’nvidi la cultura
ma p’ri bagaron, as’n fregan!
E arivan a vend’r la paura.

Se a s metess altr’tant ‘npegn
p’r insignar le nostre tradizion
al sirè d zert un bel sostegn
p’r mili e pù generazion!

Che po’!…T’ha un po’ vist che ‘nvenzion!
Adè mil’ani che aiè la Barbantana
‘nveza dla zuca, adà ‘l granaton!
Ma se non altr adè strega nostrana!

Me nona a n’avev tuti i torti
quand al fev un’an d sacrifizi
p’r poter ufrir “ L ben di morti”
su na tovaia bianca, tuta pizi

adè un’usanza oramai dimenticata
i dizev’n che adè da primitivi
ma la zenta d’ozi dì a nè portata
p’r onorar i morti…Dar ai vivi!.

Enzo De Fazio
28 ottobre 2012
E’ una notte con un nome inglese
che non riesco neppure a pronunciare
viene di Ottobre...L’ultimo del mese
e dovrebbe i bambini spaventare

certo che noi italiani siamo ben strani
il mondo ci invidia la cultura
ma per i soldi ce ne freghiamo
e arriviamo a vendere la paura.

Se si mettesse altrettanto impegno
per insegnare le nostre tradizioni
sarebbe certamente un bel sostegno
per mille e più generazioni

Che poi!...Hai visto che invenzione!
Sono mille anni che c’è la Barbantana
invece della zucca ha il granatone
ma se non altro è una strega nostrana!

Mia nonna non aveva tutti i torti
quando faceva un anno di sacrifici
per potere offrire “il bene dei morti”
Su una tovaglia bianca tutta pizzi.

E’ un’usanza ormai dimenticata
dicevano che era da primitivi!
Ma la gente di oggi non è portata
per onorare i morti...dare ai vivi!
Spetta/le Redazione

Tutto il mondo ci invidia, oltre al nostro patrimonio artistico, il nostro glorioso passato. Non ha caso i codici degli antichi Romani sono ancora alla base del sistema civile e giuridico di gran parte del mondo moderno. Ma nonostante questo, noi Italiani siamo estremamente esterofili, siamo prontissimi alla auto denigrazione, e a fare nostre usanze che non ci appartengono, come ad esempio Halloween. Vi invio una poesia in dialetto dove si spiega che almeno in questo campo noi carrarini siamo certamente avanti più di...mille anni!
E De Fazio
tre volte al di'
a t la ved li'
col namorat ch'i s basn a tut andar
tre tucatine,tre strupizatine,
un par d' basi e i en contenti tuti e do'.
Al ven so ma' e al diz:
o bruta mascalzona,
s'i ven to pa'
i t mand a ca'
e i t da' do'- tre zampate e un mustazon
ch'i t fa andar nsin al Bocalon.
D' di' 'n ca' in ti vo'stari
prche' a t fai sempr lavar,
d'nota t' i sta', mascalzona,
prche' t'aspet 'l to' prim amor.
Ma quand saret sposati
scont ret tut'i vostri pcati.
L'to marit i s l'e' misa al dit,
po' i diz "a son pntit".
tre volte al giorno la vedo li' con l'innamorato che si baciano a tutto spiano:tre toccatine,tre stropicciatine (ndt:stanno "limonando"),un paio di baci e sono contenti tutti e due.Arriva la mamma (ndt:di lei) e dice:brutta birbona,se viene tuo padre ti spedisce subito a casa e ti da' due o tre calci e un ceffone fino a farti ruzzolare giu' fino al Boccalone.
Di giorno non vuoi stare a casa perche' ti faccio sempre lavare (ndt:i panni,e non certo con la lavatrice che allora non era stata ancora inventata,ma a mano e, forse, sul bordo del ruscello vicino a casa o al lavatoio),di notte ci stai,birbona,perche' aspetti il tuo primo amore.
Ma quando sarete sposati,sconterete tutti i vostri peccati:il tuo marito se la leghera' al dito (ndt:la sposera')e poi dira' di essere pentito(ndt:probabilmente non la considerera' una "brava donna di casa").
18 Marzo 2012
Invio questi versi di dominio pubblico in dialetto carrarino che mio caro zio Gino Beretta cantava spesso quando era di buon umore;; e' citato anche il "Bocalon",uno dei luoghi piu' tipici di Carrara; la musica e' quella della "Gigole'".Cordiali saluti
Marzio Casoli

Col nas arossat com un p’pron
e la sarpa colorata al còd,
a paséz p’r la via Santa Maria
batend i denti e scoss dai t’rmon.
‘L sòl i è r’mpiatat
e ‘l vént, chi vén ‘n quà da Su d’ Drét, i fis’c.
A sfrég forta le mè man ch’a s’ stan z’land.
I gati, ‘ntristiti, i s’n van a strusson
‘n zérca d’ qualcò almach da l’car.
I fanti d’ Piazéta ozi i’ n’én surtiti, i èn sepr ‘n lèt tuti ‘ntiriziti.
P’r la via a’ ni è nissun
e le bottéghe a l’en quasi tute vòte,
a véd sol ‘na nona dal zavatin
ch’a l’ha portat a arsolar le scarpe d’l n’putin.
‘N tut le cà i camin i’èn azési,
a véd ‘l fum volar via ‘n t’l ciél,
altri bèi zochéti d’ castagn ormai i s’èn aresi
Finalmente a ‘m dècid! A fèrm un vèc ch’i s’apoz a ‘n baston
e a’i diz: “Chi m’ scus, ma còs a l’è sucèss??”
E lu i m’ fà: “ Oh bèlo ma ‘n t’véd, i è l’NVERN chi è arivat senza nissunp’rmess !!”
Mò a i’ho capit! A m’alz ‘l bavr d’l mè capot,
a m’ fich ‘n tèsta ‘l capèd pù ‘nzù ch’a poss a salut e a r’ngrazi ch’ dòm e....
… a’ i alung ‘l pass vèrs piazza d’l Dom.

A son cunvint che mò qualcdun i podré dir:
“Ma ‘st fàt, da tè, ‘n t’l podév capir?”
Mé ch’a son sémpliz ma non un rumbambit, a r’spond’ré:
“T’ véd beleza, ozidì le stagion al zir’n com ’na balerina,
t’ port i calzon curti d’ sera
e a ti vò capèd e capot ‘l dì dòp d’ matina

Saverio Battani


Con il naso arrossato come un peperone
e la sciarpa colorata al collo,
passeggio per la via Santa Maria
battendo i denti e scosso da tremori.

Il sole è nascosto
e il vénto, che viene in qua da Su di Dietro, fischia.
Sfrego con forza le mie mani
che si stanno gelando.

I gatti, intristiti, se ne vanno a struscione
in cerca di qualche cosa almeno da leccare.
I ragazzi di Piazzetta oggi non sono usciti,
sono ancora a letto tutti intirizziti.

Per strada non c’è nessuno e le botteghe son quasi tutte vuote,
vedo solo una nonna dal ciabattino
che ha portato a risuolar le scarpe del nipotino.

In tutte le case i camini sono accesi,
vedo il fumo volare via nel cielo,
altri bei ceppi di castagno ormai si sono arresi.

Finalmente mi decido! Fermo un vecchio che si appoggia ad un bastone
e gli dico: “Mi scusi, ma che cosa è successo?”
E lui mi fa: “Oh bello ma non vedi,
è l’INVERNO che è arrivato senza nessun permesso!!”

Ora ho capito !
Mi alzo il bavero del mio cappotto,
mi ficco in testa il cappello più giù che posso,
saluto e ringrazio quell’uomo e… allungo il passo verso piazza del Duomo.

Sono convinto che ora qualcuno potrebbe dire:
“Ma questo fatto, da solo, non lo potevi capire?”
Io che son semplice ma non un rimbambito, risponderei:
“Vedi bellezza, oggigiorno le stagioni ruotano come una ballerina,
porti i calzoni corti la sera,
e ti ci vuole cappello e cappotto il giorno dopo di mattina!”
14 febbraio 2012
Gentile redazione, eccomi a proporvi una mia poesia in "lingua madre" ispiratami dal freddo gelido che sembra non volerci abbandonare.
E' proprio passeggiando nella via S.Maria che, vedendo un gatto camminare rasente ai muri delle case quasi stralunato dal freddo, che mi è venuta l'ispirazione di raccontare quello che appariva ai miei occhi.
Spero che questi pochi versi possano destare interesse nei vostri visitatori.
Buona notte a tutti voi.
SAVERIO BATTANI
A m c'àm Schetino e a fai 'l comandant
a v zùr che d'l casin a n'ho fat propri tant.
A bòrd a i ér 'na bionda k'al fév la bal'rina
e me a i avév d'z'is d portarm'la zu, 'n gabina.
A volév k'a m 'nsignas' 'l tang e la mazurca
e po' a i avrést'n fat ank un po' d bunga-bunga.
Ma lé al puntav i pé, al fév la v'rgognosa
a n'ér 'nt'r's'ata a far k'la bèla cosa.
Al volév star putòst 'n z'im, su 'n t la planza,
'nvéza d p'nsar a far con me la danza.
Adora me che da ganz a la volév propri stupir,
a i ho dit: “Me mo a fai l' 'nkin e te, 'ntant, t m mir”
A t voi far v'der che, col motor a tav'léta
a port 'st b'stion kom s'i fus' 'na Lanbréta
A volev far d'omaz al Giglio e ai so isolani
ma a i ho fat 'na caz'ata pèz che 'n z'umani.
A n m'arcordav pu che l' skòi iér lì k'i afiorav
e, 'n quatr e quatr òt adòs a mi fiondav.
A d'ho strus'at tant che ala fin a d'ho rincat
e 'nfrikàt 'n t la nava 'n zir a m 'l son portat.
A m sa che 'l lavor a d'ho fat trop 'n fréta
la carena a s'è sgarata kom 'na scat'léta.
Maladét l' scòi e la bionda moldava
a m sa k'al va a f'nir k'a p'rd'rò la nava.
Tut quest a p'nsav mentr k'a t'l'fonav
e 'ntant la Concordia su 'n t la costa a s sdraiav:
a n stév pù drita, pr d'aqua 'n t la so panza,
mo, pr la mé cariera a d'è persa ogni sp'ranza.
A salvar i pas'zéri quarkdun i dovrà p'nsar
me mo però a n'ho tenp: p'rcos a i ho da scapar;
a m canbi la divisa, ché 'l biank i dà 'n t d'oc',
a n'ho tanti d'i v'stiti, a n son no mia un piòc'.
A i aguant 'l mé PC dat k'a 'n s 'n sà mai,
a salt su 'n t 'na lancia e, kom un tarpon, a m'n vai.
A m'n vai kom ki topi, che la nava, pr primi, i san las'ar,
tant a i sirà quarkdun k'i s darà da far.
Quarkdun k'i m't'rà 'l coraz che a me i m'è mankat
mo a m 'n vai 'n t d'albergh k'a m son propri stankat;
a m 'n vai a durmir ank senza la bal'rina
d 'st lavor ki a s n'arparl'rà, forsi, doman matina.

Ala faz'a d De Falco che a bòrd i m spinzév,
dat k'a n capiv la furia che lù i avév,
a p'nsò d'arspondri che 'l bui i ér 'nzà fit
e che 'l fiank d'la nava i n stév propri drit.
Da t che l' sfaz'at i 'nsistév che su a dovév 'ndar
a i è mancat pogh k'a n'l mand ank a cagàr;
ma dop a i ho fat finta d dari 'nsin arèta
e a m son aviat 'n vèrs la scaléta.
Però la biscagina a d'è là che 'nkamo a m'aspèt,
a i ho mandat tuti a fa 'n culo e a m 'n son 'ndat al lèt.
Mo la Costa a s n stà stranata su 'n t l' scòi
e i n'è 'n bèl sp'tak'l p'rché, a vòi k'a vòi,
le nave a d'èn fate pr portar la zénta 'n zir,
no mia pr stravacàrs e far tuti sufrir;
e 'nvéza d vite umane a d'è costata 'n bel po'
e nis'un 'sta croz'éra i s scord'rà pù, oibò.
A volév dov'ntar un 'nportant comodòr
e 'nvéza, con 'sta caz'ata a i ho pers m'dage e or;
a m sent bastonat kom un kan randaz
a n'avré propri mai p'nsat d far un naufraz.
A m arman solamenta d'apòz d'l popol d Sorént
che d 'st bisk'r d capitan i m par pù che content.
I m diz'n d resist'r e d'aver tant coràz
dat k'a s sa che tant, dop april, al vén senpr maz.
Ma me oramai a m'l sent, a n andrò pù pr mar
nis'un i vorà pù darm 'na nava da guidar;
a n m sarà pù dat d far 'l comandante
dat che d bisk'rate a n'ho fate propri tante.
A m n'andrò cus'ì a Meta, ubligat a arposar
e da me, su 'n t n' scòi, a m m'trò a p'scar;
sp'rand che a nis'un ai vègn vòia d farm un bèl 'nkin
mentr che al mé scòi i pas' trop v'z'in!
A m c'àm Schetino e A I ER comandante
a m sa che d caz'ate a n 'n farò pù tante.
Marina di Carrara 02 febbraio 2012
Giorgio Valdettari 
Mi chiamo Schettino e faccio il comandante
vi giuro che di casino ne ho fatto proprio tanto.
A bordo c'era una bionda che faceva la ballerina
ed io avevo deciso di portarmela giù, in cabina.
Volevo che m'insegnasse il tango e la mazurca
e, dopo, avremmo fatto anche un po' di bunga.bunga.
Ma lei puntava i piedi, faceva la vergognosa,
non era interessata a far quella bella cosa.
Voleva star piuttosto sopra, nella plancia,
invece di pensare a far con me la danza.
Allora io, che furbo, volevo lei stupire,
le ho detto: “Adesso faccio l'inchino e tu mi stai a guardare”
Ti voglio far vedere che, col motore a tavoletta,
guido questo bestione come se fosse una Lambretta.
Volevo far l'omaggio al Giglio e agli isolani
ma ho fatto una cazzata peggio di uno “Tzumani”
Non ricordavo più che lo scoglio era lì che affiorava
e addosso, in quattro e quattr'otto, io mi ci scagliavo.
L'ho picchiato così duro che, alla fine, l'ho strappato,
e, infilato nella nave, in giro me lo son portato.
Penso di aver fatto il lavoro troppo in fretta
e la chiglia s'è aperta come una scatoletta.
Maledetto lo scoglio e la bionda moldava
penso che perderò, adesso, la mia nave.
Tutto ciò pensavo, mentre telefonavo,
e intanto la Concordia sulla costa io sdraiavo:
non stava più diritta per l'acqua nella stiva
e intanto, per la carriera, ogni speranza svaniva.
A salvare i passeggeri qualcun dovrà pensare,
io adesso non ho tempo poiché devo scappare;
mi cambio la divisa, dato che il bianco dà nell'occhio,
ne ho molti di vestiti.....non son mica un pidocchio.
Agguanto il mio PC perché non si sa mai,
salto sopra una lancia e lascio tutti nei guai.
Vado via come quei topi che per primi sanno scappare
tanto ci sarà qualcuno che si darà da fare.
Qualcuno metterà il coraggio che a me è mancato,
vado nell'albergo, mi son proprio stancato;
me ne vado a dormire, anche senza la ballerina,
di tutto ciò se ne riparlerà domani mattina.

Alla faccia di De Falco che a bordo mi spingeva,
poiché non comprendevo la fretta che lui aveva,
pensai di rispondergli che il buio era ormai fitto
e che il fianco della nave non era proprio ritto.
Dato che lo sfacciato insisteva ch'io su dovevo andare,
c'è mancato poco che non lo mandassi a cagare;
ma dopo ho fatto finta di dargli quasi retta
e mi son così avviato verso la scaletta.
Però la biscaggina è ancora là che aspetta
ho mandato tutti a quel paese e me ne sono andato a letto.
Adesso la Costa se ne sta sdraiata sullo scoglio
e non è un bello spettacolo perché, voglio o non voglio...
le navi sono fatte per portar la gente in giro
e non per stravaccarsi e far tutti soffrire;
invece di vite umane è costata un bel po',
nessuno questa crociera scorderà più, oibò.
Volevo diventare un importante “commodoro”
e invece, con questa cazzata, ho perduto medaglie ed oro;
mi sento bastonato come un cane randagio
giammai avrei pensato di fare un naufragio.
Mi rimane solo l'appoggio del popolo di Sorrento
che di questo bischero di capitano mi sembra assai contento.
Mi dicono di resistere e di aver tanto coraggio
poiché, da sempre si sa, che dopo april vien maggio.
Ma io ormai me lo sento, non andrò più per mare,
nessuno vorrà più darmi una nave da guidare;
non mi sarà più dato di fare il comandante
poiché di bischerate ne ho fatte proprio tante.
Me ne andrò così a Meta, costretto a riposare,
e da solo, sopra uno scoglio, mi metterò a pescare;
sperando che a nessuno venga voglia di farmi un bell'inchino
mentre al mio scoglio passa troppo vicino!
Mi chiamo Schettino ed ERO comandante,
mi sa che di cazzate non ne farò più tante.

Marina di Carrara, 02 febbraio 2012
Giorgio Valdettari 
Vi presento un nuovo amico del dialetto carrarino, Giorgio Valdettari, che io ho già avuto modo di conoscere durante diversi concorsi dialettali. Mi ha contattato esprimendo il desiderio di pubblicare sul vostro Blog questa divertente poesia in vernacolo, ma essendo poco esperto nell' informatica ha chiesto il mio aiuto, spedendo a me lo scritto con la preghiera di girarvelo. Io ben volentieri ho acconsentito e sono sicuro che potrà essere un assiduo frequenatore di questo blog. Vi saluto Enzo
Ader la domenica d Pasqua
la zenta a l'entrav n Cesa, tuta 'n montura
ma davanti al porton, propri 'nt'el mez
aier un che i z'rcav la li'mos'na.

I ser str'm'nat 'n tera com n strazz
coi pè incrozati che i parev, Toro Seduto
arent i avev un cagnulin
un di chi bastardin, alti un palm
col pel sbarufat ,che i parev d peza
peda e ossi, i t'rmav com na veta.

Lu 'nveza,anche se setat, a s vedev che ier un omon.
I capedi, che i doveven aver quistionat
con la pet'na da ani
iern d'un bianch sporch, maciati d zad
la barba sal e pep, ai incornizav l'mus com un leon.
Su la boca aier stampat un surisin
fals, com i quatrin d coi.
Sol i oci 'l tradiv'n....
Ciari, d'un zelest slavat
ma vispi, attenti, maligni com 'l libez d'estata.
Anche se i fev finta d nient
a s vedev, che ier un lup, trav'stit da agned.

P'r la li'mos'na i avev na taza, a destra, e un cazarulin a sinistra
'n modo che i piav chi al nessiv ,e chi a l'ntrav.

Na veceta a s fer'mò, e dop aver frucat 'ntel burs'din
ai mis un sold drent la taza
po, al fè do pasi, ma dop aver vist 'l cazarulin
ai domandò spiegazion.

Piat 'n castagna, lù i p'nsò d cavar'sla con la filosofia
e i diss” non dire alla destra quello che fa la sinistra.”
La doneta ai p'nsò un po' su...
Po' a s det na gran pata su la man dizend
“t'ha propri rason! Mir chi! Al quistion'n 'nzà!”
e arpiat 'l suldin a l'entrò n Cesa.

Enzo De Fazio 13 gennaio 2012
Era la domenica di Pasqua
la gente entrava in Chiesa tutta elegante
ma davanti al portone, proprio nel mezzo
c’era uno che cercava l’elemosina.

Era buttato per terra come uno staccio
con i piedi incrociati che sembrava Toro Seduto
vicino aveva un cagnolino
uno di quei bastardini alti un palmo
con il pelo sbaruffato, che sembrava di pezza
pelle e ossi, tremava come un fuscello.

I capelli, che dovevano avere litigato
con il pettine da anni
erano di un bianco sporco, macchiati di giallo
la barba sale e pepe,gli incorniciava il viso come un leone.
Sulla bocca vi era stampato un sorrisino
falso, come i soldi di cuoio.
Solo gli occhi lo tradivano...
Chiari, di un celeste slavato
ma vispi, attenti, maligni come il libeccio d’estate.
Anche se faceva finta di niente
si vedeva che era un lupo travestito da agnello.

Per l’elemosina aveva una tazza, a destra, e un tegamino a sinistra
in modo che prendeva chi usciva e chi entrava.

Una vecchietta si fermò, e dopo avere cercato nel borsellino
mise un soldo dentro la tazza
poi, fece due passi, ma dopo avere visto il tegamino
gli chiese spiegazioni.

Preso in castagna, lui pensò di levarsela con la filosofia
e gli disse” non dire alla destra quello che fa la sinistra”
la donnetta ci pensò un pò su...
Poi si dette un schiaffo sullo mano dicendo
“hai proprio ragione! Guarda qui! Cominciano già a litigare!”
E ripreso il soldino entrò in Chiesa.
Spetta/le Redazione
In questo momento di crisi feroce, alcune persone approfittano della carità cristiana presente in tutti noi per ricavarne il maggior profitto possibile, come questo signore, che io vidi l'anno scorso sul sagrato di una Chiesa, e che mi ha ispirato questa poesia a verso libero. Ve la invio sperando che serva a strappare un sorriso e un attimo di buonumore, ai nostri concittadini angustiati dalla stretta economica.
GESU' BAMBINO I È NAT 'N T UNA CAVA,
PU' D' OTANT ANI FA, LASSU' A FANTISCRITTI

SO' P A' I È UN CAPANAR,
SO' MA' 'NA POV'RA DONA
CH'AL PORT LA RENA E D'AQUA AI CAVATORI,

I ANZ'LI I E'N T' CIAIOLI
CHI HAN DAT LA SVEJA A TUTI I RAVANETI
CON LE BUCINE D'LE MINE...

UNA VOLTA TANT 'L MUGNON I SON
E A N= E' MORT NISSUN,
UNA VOLTA TANT A LE CAVE A DE' FESTA....
D' LA STELA COMETA A NI E' B'SOGN:
LE ZIME D=LE APUANE AL BRID'N COME LUZ'CHE
AI RIFLESSI D'LA LUNA.

QUADRATORI, FILISTI, BAGASC'OTI, LIZATORI
I FAN DA PASTORI...
JE 'N V'NUTI DAI POZI D B' TOGI, DA LE TRINZERE
D CALACATA, DA GIOA, CANALGRAND, BOCANAGLIA, TORAN, DA CAINA, V'ZALA, DAL CAFAZ E DA GRAZAN.

I CANT'N LA SO' ALEGRIA COME 'L SAB'T 'N CANTINA,
ANCH SE OZI I 'N L'HAN PIATA LA PAGA ...
LE DONE AL FAN POLENTA, BACALA' 'NMARINAT,
TAJARIN, CASTAGNAZI, BUCELATI, TORDEDI ...
BUTIGION D VIN E' N=E' P'R TUTI,
MEJ CHE DA STRAPACAPEDI

A NI E' LE PEC'RE, P'RCHE' A D'AVREN BEN POGH
DA ROM'CAR D D'ERBA 'N T'L PIAZAL...
SE MAI DI BONACON ...
MA 'N T' LA CAPANA A JE' UN MUL E UN BO',
E DI CAN E DI GATI E' N=E' ANCH TROPI.
E ZUETE, MERLI, RUSIGNOLI E PARPAJON ...
GIUSE' I N SA' COS'E FAR...
MARIA A DE' CONTENTA,
D LE' BALIE A N'HA ANCH TROPE:
A J E' L'AMELIA D GRAGNANA, LA LEO' D BRIZAN,
LA PIERA D >LE CANALIE E LA IRMA D TORAN.

E MO' A DE' MEZANOTA. A DE' PROPI NATAL ..
E I NASC', I NASC' ... I E' NAT!!
I È PROPRI UN BEL M'NIN.
E I S MIR, I S FA CIAO CON LE MANINE APERTE,
I S CIAM ANCA NO'...
OH CAR, CAR, CAR
METI LE FASC' ULINE, METI LE CAMISINE,
FIANI=L V'DER A SO' MA', CHA D=E' S'F'NITA,
MA AL RID'N TI OCI ...
FIANI=L V'DER A TUTI, A TUT'L MOND ... 'L SALVATOR.
AL SON' N LE CAMPANE D TUTI I CAMPANILI,
AL SON'N FIN= AL MAR ...
DAL PIAN LE CAVE AL P AR'N TUT' UNA LUMINARIA...
FIAC'LE, FALO', LANTERNE, LASSU' E' PAR N'INCENDI,
I MARMI AL PAR CHI BRUS'N ...
CHI BRUS'N D' AMOR.
Mario Venutelli
A l'è 'na v'ceta ch'al par 'na ninina,
a l'à 'na gobeta ch'è pes, puv'rina,
a l'è senza denti, milorcia, cisposa,
a l'è magra e grinzosa,
scassata, mufita ch'è vò la p'nsion...
Ma a s'n vèn zita zita,
cuscì tut i ani, '1 sé d z'nar,
al pig '1 so sac e a s'n vèn a zirar...
Sapet ch'a l'ò vista stanòta a la trea?
A m'er 'ndat quarcò d travers ieri sera...
Propi come '1 nonò i m'arcontav 'nt le fòle,
al v'niv dal ziel ch'a jer tut le stele….
'L sapet ? St'an chi a n l'avev la granata,
ma a s'n v'niv pacifica ch'al parev pagata
su 'n t'un aspirapolvere, eh nò, un bel modern,
ch'ajavev argalat adora adora '1 Padretern
E le', la P'fana, al guidav col telecomando, con 'na man sola!
E 'n t d'altra a d'avev 'na butija d spumante.
Pò la dentiera nova, brilante;
'na b'reta 'n testa a la dighedò p'r cuprirs i bokoli...
altr che'l kasco!
e tut'l fard d farina pr'arfars la pèda
e p'r f'nir dò p'zkoti pr le kokete rosse...
Però, però, al portav i scarpon con le korzole,
un matalò con d'le tope arpuntate 'n ti gom'ti,
i mutandon d cutunina,
'1 gon'don e '1 gr'mbial a quadri,
la scialina, la sciarpa e pò cos?...
Ah si, 'n ombred, d chi verdi, pesi e grossi, da cavatori di tempi 'ndati...
e quel a s'1 strassinav a tracòd, ligat con la funeta, a pikodon...
Zuum, al sc'ndev 'n t'un tec ch'al parev 'na cometa,
al butav i regali 'n t'1 tub d'la stufa (pardon, di termosifon)
e pò via 'n t'un altr p'r far rid'r i m'nin.
Ma 'n t'1 sac a n'jer mia quarche aranzi, dò nozede, un ziret d liquirizia, 'na caruba...
e chi bei kavadin con che me a m' div'rtiv quand a jer pic'lin...
Seaa... A ti er un mitra lanciarazi, un mostroid marziano,
'na bambulina 'ncinta, zent compiuter, dosent videogheim, trezent celulari,
ma nemanch un mekano.
I l'avev'n abulita, i l'avev'n cancelata, anch'da la skola a'I parev sparita...
T vò met'r Haloveen? T vò met'r Papà Natale?
Ma te arvèn li stess, P'fana, vèn. Vèn zù 'n t'la kalza e no 'n television...
Vèn zù tranquila, che ai babi e a le mame, ai ministri e ai maestri e p'nsan nò!
MARIO VENUTELLI
storielle in carrarino



A IER ‘NA VOLTA UN AGN’DIN - CARIN, CARARIN - CHI ER A BER D’AQUA D’L FIUMET, LAZU’ AL PIAN. I S’ER MIS A LAPPARLA AL SICUR, PROPI LI’, UN PO’ PRIMA D’L PONT ZED D GROP’LA… N‘DOVE D’AQUA AL PAREV PU’ CIARA.
LASSU’ AL MONT, ‘N DOV’AIER LA PODA D’L FIUMET, E STEV UN LUP, CHI DOMINAV NICO’ P’RCHE’ I ER FURB COME ‘NA GOLPA, MA EDUCAT, TANT EDUCAT...  PERCIO’ I DOVEV TROVAR ‘NA SCUSA BONA P’R MAGNARS CH D’AGN’DIN, CUSCI’ CARIN E BON, CUSCI’ ‘NOCENTE, FIORED E REDULON…
ADORA ‘L LUP I FE’ FINTA D’AVER SETA E D VOLER BER ANCA LU’… MA ‘N T D’AQUA CIARA, NON ‘ZA AV’LINATA, E  HINAT ‘N T’UN PUNT SOD D’LA RIPA, P’R NON SGUIDAR E FAR VARAR NICO’. PO’ I URLO’ AL’AGN’DIN: “A TE, O BELO, MIR CHE T M SPORCH D’AQUA A SCAGAZZAR, CHE PO’ A S’ATAP ‘L PONT E AL SUCED UN QUARANT’OT”.
L’AGN’DIN, BELLA ME’ OSSA, CON ‘L COR ‘N GOLA I R’SPOS: “MA, VERAMENTE, ME A SON QUAZU’” PO’ I S FE’ CORAZ E CON UN FULININ D VOZA I CUNTINUO’: “BEE… SEMAI T SIRA’ TE A SPORCAR’M’LA D’AQUA CON LA TO’ PISAREDA E ANCH A SV’RSAR ‘N T’L FIUM LA TERA E I SASSI”.
CHI’N L’AVESS MAI DIT! ‘L LUP I S’ARABIO’… CHE PO’ I’ JER QUEL CHI VOLEV: “A TE, O PIUTESSA, NON STAR’MLA A MUSINAR E A ROMP’R’M I COTALI, CON LA TO’ PROTOMETICA. TANT SE ‘L FIUM J E’ SPORCH E I VA D FORA E AL VEN LA FIUMARA, A NJ E’ CANTI, LA COLPA A D’E’ LA TOA, D TO MA’, D TO PA’, D‘L TO NONO’, D’LA TO NONA E D CHI ALTRI LOZI DI TO PARENTI, SI, P’RCHE’ ‘N T’L FIUM DA LE FINESTRE I BUTAT D NICO… CHE CON TUTO CIO’ TE TI BEV DA TANTI ANI…”
CH’LA POV’RA B’STIOLA, TUTA STRUM’LITA DA LA PAURA, OH, PERO’ A S DIFES COL BON SENS CH’AL PO’ AVER UN NININ E AL LUP  I SCIOCCO’: “ MA VERAMENTE ME A SON NAT DA ‘NA STIMANA. E A JO’ ‘N ZA ‘L CATAR BRONCHIALE A BER ST’AQUA CHI… QUANT A ME MA’ A D’HA ‘L MAL D COR P’R L SPAVENT CH’A S’E’ PIATA QUAND  AL VENS  L’ALUVION… E TUTI IL SAN CHE MA’ A D’E’ ‘NA DONA PULITA… E ANCH ‘L ME’ BABO, CARO LEI, CHE PO’ ‘L ME NONO I M’ARCONTAT CHE D’AQUA PRIMA A L’ER PROPI BELA  PULITA E D’LE FIUMANE A N’N V’NIV CUSCI VIOLENTE…”.
‘L LUP A ST PUNT JER PROPRI ‘NFURIAT AL PUNT GIUST: “AH SI? MA DALVERA? NON DIR D’LE BALE, O PAJNO... ADORA I SIRA’STAT  ‘L TO BISNONO O ‘L TO ZIO A SPORCAR ‘L FIUM. E ME A T MAGN LI STESS.!!! AHUM AHUM… “  I SALTO’ ADOSS… O MEJ, I FE’ P’R SALTARI ADOSS.. MA D’AGN’DIN, TUT ‘N T’UN BOT, I  S SCANSO’, PO’ I S L’VO’ LA PEDA, I DOV’NTO’ ‘NA JENA… I FE’ CUSCI’ COL DIT AL LUP E I DE’ ‘NA PRIMA BOTA, DA FARL STRUMULIR.  PO’, COME SA N BASTASS, I DE’ ‘L SEGNALE :  “AVANTI POPOLO,  A LA RISCOSSA.., DIAN’S UNA MOSSA”
A TE’, A S VID ‘NA MAREA D PEC’RE-JENE  CARARINE D’L CENTRO STORICO, V’NIR ZU’ DA CAINA A V’ZALA, DA SAN ROCH AL CAFAZ, DA GRAZAN E DAL PIOC … TUTE ‘N FURAZ , TUTE COI DITI ‘N SU, CHE A D’ URLAV’N :
“IL MORBO INFURIA (VELENI E POLVERI, TUMORI..), IL PAN CI MANCA (CHIUSURA DI AZIENDE E DISOCCUPAZIONE GALOPPANTE NONOSTANTE LE INCREDIBILI RISORSE DEL TERRITORIO), SUL PONTE IL POPOLO COL CAVOLO  SVENTOLA BANDIERA BIANCA… A T’LA DIAN NO’ LA PAGA! A TE E A TUTI QUELI COME TE!



DA CH’L DI, A CARARA, AL MONT E AL PIAN, ….
MMAAHH! F’NIN’LA CHI CH’AL SIRA’ MEJ…
D’L REST, D’LA STORIA ‘L REST, I E’ TUT DA R’SCRIV’R.

Italia Nostra

La nota al cuminz a sculurir
e 'l sol i s'afaz 'n Pianamaz
p'r 'l cavator adè ora d partir
adè un'altra zornata d coraz!

Mentr i mont al mont la matina...
E d'alba al tinz 'l Sagr 'n rosa
i pens con afet a la m'nina
che i ha lassat 'n let con la spòsa.

Ma a ni è temp p'r 'l sentiment!
P'rcos i è rivat 'nt'l piazal
un'aquila al vol... Alta 'nt'l vent
squasi com al fuss un general!

'L marm d'un bianch dilicat
al toch cavar, con sudor e con fatiga
dal mont, che 'l tegn a sé ligat
p'r Carrara, adè na sfida antica!

Ma d colp a s sent un'ulular...
D mugnon sonati a pù a n poss...
La Morta, adè sesa 'nt'un piazal!
E 'l marm la...I dovent ross.

Enzo De Fazio

Pubblicata su consenso dell'autore.
Complimenti Signor Enzo, veramente una bella poesia.
storielle in carrarino
Vintitré Dizembr. Drent a ca' mia a stai sprofondat su la mè poltrona; Vzin a mé la moia ch'a'l stir. A lass pr'un moment 'l mè giornal p'r metr menta a d'albr de Natal. Mirand le padine colorate, a m' s'apizc 'n tl' p'nser un arcobaleno de cont'nteza chi m' dà la frenesia! A m'arven'l desideri d'un temp luntan, squasi scordat. ...I pani da stirar i 'en'nza f'niti... La moia a s'asset v'zin a mé! Che tenereza ch'a'm pig, che sapor quest'abraz: i m' dà 'l calor d'un foc e a son lizer com un' straz! Po', una careza, un bas ardent e carnal! Finalmente qualc'ò d' sta vita p'r'un moment i val!: QUANT 'I M' PIAZ ST'ALBR DE NATAL!!

Saverio Battani
Ventitré Dicembre.
Dentro casa mia sto sprofondato sulla mia poltrona;
Vicino a mé la moglie che stira.
Lascio per un momento il mio giornale
per metter mente all'albero di Natale.
Guardando le palline colorate, mi s'appiccica nel pensiero
un arcobaleno di contentezza che mi dà la frenesia!
Mi ritorna il desiderio di un tempo lontano, quasi dimenticato.
….I panni da stirare sono già finiti….
La moglie si siede vicino a me!
Che tenerezza che mi prende, che sapore quest'abbraccio!:
mi dà il calore di un fuoco e son leggero come uno straccio.
Poi, una carezza, un bacio ardente e carnale!!
Finalmente qualche cosa di questa vita per un momento vale!
Quanto mi piace quest'albero di Natale!!

(Traduzione dal dialetto by Saverio Battani)
Poesia in verncolo "L Re di Re"

Una nota, com l'nciostr d'una sepia

'nt'una stada, meza scalamata
un ninin, iè nat 'nt'una grepia
una steda con la coa adà signata.

Betlemme i s trov 'n Palestina
'l sacr libr su quest iè stat ciar
dov al vens la nascita divina
a i fa un cald, che aiè da sofogar

'L Re di Re iè nat mendicante
ric sol d'amor e d'umiltà
la lezion che i sa dat adè 'mportante
ma anlà capita, meza umanità!

Noialtri pò, a sian stati di campion
p'r far tut al contrari. A la r'nversa
abian stravolt le nostre tradizion!
La so parola oramai, a l'abian persa.

A Natal p'r noialti ai vò la strenna
sul presepe ai meten la neva
Santa Claus i viaz con la renna
e al pastor ai fian sonar la Piva.

A s sian scordati la P'fana
che al sendev d nota dal camin
senza sporcars neanche la sotana
p'r portart un dolzet, e un mandarin.

S'met'enla d far questa figura
artornan a le nostre tradizion
al mond abian dat la cultura
non seguin i altri, com di capron!

Zercan d'artrovar la direzion!
'l Natal adè la festa d'umiltà!
Smete'nla d sprecar di bagaron!
Compran qualcò! Ma sol a chi a ni nà!

 Enzo De Fazio

Spett.le Redazione
Anche in questo momento di crisi sia sociale, che economica, in occasione delle feste Natalizie, la gente si fa prendere dalla frenesia consumistica, di fatto stravolgendo il significato della festività. Anche la nostra spiccata esterofilia, che ci porta a copiare gli altri altera in modo irreversibile le nostre tradizioni, tanto che i nostri figli e nipoti ne sono completamente all'oscuro. Ho composto questa piccola poesia in vernacolo per cercare in modo molto bonario di riportarli sulla retta via, anche se ormai penso che sia troppo tardi. Augurandovi un felice Natale e uno splendido anno nuovo vi saluto. Enzo De Fazio.
Quand a ier un ninin e a mirav da'la finèstra d'la mè camreta vers 'l mont, a m'ninav un sogn drent d'mé;
i'er st' chì:
"S'A DOVESS ESSR QUALC'O' 'N NATURA, COS A PODRE' ESSR?
- 'l ciel iè trop grand,
- le stèle trop luntane,
- 'l sol trop cald e le nuv'le al'cambi'n sempr,
- d'acqua al viv 'n t'la tera,
- i albri e le montagne i'en fèrmi.

Sì, a i'hò dècis: A SIRO' 'L VENT !
- Còm 'l vent, a poss esplorar 'l ciel apert, e volar su stà bela Carara,
- a poss abrazar 'l sol senza scotarm anch s'i'iè cussì cald,
- a poss zocar con d'acqua 'n Marina e arzirar le onde vers Massa,
- a poss spinzr mé, via le nuvle da 'la Maestà,
- a poss smovr i albri anch s'i stan lì fèrmi e ombrosi sul viol vers il rifugio CAI,
- a poss acar'zar le montagne 'nsina sui cucuzli pù alti, 'nsina su'l Mont Sagr,

SI, A'N'HO DUBI, S'A DOVESS ESSR QUALC'O' 'N NATURA A VORE' ESSR 'L VENT, QUEL CHI SOFI SU' 'N CAMP'CECINA !
(Libero adattamento by Saverio Battani)
Quando ero un bambino e guardavo dalla finestra della mia camera verso il monte, cullavo un sogno dentro di me; era questo:
""SE DOVESSI ESSERE QUALCOSA IN NATURA COSA POTREI ESSERE?""
- il cielo è troppo vasto,
- le stelle troppo lontane,
- il sole troppo caldo e le nuvole cambiano sempre,
- l'acqua vive nella terra,
- gli alberi e le montagne sono fermi.

Sì, ho deciso: SARO' IL VENTO !
Come il vento, posso esplorare il cielo aperto e volare su questa bella Carrara,
- posso abbracciare il sole senza scottarmi anche se è così caldo,
- posso giocare con l'acqua a Marina e rigirar le onde verso Massa,
- posso io spingere via le nuvole dalla Maestà,
- posso smuovere gli alberi anche se restano fermi e ombrosi sul viottolo verso il rifugio CAI,
- posso accarezzare le montagne fin sulle cime più alte, fin sul Monte Sagro,

SI, NON HO DUBBI, SE DOVESSI ESSERE QUALCOSA IN NATURA, VORREI ESSERE IL VENTO, QUELLO CHE SOFFIA SU' IN CAMPOCECINA !!

by Saverio Battani
S'a 's stess un po' pù atenti ai pichli p'nseri che mò a v'diz, a sirestn pù contenti.

- Ridr cussì forta da fart mal le masède e atirar 'n "Piazeta" l'atenzion d'la zenta.
- 'L profum d'l'asugaman cald dop una bela docia.
- Una ciac'rata senza p'n'seri coi tò amici al bar d'l Leon D'or.
- Mirar 'l cél d'nota 'n piaza Farini e p'nsar che le stéde al sibin buchi d'n'dov a
d'entr la luce d'l'N'fnit.
- Azéndr la radio propi 'n t'l moment chi son'n la tò canzon preferita.
- Starsn 'n let sdraiati,'n cà a Putrignan, e s'ntir 'l rumor d'la piogia.
- Magnars pian, pianin un vaset d'Nutela comprat 'n't la botega al pont d'la Busia.
- L'vars le scarpe stréte e caminar a pé nudi 'n't dèrba d' piaza D'Armi.
- 'N'crozar, 'n via Ghibelina, 'l suris d'una p'rsona che nèmanch t'conos.
- Trovar un bigét da 50 euri 'n't'l matalò d'l'n'vern pasat.
- Ars'ntir al telefono, dop tant temp, la voza d'un figiol chi lavor 'n Franza.
- S'ntir, passand da Grazan, la risata d'un ninin!
- Mirar i oci pieni d' riconosenza e d'comozion d'un vec as'tat sul porton d'cà
'n't'la Cariona!

A N'E' FORSI VERA CH'AL PO' ESSR BELA LAVITA ?!

by Saverio Battani
Se si stesse un po' più attenti ai piccoli pensieri che ora vi dico, saremmo più felici.

- Ridere così forte da farti male le mascelle e attirare in "Piazeta" l'attenzione della gente.
- Il profumo dell'asciugamani caldo dopo una bella doccia.
- Una chiacchierata senza pensieri con i tuoi amici al bar del Leon D'oro.
- Guardare il cielo di notte in piazza Farini e pensare che le stelle siano buchi da dove entra la
luce dell'Infinito.
- Accendere la radio proprio nel momento in cui suonano la tua canzone preferita.
- Starsene a letto sdraiati, in casa a Potrignano, e ascoltare il rumore della pioggia.
- Mangiarsi pian pianino un vasetto di Nutella comperato nel negozio al ponte della Bugia.
- Levarsi le scarpe strette e camminare a piedi nudi nell'erba di piazza D'Armi (magari!)
- Incrociare, in via Ghibellina, il sorriso di una persona che nemmeno conosci.
- Trovare un biglietto da 50 euro nel giubbotto dell'inverno passato.
- Risentire al telefono, dopo tanto tempo, la voce di un figlio che lavora in Francia.
- Sentire, passando da Grazzano, la risata di un bambino!
- Guardare gli occhi pieni di riconoscenza e di commozione di un vecchio seduto sulla soglia di
casa nella Carriona!

by Saverio Battani
Punti di vista
Quant i t'nan fat pov'r Carion
'n mili ani d storia, e anch d pu
ti ha fat 'l cad a queste situazion
ma me al to post, a i darè su

d marm, e d rumenta, i t'han copert
'l loz ,i t'l butav'n a laton
com na ciavica cussì, senza 'l coperc
t sen dove'ntat 'l regn del tarpon!

La colpa i t'han dat dla aluvion!
e non p'r 'l sagat d sti monti!
P'r magnars un po d bagaron
i han sbrisat, e arfat do o tre ponti.

Un zerv'don po i han incaricat
'l cors del to let aridisegnar
qualcò i dev aver sbaiat!
Se una cà a l'ha decis d franar.

T'l vò un cunsig? Lasli bisotar!
A te 'nt'fan nient! T sen 'nzà mort!
I saran lor che i avran da tribolar!
P'r saper chi adà rason, e chi adà 'l tort.

Enzo De Fazio
Quante te ne hanno fatto povero Carrione !
'In mille anni di storia, e anche più
ci hai fatto il callo a queste situazioni
ma io al tuo posto ci darei su

di marmo e di rifiuti ti hanno coperto
il sudicio te lo buttavano a secchi
come una fogna senza il coperchio
sei diventato il regno della pantegana!

Ti hanno dato la colpa per l'alluvione!
E non per lo scempio di questi monti!
Per mangiarsi un pò di soldi
hanno abbattuto e rifatto due o tre ponti.

Un cervellone poi hanno incaricato
di ridisegnare il tuo corso
qualcosa deve avere sbagliato
se una casa ha deciso di crollare.

Lo vuoi un consiglio? Lasciali dire!
A te non possono farti niente! Sei già morto!
Saranno loro che dovranno tribolare
per sapere chi ha ragione, e chi ha il torto.

Spetta/le Redazione
In occasione dei recenti tragici alluvioni che hanno interessato località a noi vicine, ho assistito al solito scaricabarile dei politici che si affannano a dire che erano eventi imprevedibili, addirittura scaricano la colpa sui fiumi come se fossero persone. Così ho voluto "incolpare" il nostro Carrione di tutte le malefatte di noi uomini, tanto lui, continuerà imperturbabile il suo corso come ha fatto da millenni.
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