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Ilario Bessi

Persone illustri
Ilario Bessi l'ultimo "artista" della Fotografia
Ilario BESSI, è nato a Carrara, (20-2-1903 / 25-7-1986), in località Vezzala. Ilario Bessi era ancora uno sbarbato quando fu richiamato militare dal 1920-1923 ,non pensava ancora alla fotografia anche perché in Italia la tecnologia era, rispetto all’America, alle prime armi nei confronti dei professionisti: esistevano piccole macchine fotografiche, quasi da gioco. Quando da militare, cercavano un fotografo professionista, si offerse con una piccola menzogna, pensando di impadronirsi dell’arte, studiando la notte sulla guida allegata alla macchina che le avevano offerto. Il mattino se anche non professionista come avrebbe voluto essere, si cimentò con successo negli scatti, tanto da pensare che una volta congedato poteva continuare a fotografare, dal privato al commerciale. Così avvenne, al congedo creò uno studio a Marina di Carrara, in Ruga Maggiani e si diede permanentemente alla fotografia. Bessi si immedesimò al rapporto tra fotografia e arte, portando la fotografia come strumento di reportage, fino alla fotografia di massa e all'uso di questa da parte delle avanguardie artistiche. Io personalmente, molti anni dopo, mi feci fotografare proprio da Ilario Bessi, nel suo studio di via Mazzini, nel Palazzo del Politeama, il 15 agosto 1946, avendo tuttora tale ritratto, sul quale mi sviluppò anche alcune foto tessera per la carta d’identità. Quindi continuando, di bene in meglio ed ormai quale professionista Ilario Bessi si appropriò di questa grande arte di fermare il tempo in momenti della vita, spesso indimenticabili ed ha sempre amato il mondo della fotografia e la possibilità di catturare un momento, un attimo, una sensazione tramite un semplice scatto. Lo incontrai, la prima volta, credo nel 1949-50 sul treno, corse effettuate ancora dalla Marmifera, sulle cave per la ripresa del film “Figli di Nessuno”, con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson regista Raffaello Matarazzo e tutta la compagnia cinematografica. Bessi era intento in discussione con certo Rodolfo Lombardi, il fotografo della “troupe”. (Lo stesso fotografo che Bessi aveva incontrato sul treno della Marmifera, ora era a Monzone per il film “La catena dell’odio”, sempre con Nazzari e Ursula Andress).Edizioni pubblicate da Ilario Bessi :
- Volume con foto di Bessi “Luci di Marmo” (e testi di Romano Bavastro, Rosaria Bertolucci e Vittorio Payer), Ediz. Pacini, Pisa 1989 - con il personaggio in copertina, del "Bagascio", il giovanissimo tuttofare del cavatore. Al termine del viale, di spalle al mare, opera in marmo statuario di  Felice Vatteroni, prospetticamente sul lungomare, al centro del viale XX Settembre (vedi Storia del Viale XX Settembre); ed anche un Ristorante così denominato, qualche metro prima, in via Genova.
IlarioBessi, “Un Fotografo in città, Carrara, 1946-1980”, Libro fotografico e documentario sulla trasformazione del territorio del comune di Carrara dal dopoguerra agli anni 80, visto attraverso immagini inedite del noto fotografo carrarese Ilario Bessi. Un percorso nella storia urbanistica, sociale e di costume di una provincia italiana.

Gli anni della sua vita

1903 Nasce a Carrara
1923 Comincia la sua attività di fotografo lavorando per la costruzione della torre Fiat
1925 Esegue per la stessa una fotografia su un faro di un'automobile Balilla , che la Fiat impegna per il 50° anno di fondazione nella copertina del volume stampato per lìoccasione.
1926 Apre a Marina di Carrara il primo studio fotografico
1929 Rileva lo studio del fotografo Carlo Valenti a Carrara
1931 Alla Mostra Nazionale di Bolzano riceve la grande medaglia Vermeille
1934 Medaglia d'argento alla mostra dell'Accademia di Belle Arti di Carrara
1935 Medaglia d'oro alla mostra dell'Accademia di Belle Arti di Carrara
1936 Mostra personale all' Accademia di Belle Arti di Carrara
1938 Riceve il 3° premio alla Mostra Nazionale del paesaggio di Lucca.
1939 Vince il concorso indetto dal Ministero della Cultura Popolare per il miglior fotografo della provincia di Apuania nello stesso anno viene nominato corrispondente fotografico per la rivista  Italia Mare.
1940 Arturo Dazzi lo incarica di eseguire le fotografie dei lavori scultorei per il monumento  a Guglielmo Marconi, ed inoltre un documentario cinematografico assieme al registra Krimer. Da questo incontro nasce un rapporto di amicizia e di lavoro con Arturo Dazzi pittore e scultore.
1941 Viene nominato corrispondente
1946 Si iscrive al primo corso di Ottica presso l'Istituto Nazionale di Ottica di Arcetri in Firenze e ne consegue il diploma.
1947 Ha l'incarico ufficiale del quotidiano La Nazione come fotoreporter della provincia
1950 Realizza un cartello d'arte per la Famiglia Artistica Carrarese
1951 E' nominato dall'Istituto Tecnico Commerciale Statale di Carrara fotografo ufficiale per documentare i numerosi viaggi in America e nell'Europa Occidentale-
1953 Realizza un documentario artistico sulla Cena di Leonardo da Vinci. Nello stesso anno ha la nomina di corrispondente del Cinegiornale Mondo Libero. Inviato speciale all'isola D'Elba per il disastro del Comet che riuscì per primo a fotografare e filmare.
Diventa fotografo dell' Henreaux, un famoso laboratorio di scultura frequentato dai maggiori artisti
( Moore, liptz, Arp, Zadkin )
1961 Produce e dirige un importante documentario sulle cave di marmo ed uno sulle Alpi Apuane, a seguito di un concorso internazionale indetto dalla rivista Domus vincendo il primo premio. Nello stesso anno fotografa un drammatico varo con l'affondamento della nave, riprendendo tutte le scene
del tragico avvenimento. Le foto sono pubblicate su tutti i giornali nazionali ed internazionali fra cui Paris Match e Stern.
1962 Collaborazione con Editalia- Roma per la realizzazione di un volume su Arturo Dazzi. Diviene fotografo di fiducia dello scultore inglese Henry Moore con il quale stringe una lunga e profonda amicizia.
1963 Fa parte della commissione inviata dall'Unesco in Egitto ad Abu Simbel per salvare i templi di Ramsete II
1964 Riceve una medaglia d'oro dalla Provincia di Massa Carrara per la lunga e intensa attività
1967 Mostra fotografica nel castello Malaspina di Massa
1968 L'editore inglese Thames and Hudson  lo incarica di occuparsi della parte fotografica per la realizzazione di un importante volume in collaborazione con Herry Moore su Giovanni Pisanino
1970 E' chiamato a Londra da Herry Moore  per eseguire un catalogo per la mostra a New York dello scultore.
1972 Esegue tutte le fotografie e cura la stampa per il volume sull'artista Sergio Vatteroni.
1975 A Firenze, nel Palazzo della Signoria, riceve il diploma d'onore di Maestro Ottico. In occasione della fiera del libro di Viareggio è allestito uno stand con una serie di gigantografie che illustrano le opere di Michelangelo e il paese natale.
1976 Mostra fotografica alla Camera di Commercio di Carrara
1979 Fotografo ufficiale del 1° simposio di scultura di Carrara per il quale collabora per tutta la sua durata.
1980 Inizia a collaborare con la Marmo e Macchine per realizzare cataloghi e manifesti
1984 La città di Milano organizza al Museo Archeologico una Mostra con un centinaio di immagini riguardanti il marmo, le cave e la fatica dei cavatori,dal titolo La montagna di marmo. La mostra ha durata di due mesi con grande successo.
1986 Muore a Carrara il 26 luglio 1986

E' stato fotografo ufficiale della biennale di scultura Città di Carrara, che si è svolta dal 1957 al 1973. Ripresa nel 1998, l'ultima edizione si è svolta nel 2000. Alla biennale hanno partecipato i più grandi scultori contemporanei. Ha fotografato opere degli artisti : Martini, Moore,Arp, Lipchitz, Manzù,Pomodoro, Sassu, Greco,Vangi, Bressay, Gilardi, Cardenas, Penalba, Adam, Azuma, De Chirico, Koper, Bodini,Signori, Dazzi, Dunchi, Guadagniucci, Ambrogetti, Binelli, Fabricano, Cidonio, Rensnik e molti altri.
MUSEO DEL LAVORO NELLA VALLE DEL LUCIDO “ILARIO BESSI”

La Valle del Lucido ed il suo centro storicamente più attivo, Monzone, hanno conosciuto una storia economica sostanzialmente diversa da quella di ogni altro territorio lunigianese. La presenza, fin da età antiche, di una estrazione, anche se limitata, di marmo e gli storici collegamenti con imprese carraresi e massesi e con la marina, prima di Luni, poi di Avenza e Carrara, hanno legato questa ai destini economici, politi e sociali ai paesi del marmo, così chiamate quelle terre che vivevano con l’industria del marmo. Il Museo, ideato e progettato ed anche creato da Fabio Baroni e gran parte di questo consiste nelle fotografie d’epoca di Ilario Bessi da tutti conosciuto, presenta la storia di come il lavoro nella valle è stato trasformato dal diciannovesimo secolo, quindi condizionata tutte le comunità che vivono qui. In questa valle, anche se in maniera rifotta rispetto a Carrara, avveniva l’attività di estrazione del marmo locale. Tale Museo, situato a Monzone, frazione del Comune di Fivizzano, nella stazione FF.S. della linea Aulla-Lucca, ristrutturata nell’ambito del Sistema turistico-culturale delle Stazioni della tratta. Con la sua mostra il Museo si propone di raccontare le storie delle persone che vivono la valle, il passaggio da rurale ad una società industriale, la trasformazione dell'ambiente dovuto l'estrazione del marmo dalle Alpi Apuane. Il Museo presenta "non convenzionali" prospettive sulla valle evoluzione (o meglio dire involuzione) e sulle storie che collega inequivocabilmente la sua comunità a quelli della vicina Garfagnana. Dal 2 aprile 2015 il Geo-Archeo Park delle Grotte di Equi, arricchisce l’offerta con “Il Museo del Lavoro della Valle del Lucido” che riprende dopo la chiusura di quando si trovava nella Stazione di Monzone e fu chiuso per i danni arrecati alla costruzione in cui si trovava, durante il terremoto del 2014 (della Valle del Lucido ne ha parlato molto anche il comandante partigiano Lido Galletto, nei suoi ricordi e nei suoi libri). Questo avveniva per la stagione 2015. Le Grotte di Equi, già ampliate nel 2014 diventando un "Geo-Archeo Park", offrirà ai visitatori un'altra sorpresa. Infatti nel complesso sarà allestito anche il Museo del Lavoro della Valle del Lucido, trasferito da Monzone in questa sede temporaneamente: infatti è rimasto chiuso dal 2013, quando l'edificio della stazione rimase danneggiato dal sisma del 21 giugno, come suddetto, ma con quel trasferimento potrà nuovamente essere ammirato dai visitatori. Un trasferimento, deciso dal Comune di Fivizzano per restituirlo alla fruizione e per rendere possibile l'eventuale cantiere di consolidamento della struttura di proprietà delle Ferrovie. Questo trasferimento è stato reso possibile anche dalla disponibilità della Cooperativa Alter Eco, gestore di entrambi i musei di Equi e Monzone, che si è offerta di allestirlo e renderlo visitabile senza alcuna variazione di costo per i turisti che, con il biglietto per le Grotte, potranno visitare anche questa raccolta di grande interesse, che documenta infatti con oggetti, fotografie e filmati, il passaggio dall’economia agro-silvo-pastorale a quella industriale che nella Valle del Lucido vide un notevole sviluppo legato a cave, miniere, fornaci, segherie e centrali idroelettriche. Il Museo si trovava nella stazione ferroviaria di Monzone, comune di Fivizzano, dedicato al lavoratore della Valle del Lucido ed al progresso da essi portato grazie al loro lavoro: questa zona ebbe uno sviluppo industriale che la diversificò dal resto della Lunigiana. Tutto questo grazie alle cave di marmo e di quarzite, alle segherie, alle fornaci di calce ed alla produzione di elettricità: Il Museo presenta un modello della grande Teleferica del Balzone (unica al mondo, che trasportava sui carelli, blocchi di marmo dal Monte Sagro) ed anche della Marmifera, che fu dismessa per incuria di qualche dirigente affrettato nelle considerazioni pratiche e storiche.
Ai visitatori verrà proposta una ricca offerta visitabile nello stesso geo-arche park delle Grotte: le rinomate e suggestive grotte carsiche, la tecchia preistorica con la mostra archeologica allestita direttamente negli scavi della caverna che mostra i resti dell'orso delle caverne, i percorsi esterni a tema geologico e un doppio museo che espone la raccolta del lavoro della Valle del Lucido, la ricostruzione dell'orso delle caverne e la storia delle grotte carsiche e degli scavi archeologici alla Tecchia (= Caverna preistorica). Insomma una ricca e complessa offerta che sarà tutta fruibile ai visitatori. Naturalmente il museo del lavoro sarà disponibile anche per le scuole, per visite e laboratori didattici. L'apertura è garantita per tutti i ponti festivi e week end primaverili, e tutti i giorni da metà giugno a metà settembre
l Museo del lavoro nella Valle del Lucido, già in quel di Monzone, intitolato all’opera del grande fotografo carrarese “Ilario Bessi”, si compone di cinque stanze, di cui l’ultima, la quinta, dedicata alla Banca della Memoria e raccoglie documenti filmati, audiovisivi, fotografie, CD, DVD, sulla memoria del lavoro. Gli abitanti delle Grotte e della Tecchia l’hanno dedicato ai lavoratori della Valle e documentato con oggetti, fotografie e filmati, attualmente si è trasferito presso il Museo delle Grotte di Equi Terme. Il Museo del lavoro nella Valle del Lucido, intitolato all’opera del grande fotografo carrarese “Ilario Bessi”, è dedicato ai lavoratori della Valle e documentato con oggetti, fotografie e filmati, che descrive il passaggio dall’economia agro-silvo-pastorale all'economia industriale con tutte le sue conseguenze storiche e culturali. La Walton, Good & Cripps e la Equi Valley Marble, industrie straniere fortemente interessate allo sfruttamento dei giacimenti marmiferi, impiantarono cave e segherie nella Valle del Lucido ed a Monzone in particolare.
Assieme a quelle cave ed industrie di trasformazione sorse tutto un sistema di opere e di infrastrutture (in particolare per il trasporto del marmo) fra cui alcune di carattere eccezionale come la teleferica che dalle cave del Monte Sagro a Campocecina trasportava, superando il baratro del Balzone, i blocchi di marmo fino alla via di Vinca ed a Monzone. Il Museo ha una attrezzatura ben fornita di strumenti didattici, di comunicazione e sono assai diversificati, gli oggetti, selezionati quelli particolarmente simbolici e comunicativi del lavoro contadino e industriale, le fotografie e gigantografie, in bianconero, degli aspetti del lavoro presenti nell’archivio del grande fotografo Ilario Bessi di Carrara, modelli plastici per la ricostruzione della Teleferica del Balzone, macchinari, fabbriche e processi produttivi, tutto il materiale audiovisivo in DVD, CD e supporti informatici.

La Valle del Lucido fu infatti caratterizzata da uno sviluppo industriale diverso dal resto della Lunigiana, grazie alla presenza di cave di marmo e quarzite, fornaci di laterizi e calce, segherie e centrali idroelettriche per l’attività industriale. Il Museo ospita inoltre il modello della teleferica “del Balzone”, un’eccezionale infrastruttura che fu realizzata per trasportare i blocchi di marmo dal Monte Sagro fino alla via di Vinca e Monzone. Il museo costituisce quindi una “banca della memoria” per difendere e tramandare l’identità del lavoro passato.

Il Museo, attualmente, si trova ancora ad Equi Terme e non a Monzone, il Museo del Lavoro nella Valle del Lucido, che aveva sede presso la stazione ferroviaria di Monzone, è stato trasferito, dopo l' evento sismico del giugno 2013, presso il Museo delle Grotte di Equi Terme. E' quindi visitabile presso quella sede negli orari di apertura previsti, che possono essere richiesti ai seguenti recapiti:
338/5814482
info@lunigianasostenibile.it
www.grottediequi.it
www.lunigianasostenibile.it
Cordiali saluti
Francesco Leonardi
Biblioteca Civica "E.Gerini" - Fivizzano
0585/942152
Nei primi anni sessanta, io ero uno “bardason” diciassettenne, che dopo aver appena abbandonato le scuole tecniche, si era buttato con impegno nel lavoro che amava; la meccanica. Pur avendo alle spalle un bagaglio teorico, ero stato assunto come “apprendista” in una nota officina locale, che però, dopo pochi mesi, mi aveva elevato al rango ambitissimo di operaio, anche se solo sul piano economico, perchè su quello giuridico non era possibile. Al tempo ero affascinato dalla tecnologia, che dopo il primo uomo nello spazio, pareva potesse ormai fare tutto. Quando passavo per la nuova e moderna Galleria Massimo d'Azeglio, a Carrara, sostavo incantato davanti alla bacheca che, dalla parte di Via Roma, mostrava gli ingrandimenti fotografici del cav. Ilario Bessi, che proprio nella galleria aveva appena aperto un modernissimo negozio di ottica e fotografia. Al tempo la fotografia era vista quasi come una sorta di magia tecnologica, molto costosa, e ad uso e consumo di pochi iniziati. Un giorno fui invitato da un amico ad assistere a una “varata”, che sarebbe stata effettuata la domenica dopo a Colonnata. Al tempo questo sistema estrattivo era molto comune, ma sarebbe stato ben presto abbandonato per le troppe tonnellate di marmo rovinato. La domenica dopo, feci una levataccia, e presi la “corriera” che portava i cavatori a Colonnata. Alle nove tutto era pronto, la strada carrozzabile fu chiusa dai carabinieri, mentre una nutrita folla di spettatori si assiepò su un “poggio” per assistere all'evento. A poche decine di metri vidi un distinto signore, armeggiare con una strana scatola, coperta con un telo nero, posta su un treppiede di legno, chiesi ad un uomo li vicino chi fosse, e cosa facesse, e lui quasi stupito mi rispose, “ma com! 'Nt'l conos? Iè Bessi 'l fotografo, e quand iè lu al vo dir che a s po cuminzar”(Ma come! Non lo conosci? E' Bessi il fotografo, e se c'è lui vuol dire che si può cominciare). Quasi come se le sue parole fossero state ascoltate, si udì il suono del corno, poi una voce stentorea urlò “alla mina!!!!Alla foch!!!” (alla mina! Al fuoco). Dopo pochi secondi un fiore di terra e sassi scaturì sul fianco della montagna, che con un sordo boato cominciò a scendere a valle, in un'enorme nuvola di polvere. Dopo pochi giorni, con mia enorme meraviglia rivide quelle immagini negli ingrandimenti fotografici di Bessi, sotto la galleria. Allora decisi, mi sarei comperato una macchina fotografica. Quando entrai nel negozio del cav.Ilario Bessi, lo feci quasi con “temenza” come si dice in dialetto, perchè mi sembrava di entrare  in una corsia ospedaliera. Tutto era scintillante, e lui dietro al bancone, che indossava una specie di camice bianco  mi incuteva una certa inquietudine. Ma quando cominciammo a parlare tutto il mio disagio sparì davanti alla sua gentilezza e disponibilità. Gli spiegai il mio desiderio, e lui capì subito, che oltre a essere un neofita, il mio desiderio si sarebbe presto scontrato con le difficoltà sia tecniche che economiche, al tempo non secondarie, ma nonostante questo, non cercò in alcun modo ne di convincermi, ne di dissuadermi. Il mio colloquio con lui durò quasi un'ora, e quando  uscii dal negozio ero l'orgoglioso proprietario di una macchina fotografica Agfa Silette 1, una della prime compatte tedesche in commercio in Italia, dal costo di ben 3000 lire, con diaframma da 2,8 a 22 e ben tre tempi di otturatore 1/30, 1/125 di secondo, e la posa B. Mi insegnò a mettere, ed estrarre il rullino, mi spiegò i rudimenti della fotografia, e mi disse che la cosa essenziale nella fotografia era avere la mano ferma, per evitare il cosiddetto mosso. Mise un rullino da 12 pose che io a casa finì in pochi minuti fotografando mia madre, gli amici, e la casa dove abitavo. Una volta i tempi di attesa per avere le foto erano biblici, e così quando andai a ritirarle (al tempo tutte in bianco e nero), il cav. Bessi mi disse che se avessi voluto, le avrebbe visionate con me, per darmi dei consigli, io accettai di buon grado, e così feci tutte le volte per parecchi, anni. Anche grazie ai suoi consigli e alla sua grande umanità nello spiegarmeli, io negli anni seguenti feci della fotografia industriale un secondo lavoro che esercitai fino a metà degli anni novanta, con alcuni “trucchi” fondamentali del mestiere che proprio lui mi aveva  svelato, e che egli stesso aveva imparato negli anni in cui era stato il fotografo prediletto di tutti gli scultori che transitavano da Carrara. Di Bessi dobbiamo dire che non solo era un grande fotografo, innamorato della sua arte, ma anche un fine sociologo, che con certosina pazienza, è l'abilità tipica dell'artigiano cesellatore, ci ha lasciato tramite i suoi scatti, il vivere quotidiano della gente di una Carrara perduta, la fatica disumana e il rischio del lavoro dei cavatori, la maestosa bellezza delle nostre cave, la Marina quasi dimenticata del tempo, il tutto custodito per sempre in un immenso archivio fotografico, che oltre a coprire un lungo periodo temporale, ha certamente comportato un notevole sforzo finanziario. Per questo, quegli scatti  meritano di essere conservati come preziose testimonianze di un'epoca lontana, rappresentanti frazioni di vita quotidiana, che l'occhio di un artista ha saputo catturare, e congelare per sempre, a imperitura memoria per le future generazioni.

Enzo De Fazio
Personalmente mi feci fotografare proprio da Ilario Bessi, nel suo studio di via Mazzini, nel Palazzo del Politeama, il 15 agosto 1946, 4° piano – avendo tuttora tale ritratto, sul quale mi sviluppò anche alcune foto tessera per la carta d’identità. Quindi continuando, di bene in meglio ed ormai quale professionista Ilario Bessi si appropriò di questa grande arte di fermare il tempo in momenti della vita, spesso indimenticabili ed ha sempre amato il mondo della fotografia e la possibilità di catturare un momento, un attimo, una sensazione tramite un semplice scatto.
Lo incontrai, la prima volta, credo nel 1949-50 sul treno, corse effettuate ancora dalla Marmifera, sulle cave per la ripresa del film “Figli di Nessuno”, con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson regista Raffaello Matarazzo e tutta la compagnia cinematografica. Bessi era intento in discussione con certo Rodolfo Lombardi, il fotografo della “troupe”. (Lo stesso fotografo che Bessi aveva incontrato sul treno della Marmifera, ora era a Monzone per il film “La catena dell’odio”, sempre con Nazzari e Ursula Andress).

Lucio Benassi
  • Studio fotografico Ilario Bessi di Carrara

  • http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idelemento=128178
  • http://www.grottediequi.it/news/da-pasqua-alle-grotte-di-equi-visitabile-anche-il-museo-del-lavoro-della-valle-del-lucido/
  • http://www.museimassacarrara.it/musei/museo-del-lavoro-della-valle-del-lucido/
  • Da cronache locali sulla Nazione e sul Tirreno.

  • Lucio Benassi
  • Enzo De Fazio
  • Carraraonline.com
Questo è lo scopo di CarraraOnline.com, raccogliere tutta la Nostra meravigliosa storia e lasciarla GRATUITAMENTE alle generazioni future.
Si ringrazia lo studio fotografico Ilario Bessi di Carrara, per aver permesso l'autorizzazione alla pubblicazione del redazionale e per aver autorizzato l'uso di alcune immagini.
Fotografia… Un’arte perduta!

In occasione del veglione di fine d’anno, ho visto moltissimi ragazzi, che si divertivano a riprendersi l’un l’altro con i telefonini, mentre brindavano, per poi inviare le foto ai loro amici e conoscenti. Scattare una fotografia oggi, è un gesto quotidiano, quasi banale, e lo si fa appunto anche con i telefonini, ma solo sessanta anni fa, era considerata quasi una magia. Il padre della fotografia, ha un nome quasi impronunciabile Nicèphore Niepce, che nel 1826, ottenne su una lastra di peltro, una fotografia dei magazzini davanti al suo laboratorio, con una posa di ben otto ore. Ma la vera svolta nella sua evoluzione, si ottenne nel 1835, quando, J.Daguerre, scoprì le proprietà di sviluppo dei vapori di mercurio, su di una lastra di rame ricoperta da ioduro d’argento. Perché è proprio di questo che voglio parlarvi, cioè di quando per fare una foto era necessario avere un negativo. Un tempo il negativo era soltanto piano, di solito una lastra di vetro, diventando poi, in tempi moderni, a rullino. Anch’io per parecchio tempo mi sono dilettato di fotografia e voglio spiegare ai lettori più giovani cosa è un negativo: su un nastro di plastica trasparente (un tempo di celluloide) è spalmata una gelatina, una volta di ioduro d’argento, oggi di sintesi, sensibile alla luce. Quando viene “impressionata” ovvero esposta per una frazione di secondo alla luce, questa reagisce schiarendosi. Un successivo bagno in un acido particolare, permette di avere in “negativo” ovvero di trasformare i bianchi in neri, compreso le innumerevoli varietà di grigi, del soggetto fotografato. Ponendo il negativo sotto un “ingranditore, ”e proiettando l’immagine su di una carta fotografica sensibile alla luce, tutto torna in positivo e si ottiene una fotografia. Fra tutte le grandi invenzioni, la fotografia è quella che certamente ha faticato di più ad affermarsi tra la gente comune, e questo per delle ragioni ben precise: prima di tutto, il costo, quello delle prime macchine fotografiche era proibitivo, oltre al loro ingombro, davvero impressionante, poi la maggior parte della popolazione ignorava totalmente il loro funzionamento, infine il materiale fotografico era introvabile, doveva essere fabbricato in modo artigianale. Ecco perché, fino a quasi tutti gli anni quaranta, la fotografia era un’attività svolta solo da professionisti. Le foto del tempo erano soltanto in bianco e nero, le pellicole poco sensibili alla luce, tutte piane, richiedevano tempi di esposizione molto lunghi, con il soggetto completamente immobile, per evitare che risultasse mossa, ossia con i contorni sfuocati. Grazie ai ricchissimi archivi fotografici di alcuni grandi e noti fotografi carraresi, (cav. Ilario Bessi, foto Michelino) oggi è possibile conoscere con precisione l’evoluzione del lavoro nelle cave, della moda nella vita quotidiana, e l’urbanistica della nostra città, a distanza di quasi cento anni. Era usanza, fino a tutti gli anni cinquanta, farsi fare una fotografia in divisa militare durante il periodo di ferma per gli uomini, mentre per le ragazze era di prammatica la foto sedute con l’abito dalla festa con il “fidanzato” ufficiale immobile dietro alla sedia, scattata nel giorno del fidanzamento. Questa abitudine ha permesso ha molti di noi di conoscere i tratti somatici dei nostri nonni e bisnonni, cosa questa, per molto tempo, possibile solo ai principi regnanti attraverso i quadri commissionati a grandi artisti. La stampa della foto avveniva per “contatto”, ossia si sovrapponeva il negativo alla carta sensibile, questo faceva sì, che i formati, ovvero le dimensioni delle foto, fossero molto diversi tra loro. Paradossalmente, la seconda guerra mondiale svolse un ruolo importantissimo nello sviluppo della fotografia. Per prima cosa si pensò di fare i negativi a rullo, con una serie di fori laterali per ottimizzare il trascinamento, poi si cercò di standardizzare le loro dimensioni, infine si cercò di costruire macchine fotografiche molto più piccole e affidabili. Furono costruite macchine ad alta velocità, per la ricognizione aerea, per finire a quelle microscopiche, per azioni di spionaggio, adatte alla produzione di microfilm. Alla fine delle ostilità, si affacciarono sul mercato le prime macchine fotografiche a soffietto. Alcune di fabbricazione tedesca, altre nostrane, come le famose Petri, erano alquanto semplici, con l’obiettivo a fuoco fisso, cioè che non si poteva in nessun modo variarne l’inquadratura, con i tempi di scatto relativamente lenti di solito non più alti che 1/125 di secondo. Per ottenere lo sviluppo e la stampa delle foto, bisognava portare il rullino dal fotografo che provvedeva in camera oscura, a svilupparlo, e poi a stampare le foto, tempo medio, dieci giorni. La marca della pellicola che a quel tempo era leader in Italia era la Ferrania. Nata dalle ceneri di una fabbrica chimica che produceva esplosivi, seppe in pochi decenni farsi apprezzare in tutto il mondo, riuscendo attorno agli anni sessanta a fabbricare la pellicola cinematografica a 640 ASA, una sensibilità mai raggiunta al tempo, si cimentò anche nella costruzioni di apparecchi fotografici con ottimi risultati. E’proprio su pellicola Ferrania che l’Istituto Luce produsse nel 1929 a scopo propagandistico, il documentario ambientato sulle nostre cave intitolato Il Monolite, che io consiglio vivamente di vedere, che descrive per immagini l’estrazione, e il trasporto di un enorme blocco di marmo destinato a diventare un obelisco in onore di Benito Mussolini a Roma. Fino agli anni settanta, la fotografia non fece registrare grandi cambiamenti, essendo sempre considerata una passione da ricchi. Ma con il miglioramento del tenore di vita conobbe un incremento vertiginoso. Le attività all’aperto, prime tra tutte quelle sportive, scatenarono nella gente la voglia di fermare quei momenti felici, così il mercato rispose con il lancio di nuove macchine fotografiche, sempre più perfezionate, e con la comparsa delle prime pellicole a colori.
Apparvero anche le prime cineprese a passo ridotto, anche queste basate sul principio del negativo avevano una bobina che durava circa tre minuti, dopo di che doveva venire sostituita con una nuova, il formato era 8 millimetri, dopo poco trasformato in Super 8, lo sviluppo avveniva in laboratori specializzati, quasi tutti ubicati nelle grandi città, come Roma o Milano, l’invio tramite Posta comportava lunghissimi tempi di attesa, e spesso, terminava con lo smarrimento delle pellicole inviate. Complice anche il costo non indifferente dei proiettori, necessari per la loro visione, la cinematografia amatoriale non ottenne mai un grande successo. Negli anni ottanta la fotografia conobbe il suo massimo splendore, l’industria giapponese, con l’impiego massiccio dell’elettronica, sorpassò quella europea nella costruzione di apparecchi fotografici, mentre quella chimica americana, con la Scotch, che assorbì la Ferrania, e con la Kodak, diventò leader mondiale nelle pellicole. Si formarono due scuole di pensiero negli utilizzatori della fotografia; i cosiddetti fotografi della domenica, che volevano apparecchi completamente automatici, quasi a prova di errore, e i dilettanti evoluti, che pretendevano apparecchi professionali. L’industria accontentò entrambi, sfornando apparecchi fantascientifici; macchine automatiche capaci di rimediare a un’eventuale errore di ripresa, reflex professionali con teleobiettivi capaci di riprendere chiaramente oggetti molto piccoli anche a grandi distanze, otturatori capaci di tempi di scatto incredibili (si arrivò a 1/6000 di secondo) motori di trascinamento del rullino in grado di  fare cinque fotogrammi in un secondo, telemetri a raggi infrarossi capaci di mettere a fuoco il soggetto anche al buio o in movimento, flash potentissimi e completamente automatizzati. Sviluppare un rullino di fotografie, necessitava ora meno di un’ora, e il suo costo era diventato bassissimo. Anche le pellicole, ormai solo a colori, ebbero un incremento, in qualità cromatica, e in sensibilità, presero campo anche le Diapositive, una pellicola speciale che si sviluppava subito in positivo, ma che richiedeva un proiettore per la visione delle foto. L’avvento delle prime videocamere VHS, dettero inizio al lento declino della fotografia da negativo, fino alla sua totale scomparsa con il proliferare delle macchine digitali. La fotografia da negativo, in bianco e nero e a colori, è stata per decenni una forma d’arte, di cui il fotografo era il vero artefice, giocando con il diaframma (che determina la quantità di luce che colpisce la pellicola) e i tempi di esposizione (che ne determinano la sua durata), riusciva a creare veri capolavori. Ed è un peccato che debba finire in soffitta. Qualcuno dirà che quella digitale è altrettanto valida, ma io non sono d’accordo, prima di tutto, sono i microprocessori a comandare tutto, e poi, noi abbiamo negativi di oltre cento anni fa, che sono ancora in grado di riprodurre l’opera originale: il digitale saprà fare altrettanto?

Enzo De Fazio
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