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Nella valle di luce

Itinerari lucchesi
Certe storie vanno raccontate e questa è una di quelle. Sono le 6.30 di  sabato dodici gennaio, tiro su la tapparella e guardo fuori dalla finestra. La mattina è fredda ed è ancora notte, fitte fitte le stelle brillano nel cielo terso come puntini luminosi. Non c’è la solita frenesia dei giorni lavorativi, tutto è fermo, immobile, la cittadina dorme ancora. Mi preparo e raggiungo il solito bar per il caffè. Voglio arrivare a Cardoso prima delle otto, perché tra quell’ora e le dieci si può assistere a uno spettacolo unico nel suo genere. In quell’intervallo, la luna  piena a ovest scende dietro Volegno, e il sole a est, entra nella spaccatura tra i monti Nona e Procinto. Giungo al paese che è da poco giorno, ma essendo circondato dalle Apuane rimane avvolto in una semi-oscurità, una penombra misteriosa e nello stesso tempo affascinate. La macchina segna zero gradi, nelle case del borgo le stufe ardono legna, e dai comignoli fuoriesce un fumo denso e grigio. Mi avvio lungo la strada che sale tra le abitazioni, dalle finestre appannate s’intravede all’interno una flebile luce giallognola e l’aria rarefatta profuma di caffè. Fuori non c’è ancora nessuno, solo un bastardino dal pelo raso, rossiccio e dal muso simpatico abbaiando inizia a seguirmi e averte i paesani della mia presenza. Così, mentre rasento una casa, una mano magra e ossuta scosta dai vetri una tendina mostrando un uomo sull’ottantina dal viso rotondo, arrossato e dai capelli grigi. Con un cenno reciproco del capo e un sorriso ci salutiamo, e mentre proseguo, mi chiedo il perché in montagna quando ci s’incontra, ci si saluta; mah! Cammino, e rifletto su quest’ultima cosa, e il cane che nel frattempo aveva smesso di abbaiare continua ad accompagnarmi riprendendo a far sentire la sua rauca voce rompendo il silenzio nella vallata. Si vede che non gli sto troppo simpatico, ancora pochi passi, scantono l’angolo, oltrepasso la chiesa, lascio il centro abitato e non avverto più la sua presenza, la piccola bestiola smilza e dalle orecchie all'ingiù ha smesso di seguirmi. Attraverso la strada, entro in un campo ghiacciato, l’erba spezzandosi scrocchia sotto i miei scarponi, e nel terreno verde e biancastro di brina rimangono le mie impronte. Salgo l’ultimo tornate e raggiungo sulla destra una piccola radura rivolta a ovest. Ora sono abbastanza in alto e da questo punto posso ammirare l’enorme luna d’argento. Così grande e vicina dava l’impressione che se avessi allungato la mano avrei potuto toccarla. Il suo bagliore rischiarava la cima del Forato, della Pania e tutta la valle sottostante. Adiacente a un fienile fumante, un miagolio per un attimo attira la mia attenzione, nell’angolo, scorgo un gatto nero intento a leccare nella scodella ghiacciata riflessi di luna. Poi il mio sguardo corse rapido nuovamente sulla perla luminosa che nel giro di pochi minuti sparì dietro la sella del monte lasciandomi senza fiato. Pace profonda e solitudine, qualsiasi altra parola o descrizione sarebbe superflua, certe emozioni, vanno provate e vissute. Dopo una breve pausa ridiscendo fino a risalire dall’altra parte del versante per raggiungere il sito prestorico conosciuto come i “ Pennati di Trogna”. All’incirca ho poco più di un’ora prima di assistere all’incredibile spettacolo del sole. A passo deciso mi avvio per il sentiero che sale tra i castagni e in quaranta minuti, arrivo alla pietra delle incisioni. Questo posto è sicuramente un sito sacro, un luogo magico, di profondo rispetto, dove bisogna saper recepire, questo incantesimo, questo fascino. Non a caso in questa valle siamo circondati dall’arco carsico del Monte Forato, (il monte con il buco)da interpretare forse come simbolo femminile e il Monte Procinto, monolite roccioso da interpretare come simbolo fallico. Dietro svetta la regina delle Apuane, la Pania della Croce, vetta sacra ai Liguri Apuani conosciuta come il monte Pen, e dai romani Pam. Una riflessione va fatta anche su l’etimologia di questi due monti, Procinto e Nona. Il primo richiama il significato che sta per accadere nell’imminente qualcosa, ( essere in procinto di…e quel qualcosa potrebbe essere il sole nascente tra queste due montagne che illuminerà con la sua luce il nuovo giorno nella valle. Sarà un caso ma siamo a ridosso del paese di Volegno il cui nome derive da Belenio che in ligure apuano significa sole. Il secondo, il Nona potrebbe avere un legame con le Calende, le Idi e come suggerisce la radice del nome ( monte Nona ) dalle None, che cadevano il nono giorno davanti a quello delle Idi. Quini facendo un ragionamento potremmo pensare e il condizionale è d’obbligo che : oggi è il dodici gennaio, e ovviamente c’è una disavanzo di tre giorni rispetto al nove, quindi, forse un tempo gli antichi avevano un anno solare più breve rispetto il nostro. ( ripeto, quest’ultima è sola una teoria prima di fondamento).
Sono le dieci, dietro le due montagne s’intravede il bagliore luminoso del sole, passano i minuti e la luce si fa sempre più forte. Ci siamo quasi, è questione di poco, ed eccolo in mezzo alla spaccatura del Nona e Procinto. Sono attimi bellissimi, il primo raggio di sole filtra dalla fessura e illumina la valle sottostante. La sua luce ora è accecante, non riesco più a guardare in quella direzione, intorno a me è tutto buio. Rimango immobile, sento soltanto la mia Sony, posizionata poco prima sul cavalletto che scatta di continuo per fermare quegli attimi emozionati e magici. Con il passare dei minuti la vista si rischiara, scorro il monitor della mirroreless, a prima vista mi sembra che ha svolto un egregio lavoro, che sarà poi confermato al rientro guardando le immagini sul pc. In questo punto si trova il torrione di roccia conosciuta come il sito dei “ Pennati di Trogna”. Su questa grande pietra sono state rinvenute incisione molto antiche che raffigurano l’arma dei Liguri Apuani; il pennato, simbolo attributo al dio Etrusco-Romano, “Silvano” il signore della selva. La datazione precisa risulta, difficile da farsi su queste incisioni uniche in tutta Europa; alcuni di questi pennati riportano il segno della croce, quindi databili all’epoca romana cristianizzata. Chissà se i nostri antenati si riunivano proprio su questa rupe alzando l’antica arma al sole nascente in segno di ringraziamento per un nuovo anno fertile. Come sappiamo l’antico attrezzo ha origine etrusche e non serviva solo come arma da combattimento, ma anche come attrezzo da lavoro. Tra queste due montagne  nasce la sorgente “moscoso “ che da origine al fiume Versilia che darà il nome all’omonima valle sottostante. Troppe cose coincidono in questo luogo: nel solstizio d’estate, il sole entra nell’arco carsico del Monte Forato, e nel solstizio d’inverno tocca alla luna passare attraversare quella cavità naturale. Tutte queste teorie secondo noi confermano la sacralità del luogo, non può essere tutto un caso. A pochi minuti da questo torrione roccioso un viottolo sale alla nostra sinistra tra i castagni e conduce all’eremo di San Leonardo. Il sentiero è ripido ma breve, ma quando si arriva alla piccola costruzione, si è ripagati dalla fatica. La Pania, massiccia di sola roccia davanti a noi guardandoci dall'alto ci fa sentire piccoli piccoli.
·         Eremo di San Leonardo – patrono dei briganti.
Il piccolo oratorio romanico è di datazione incerta, presumibilmente risale al XI-XII secolo; durante la visita pastorale del 1467 appare come luogo consacrato ma in forte stato di abbandono, a testimonianza di un origine ben più antica, E come ben sappiamo molti di questi edifici nascono sulle rovine di altri siti più antichi. Chissà se anche in questo luogo ci sarà stato un  simbolo pagano che i nostri antenati veneravano proprio in questo giorno al nuovo sole nascente. L’eremo è dedicato a San Leonardo, uno dei santi maggiormente venerati nel medioevo, considerato il patrono delle partorienti e dei carcerati, per il privilegio concessogli dal re dei Franchi, Clodovero, di liberare i prigionieri che avesse ritenuto innocenti. L’oratorio era il punto di riferimento dei fedeli di Casamente, paese che venne messo a ferro e fuoco da Castruccio Castraccani intorno al 1350, come testimonia una traduzione orale giunta fino a noi, con fondamento storico. Dai tempi immemori è luogo della festa di San Leonardo che si svolge durante la Pasqua delle Rose ( Pentecoste ). Luogo antico e mistico dove il paese di Cardoso rinnova annualmente la quasi millenaria tradizione come mirabilmente descritta dal maestro Pasquale Ancillotti. “ Profumi, colori, canto d’uccelli, comitive festanti, banchetti piazzati qua e la sopra cianfrusaglie varie, dolciumi, bibite, gelati, rintocchi giulivi, rovesciati a grappolo sulla folla della campanella della chiesetta”
Cardoso 12 gennaio 2020
N.B
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