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Fotografia un’arte perduta!

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In occasione del veglione di fine d’anno, ho visto moltissimi ragazzi, che si divertivano a riprendersi l’un l’altro con i telefonini, mentre brindavano, per poi inviare le foto ai loro amici e conoscenti. Scattare una fotografia oggi, è un gesto quotidiano, quasi banale, e lo si fa appunto anche con i telefonini, ma solo sessanta anni fa, era considerata quasi una magia. Il padre della fotografia, ha un nome quasi impronunciabile Nicèphore Niepce, che nel 1826, ottenne su una lastra di peltro, una fotografia dei magazzini davanti al suo laboratorio, con una posa di ben otto ore. Ma la vera svolta nella sua evoluzione, si ottenne nel 1835, quando, J.Daguerre, scoprì le proprietà di sviluppo dei vapori di mercurio, su di una lastra di rame ricoperta da ioduro d’argento. Perché è proprio di questo che voglio parlarvi, cioè di quando per fare una foto era necessario avere un negativo. Un tempo il negativo era soltanto piano, di solito una lastra di vetro, diventando poi, in tempi moderni, a rullino. Anch’io per parecchio tempo mi sono dilettato di fotografia e voglio spiegare ai lettori più giovani cosa è un negativo: su un nastro di plastica trasparente (un tempo di celluloide) è spalmata una gelatina, una volta di ioduro d’argento, oggi di sintesi, sensibile alla luce. Quando viene “impressionata” ovvero esposta per una frazione di secondo alla luce, questa reagisce schiarendosi. Un successivo bagno in un acido particolare, permette di avere in “negativo” ovvero di trasformare i bianchi in neri, compreso le innumerevoli varietà di grigi, del soggetto fotografato. Ponendo il negativo sotto un “ingranditore, ”e proiettando l’immagine su di una carta fotografica sensibile alla luce, tutto torna in positivo e si ottiene una fotografia. Fra tutte le grandi invenzioni, la fotografia è quella che certamente ha faticato di più ad affermarsi tra la gente comune, e questo per delle ragioni ben precise: prima di tutto, il costo, quello delle prime macchine fotografiche era proibitivo, oltre al loro ingombro, davvero impressionante, poi la maggior parte della popolazione ignorava totalmente il loro funzionamento, infine il materiale fotografico era introvabile, doveva essere fabbricato in modo artigianale. Ecco perché, fino a quasi tutti gli anni quaranta, la fotografia era un’attività svolta solo da professionisti. Le foto del tempo erano soltanto in bianco e nero, le pellicole poco sensibili alla luce, tutte piane, richiedevano tempi di esposizione molto lunghi, con il soggetto completamente immobile, per evitare che risultasse mossa, ossia con i contorni sfuocati. Grazie ai ricchissimi archivi fotografici di alcuni grandi e noti fotografi carraresi, oggi è possibile conoscere con precisione l’evoluzione del lavoro nelle cave, della moda nella vita quotidiana, e l’urbanistica della nostra città, a distanza di quasi cento anni. Era usanza, fino a tutti gli anni cinquanta, farsi fare una fotografia in divisa militare durante il periodo di ferma per gli uomini, mentre per le ragazze era di prammatica la foto sedute con l’abito dalla festa con il “fidanzato” ufficiale immobile dietro alla sedia, scattata nel giorno del fidanzamento. Questa abitudine ha permesso ha molti di noi di conoscere i tratti somatici dei nostri nonni e bisnonni, cosa questa, per molto tempo, possibile solo ai principi regnanti attraverso i quadri commissionati a grandi artisti. La stampa della foto avveniva per “contatto”, ossia si sovrapponeva il negativo alla carta sensibile, questo faceva sì, che i formati, ovvero le dimensioni delle foto, fossero molto diversi tra loro. Paradossalmente, la seconda guerra mondiale svolse un ruolo importantissimo nello sviluppo della fotografia. Per prima cosa si pensò di fare i negativi a rullo, con una serie di fori laterali per ottimizzare il trascinamento, poi si cercò di standardizzare le loro dimensioni, infine si cercò di costruire macchine fotografiche molto più piccole e affidabili. Furono costruite macchine ad alta velocità, per la ricognizione aerea, per finire a quelle microscopiche, per azioni di spionaggio, adatte alla produzione di microfilm. Alla fine delle ostilità, si affacciarono sul mercato le prime macchine fotografiche a soffietto. Alcune di fabbricazione tedesca, altre nostrane, come le famose Petri, erano alquanto semplici, con l’obiettivo a fuoco fisso, cioè che non si poteva in nessun modo variarne l’inquadratura, con i tempi di scatto relativamente lenti di solito non più alti che 1/125 di secondo. Per ottenere lo sviluppo e la stampa delle foto, bisognava portare il rullino dal fotografo che provvedeva in camera oscura, a svilupparlo, e poi a stampare le foto, tempo medio, dieci giorni. La marca della pellicola che a quel tempo era leader in Italia era la Ferrania. Nata dalle ceneri di una fabbrica chimica che produceva esplosivi, seppe in pochi decenni farsi apprezzare in tutto il mondo, riuscendo attorno agli anni sessanta a fabbricare la pellicola cinematografica a 640 ASA, una sensibilità mai raggiunta al tempo, si cimentò anche nella costruzioni di apparecchi fotografici con ottimi risultati. E’proprio su pellicola Ferrania che l’Istituto Luce produsse nel 1929 a scopo propagandistico, il documentario ambientato sulle nostre cave intitolato Il Monolite, che io consiglio vivamente di vedere, che descrive per immagini l’estrazione, e il trasporto di un enorme blocco di marmo destinato a diventare un obelisco in onore di Benito Mussolini a Roma. Fino agli anni settanta, la fotografia non fece registrare grandi cambiamenti, essendo sempre considerata una passione da ricchi. Ma con il miglioramento del tenore di vita conobbe un incremento vertiginoso. Le attività all’aperto, prime tra tutte quelle sportive, scatenarono nella gente la voglia di fermare quei momenti felici, così il mercato rispose con il lancio di nuove macchine fotografiche, sempre più perfezionate, e con la comparsa delle prime pellicole a colori.
Apparvero anche le prime cineprese a passo ridotto, anche queste basate sul principio del negativo avevano una bobina che durava circa tre minuti, dopo di che doveva venire sostituita con una nuova, il formato era 8 millimetri, dopo poco trasformato in Super 8, lo sviluppo avveniva in laboratori specializzati, quasi tutti ubicati nelle grandi città, come Roma o Milano, l’invio tramite Posta comportava lunghissimi tempi di attesa, e spesso, terminava con lo smarrimento delle pellicole inviate. Complice anche il costo non indifferente dei proiettori, necessari per la loro visione, la cinematografia amatoriale non ottenne mai un grande successo. Negli anni ottanta la fotografia conobbe il suo massimo splendore, l’industria giapponese, con l’impiego massiccio dell’elettronica, sorpassò quella europea nella costruzione di apparecchi fotografici, mentre quella chimica americana, con la Scotch, che assorbì la Ferrania, e con la Kodak, diventò leader mondiale nelle pellicole. Si formarono due scuole di pensiero negli utilizzatori della fotografia; i cosiddetti fotografi della domenica, che volevano apparecchi completamente automatici, quasi a prova di errore, e i dilettanti evoluti, che pretendevano apparecchi professionali. L’industria accontentò entrambi, sfornando apparecchi fantascientifici; macchine automatiche capaci di rimediare a un’eventuale errore di ripresa, reflex professionali con teleobiettivi capaci di riprendere chiaramente oggetti molto piccoli anche a grandi distanze, otturatori capaci di tempi di scatto incredibili (si arrivò a 1/6000 di secondo) motori di trascinamento del rullino in grado di  fare cinque fotogrammi in un secondo, telemetri a raggi infrarossi capaci di mettere a fuoco il soggetto anche al buio o in movimento, flash potentissimi e completamente automatizzati. Sviluppare un rullino di fotografie, necessitava ora meno di un’ora, e il suo costo era diventato bassissimo. Anche le pellicole, ormai solo a colori, ebbero un incremento, in qualità cromatica, e in sensibilità, presero campo anche le Diapositive, una pellicola speciale che si sviluppava subito in positivo, ma che richiedeva un proiettore per la visione delle foto. L’avvento delle prime videocamere VHS, dettero inizio al lento declino della fotografia da negativo, fino alla sua totale scomparsa con il proliferare delle macchine digitali. La fotografia da negativo, in bianco e nero e a colori, è stata per decenni una forma d’arte, di cui il fotografo era il vero artefice, giocando con il diaframma (che determina la quantità di luce che colpisce la pellicola) e i tempi di esposizione (che ne determinano la sua durata), riusciva a creare veri capolavori. Ed è un peccato che debba finire in soffitta. Qualcuno dirà che quella digitale è altrettanto valida, ma io non sono d’accordo, prima di tutto, sono i microprocessori a comandare tutto, e poi, noi abbiamo negativi di oltre cento anni fa, che sono ancora in grado di riprodurre l’opera originale: il digitale saprà fare altrettanto?

Enzo De Fazio




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