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Dentifricio bianco Carrara

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Pubblicato da in Attualità ·

Cara Redazione
Mai il detto "Andava meglio quando andava peggio" si può abbinare alla situazione economica e occupazionale in cui versa la nostra povera Carrara oggi. Mi piacerebbe sentire le opinioni dei vostri lettori su questo argomento. La città sta morendo, la disoccupazione dilaga, il territorio e selvaggiamente devastato e nessuno fa nulla. Mi dispiace dirlo, ma dove non sono riusciti 10 secoli, le pestileze, le carestie, e le guerre, stiamo riuscendo perfettamente noi, cioè all'estinzione di Carrara, proprio come i dinosauri.

[image:image-1]Ai confini “esterni” della città, si possono vedere grandi cartelli che recitano orgogliosamente “Carrara capitale mondiale del marmo”. Io penso che dovrebbero essere corretti in “Carrara capitale mondiale della polvere per dentifricio”, perché purtroppo è questo che al momento la città rappresenta. Paradossalmente negli anni 50 e sessanta, l’economia di Carrara, pur essendo basata quasi totalmente sull’estrazione del marmo, e sulla sua lavorazione, era molto florida. Sulle rive del Carrione era possibile vedere girare le gigantesche ruote di decine di segherie, che pescavano l’acqua nelle “gore”, per riversala con la “pioggia” mista a sabbia, sui telai che funzionavano giorno e notte. Innumerevoli “studi,” spesso realizzati sotto baracche di fortuna, sfornavano a getto quasi continuo scalini, tavolini, piastrelle per pavimenti, zoccoletti, ma anche piccole sculture e souvenir. Come detto in precedenza la marmifera faceva due viaggi giornalieri, carica di blocchi di marmo che servivano ad alimentare questo poderoso apparato produttivo. Oggi tutto questo è scomparso, io non sono un economista, non è il mio mestiere, e comunque non sarebbe questo il contesto adatto per parlarne, ma mi piacerebbe capire il motivo per cui tutto questo non esiste più. Ma non è tutto, sono totalmente scomparse anche alcune lavorazioni tradizionali di cui solo quelli della mia generazione sono a conoscenza, perché, cessate completamente in pochi decenni, senza lasciare alcuna traccia. Siccome questo Blog è interamente dedicato a Carrara e la sua storia, mi sembra giusto descriverle, fare cioè, un salto nel passato, di una storia recente, che pur non avendo lasciato alcuna traccia, è stata fondamentale per la sussistenza di migliaia di famiglie carrarine in quegli anni difficili.
A quel tempo era molto attiva l’industria del “granulato”, nulla a che vedere con quella attuale, in mano a poche multinazionali, avide solo di carbonato di calcio, quella di quei tempi era preposta alla frantumazione del materiale di scarto reperito nei “ravaneti”, che in varie pezzatura aveva molteplici usi. Queste “fabbriche, ” una era alla Raglia, e una al Marasio, erano molto semplici, consistevano principalmente in una tramoggia, dove i camion scaricavano i sassi, che erano convogliati in un frantumatore chiamato in dialetto, “concassè”, la risulta veniva fatta passare sopra dei crivelli vibranti, di diametro diverso, che ne determinavano la pezzatura. L’uso principale era la fabbricazione di piastrelle da pavimento. Era usato anche per la pavimentazione di giardini pubblici e privati, e nei cimiteri per abbellire tombe e vialetti, grosse quantità erano spedite via mare anche all’estero. Vi era poi un’altra attività considerata da sempre quasi di “recupero”, ma che invece aveva una rilevanza molto importante per il sostentamento  economico e occupazionale supplementare di molti lavoratori; la fabbricazione di vasi e colonnine ornamentali. Quest’attività era in pratica una sinergia tra diverse lavorazioni che unite tra loro permettevano di sbarcare il lunario in modo più dignitoso, anche se a prezzo di fatiche e disagi oggi impensabili, a numerosissime famiglie carrarine. Per prima cosa si doveva andare “p’r badon” (per sassi) nei ravaneti. Questo avveniva di solito il sabato o la domenica, con operai in “sopr’ora, e a cot’m” (in straordinario e a cottimo) che venivano pagati un tanto a camionata e secondo il tipo di marmo caricato. I camion del tempo erano residuati bellici americani, i mitici “White” dal nome della fabbrica che li aveva  costruiti, che in dialetto veniva storpiato in “Vait”. Questi mezzi a tre assali, erano assai spartani, privi di servosterzo e servofreno, non si trovavano pezzi di ricambio, se non quelli ottenuti “cannibalizzando” i mezzi più vecchi o incidentati. I meccanici del tempo erano diventati dei veri maghi nel ricostruire i motori, e perfino pezzi di carrozzeria, realizzati con lamiere ricavate da barattoli dalla salsa aperti, poi il tutto veniva verniciato o di grigio antiruggine, o di verde persiana, ovviamente in entrambi i casi, a pennello. Ma torniamo ai vasi; operai raccogliticci, si recavano nelle giornate di festa nei ravaneti, perché così facendo, erano sicuri che nessuno rovesciasse loro addosso i sassi, e si mettevano alla ricerca di quelli con una forma vagamente parallelepipeda. Erano molto ricercati quelli di marmo pregiato come il raro Fantastico, lo Statuario, o il Calacata dorato, con lo scapezzatore (martello particolare usato in cava) sbozzavano il sasso secondo la dimensione voluta, più lunghi per le colonne, più corta per i vasi quindi li portavano allo “studio”. Qui avveniva la loro tornitura e lucidatura, anche questa effettuata da operai a cottimo, cioè un tanto a vaso, o colonna. Immaginate come doveva essere piacevole nelle gelide giornate invernali, essere costretti a usare una carta abrasiva con le mani nude, su un pezzo di marmo rotante, continuamente irrorato d’acqua gelata, il corpo malamente protetto da un grembiule improvvisato, e con i piedi letteralmente immersi in una gelida fanghiglia. Erano molto comuni anche alcune sculture prodotte in piccola serie, ma di sicuro effetto, quasi tutte usate per l’esportazione, la più famosa era quella chiamata”Uragano”, era una testa di donna con i capelli al vento, da qui il nome. Oggi in città e periferia, gli studi, e le segherie si contano sulle dita di una sola mano. La lavorazione di granulati, vasi, e colonne, è totalmente scomparsa, mentre quella dei souvenir, è Made in Taiwan, addirittura il marchio brevettato “Bianco di Carrara” è di proprietà di una ditta … cinese. Ma che importa! Noi siamo una capitale mondiale! Potremo brevettare un nuovo marchio, cosa ne dite di “dentifricio bianco Carrara?”

Enzo De Fazio

1 commento
8 marzo 2012
Caro Enzo,
ti capisco e anch'io rimango stupito di tutto ciò che è accaduto e sta accadendo. Purtroppo i carraresi sono troppo individualisti, invidiose e sudditi dell'attuale sistema feudale. Carrara non la chiamerei la Capitale mondiale del marmo e neppure del dentifricio bianco Carrara, la chiamerei la "Capitale mondiale della distruzione del marmo". Aggiungerei anche che la medaglia d'oro delle resistenza si è trasformata ormai in quella della dipendenza.
Nome: Francesco Menconi
E-Mail: f.menconi@gmail.com




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