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Proverbi quotidiani

Dialetto
Il mistero del dialetto “carrarino”

Spetta/Le Redazione
Sono innumerevoli i detti e i proverbi in dialetto carrarino, ma per non  rischiare di essere noioso io terminerei la serie con questo articolo.  E' chiaro che se i nostri lettori manifestassero il desiderio di  continuare, sarei ben contento di esaudirli.


Anche per quello che riguardava il vivere quotidiano, le genti Apuane non sono state avare di detti e proverbi.
  • Una mà al fa per zent fioli, zent fioli i n fan p’r una mà una madre fa per cento figlioli, cento figlioli non fanno per una madre. Purtroppo niente è più vero che questo proverbio. Forse dovuto anche a un istinto evoluzionista, atto a salvaguardare la nostra specie. L’istinto di una madre la porta a sacrificarsi in tutti i modi per il benessere dei propri figli, ma spesso, quando è il momento di ricambiare, l’amore figliale non è altrettanto potente.
  • Del resto la mà che al fa, an fa d tute le qualità la madre che figlia ne fa di tutte le qualità. E’ evidente che se fosse per la madre i propri figli sarebbero tutti alti, belli, bravi e intelligenti, ma purtroppo non è così, e qualche volte la madre si pente del figlio che ha messo al mondo.
  • Anche per il padre non mancavano i proverbi, adè mei che al pianz ‘l fiol che ‘l bà è meglio che pianga il figlio che il padre.
  • Spesso una punizione o un divieto, fanno piangere i figli, ma evitano che per una loro azione avventata, lo faccia il padre. Iè tut so pà è tutto suo padre proverbio che si presta a due interpretazioni, una per dire che il figlio assomiglia fisicamente al padre, l’altra a significare che hanno lo stesso carattere e temperamento.
  • La saggezza popolare di un tempo, prendeva spesso come esempio gli animali domestici, rapportando il loro comportamento, e le loro azioni, con quelle che gli umani dovevano, o non dovevano fare. Così era scontato che la gata furiosa al fa i gatin ciechi la gatta furiosa partorisce i gattini ciechi a significare che spesso la fretta è una cattiva consigliera. Ma un bon mic ’n bev anch tre seci un buon asino ne beve anche tre secchi, a significare che la calma e la pazienza possono risolvere situazioni che a prima vista sembrano impossibili, come un asino che beva tre secchi d’acqua. I magn com un porc mangia come un porco. Anche qui vi è il doppio significato, per indicare la quantità di cibo, ma anche l’estrema voracità con conseguente sbrodolamento tipico del maiale. In una società patriarcale, dove sotto lo stesso tetto erano ospitate anche tre generazioni, non si vedeva di buon occhio che un figlio maschio pensasse di mettere su una propria famiglia in un altro luogo. Così la ragazza, che tentava il figlio, era oggetto di un proverbio scurrile. Al tir pu un pel d figa che zent para d bo tira più un pelo pubico femminile che cento paia di buoi.
  • Nella Carrara di un tempo nulla era più potente di un paio di buoi aggiogati, escluso appunto, le arti di seduzione di una ragazza. L’uomo che osava compiere questo vero e proprio affronto alla famiglia era fatto oggetto di accostamenti con cose o animali, che nell’immaginario collettivo del tempo erano considerati, di poco valore, o poco intelligenti. Lulì iè propri un parpaion quello lì è un pipistrello o ancora, lulì ie tond com un rapin quello lì è tondo come un rapino, oppure lulì ie propri un ghiozz quello lì è proprio un ghiozzo. Questo pesce un tempo comunissimo nelle acque basse vicino alle scogliere della nostra marina, è da sempre considerato un pesce sciocco perché di facile cattura.
  • Anche le donne erano paragonate a cose o animali lelì al par na batoreda quella lì sembra una battorella. La battorella era un antico strumento di legno, composto di due listelli che battendoli ritmicamente uno contro l’altro produceva un suono ossessivo, è facile l’allusione con una che parla sempre. Mentre se adà ‘l zerved com na gadina ha il cervello come una gallina vuol dire che certamente non brilla per l’intelligenza.
  • Di una pettegola maldicente si diceva che adà na lengua che al tai e al cus ha una lingua che taglia e cuce. Anche l’aspetto fisico delle ragazze era oggetto di pesanti apprezzamenti in dialetto lelì al par fata col p’nat quella sembra intagliata col pennato. Questa specie di roncola ricurva, era l’arma degli antichi Liguri Apuani, e ancora oggi e comunissima a Carrara, per lavori nel bosco o giardinaggio, ma è evidente che non è uno strumento atto a scolpire il legno, per cui un’opera d’arte fatta con quest’ attrezzo, sarebbe orrenda.
  • Quando un uomo era male in arnese, si diceva che iè cunz com Sain concio come Saino. Su l’origine di questo proverbio sono molte le spiegazioni, alcune improbabili, altre con un possibile fondo di verità. Una delle più accreditate vuole che il motto derivi dal martirio di San Bartolomeo, che la tradizione vuole che sia stato scuoiato vivo, e la sua pelle conciata, da qui il “cunz” che in dialetto vuole dire concio, ossia conciato.
  • La fosa al ven dal camp la fossa viene dal campo questo proverbio voleva significare che, ad esempio una moglie spendacciona, non spende i suoi denari ma quelli del marito ossia della famiglia.
  • Per una persona cui piace “sblagonar” ossia ambiziosa pur essendo indigente si diceva che ain fuss, quant a ni né che c’è ne fosse quanti non c’è ne, Il dialetto carrarino, come del resto tutti i dialetti, è stato oggetto di cambiamento in alcuni suoi vocaboli nel corso dei secoli, per adattarsi al vivere quotidiano. Così molti detti o proverbi sono caduti in disuso, semplicemente perché il fatto cui si riferivano non esiste più.
  • Un esempio è il detto usato quando una persona aveva corso un pericolo mortale. Al mancò pogh e i s cavass da pagar d’est’m C’è mancato poco che si levasse da pagare l’estimo.
  • Nel Medioevo, di solito il capofamiglia, e i suoi figli, dovevano pagare l’Estimo, una specie di Irpef antica, che cessava con la morte del soggetto. Zent padron, cativ garzon Cento padroni cattivo garzone. Quando un operaio cambia troppe volte il datore di lavoro, significa che la causa è lui. P’r non pistar ’l cavad i bat la sela per non picchiare il cavallo picchia la sella. Spesso i padroni di cava, che non erano contenti dell’operato dei loro capi cava, sgridavano gli operai perché il diretto interessato capisse. Fam Fator un an, se a p’rirò al sirà me dan Fammi Fattore un anno, se non guadagnerò sarà mio danno. In quel mondo, in cui l’economia girava attorno all’agricoltura, la mezzadria era diffusissima, e i mezzadri erano controllati dal Fattore che faceva le veci del padrone, ma che certamente non disdegnava di “arrotondare” i suoi guadagni vessando i suoi sottoposti. ‘L dotor pietos i fa le piaghe puzzolenti il dottore pietoso fa le piaghe puzzolenti.
  • A significare che i problemi vanno affrontati e risolti alla radice, prima che s’ingigantiscano, e risultino irrisolvibili. Infine i sa pu un mat a ca soa che un savi a ca di altri Sa più un matto a casa sua che un savio a casa degli altri. Ossia che le cose di famiglia le sanno solo i suoi membri, anche se matti. Purtroppo la maggior parte di questi proverbi, e con essi il dialetto carrarino stesso, sta lentamente scivolando nell’oblio, sostituiti da slang anglosassoni, o francesismi ora di moda, ma che nulla hanno a che fare con le nostre tradizioni millenarie. Anche la mia speranza di salvare il dialetto, diventa ogni anno sempre più flebile, destinato come me, a sparire senza lasciare traccia, nelle nebbie del tempo.
 
 
Mario Volpi
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