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Far la bucata

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Far la bucata

Certamente solo i lettori di una certa età capiranno subito il significato di questa frase dialettale, per quelli più giovani daremo noi la soluzione, significa “fare il bucato”.
Quello che oggi è di una semplicità estrema, comportava una volta, un grande impegno di tempo, e di fatica, tanto che quest’operazione, che avveniva sempre nell’aia all’aperto, si faceva circa una volta il mese, ed era svolta da tutte le donne del vicinato, che si aiutavano vicendevolmente, svolgendo ognuna un lavoro diverso.
Si cominciava con il setacciare la cenere di fornelli e camini, che si era messa da parte nei giorni antecedenti, proprio per quest’operazione, ma non era cenere comune, ma in qualche modo “scelta” ossia in prevalenza di olivo, cerro, o olmo, escludendo accuratamente legni come il castagno, ricchi di tannino, elemento che avrebbe rovinato il risultato.
Intanto i “panni” (la biancheria) erano bagnati e strofinati con sapone di Marsiglia, o di fabbricazione artigianale, dove erano visibili le macchie più grosse, in una specie di rudimentale prelavaggio, quindi posti a strati dentro il concon da bucata. In casa della Fedò, la più vecchia del vicinato, “’l parol” (il paiolo) era messo sul fuoco del camino, attaccato alla catena che scendeva dalla cappa, per la preparazione della lisciva, fatta con “do fiaschi e mez, d’acqua p’r ogni scaldin d zendra” (due fiaschi e mezzo di acqua per ogni piccolo contenitore per scaldarsi di cenere.) Veniva fatta bollire per ore, rimestandola continuamente con un bastone come la polenta. A me faceva impressione il suo modo di fare per sentire se il composto era pronto: metteva il mestolo dentro l’acqua bollente, ne tirava fuori un poco, quindi vi soffiava sopra come si fa quando si mangia la minestra calda, quindi vi metteva dentro un dito, e lo sentiva con la punta della lingua, il suo sì, o no, erano dati solo dal movimento della testa. Quando tutto era pronto, uno straccio era messo a ricoprire i panni posti in precedenza dentro il concon da bucata (diverso dagli altri perché provvisto di tappo sul fondo) quindi, due donne con un lungo bastone portavano il parol con il composto bollente nell’aia, dove era versato sullo straccio. Vi rimaneva circa due ore, quindi il concon era svuotato levando il tappo, e ogni donna riprendeva i suoi panni, e si recava al lavatoio pubblico, per la battitura, e risciacquatura.
Chiaramente la cenere sullo straccio, non era gettata via, ma fatta asciugare al sole e usata per lavare piatti e stoviglie, in una sorta di riciclaggio perfetto, come perfetto era l’impatto ambientale, molto vicino allo zero. Appena dopo la guerra, ci si accorse che alcune sostanze derivate dal petrolio, avevano un alto potere detergente, perché erano in grado di spezzare la tensione superficiale dell’acqua, rendendola più “bagnabile”, ma soprattutto riuscivano a insinuarsi sotto le macchie di unto e grasso, staccandole dai loro ancoraggi con facilità. Erano stati scoperti i Tensioattivi. Nacquero così i primi detersivi in polvere, a prezzi relativamente bassi, che in pochissimo tempo soppiantarono completamente l’uso sia del sapone, sia quello dell’autarchica lisciva. Immediatamente però, cominciarono a evidenziarsi i primi gravissimi danni ambientali, soprattutto nei fiumi, e torrenti, ricoperti da una spessa e indissolubile coltre di schiuma biancastra.
Purtroppo il danno ambientale più grave fu quello meno visibile, causato dallo strato superficiale impermeabile creato dai tensioattivi che non si degradavano, e che impedivano lo scambio di ossigeno tra l’aria e l’acqua. Si cercò allora, di correre ai ripari, varando delle leggi che stabilivano che i tensioattivi dovessero avere una biodegradabilità dell’ottanta per cento, ma c’è una grandissima differenza tra la biodegradabilità reale, e quella legale, e ancora oggi, anche se in maniera più contenuta, i problemi restano, e sono enormi.
Si potrebbe tranquillamente affermare, che purtroppo, si sono aggravati, primo per l’enorme aumento del numero di scarichi contenenti queste sostanze, ma soprattutto per l’uso di aggiungere, da parte delle industrie produttrici, sostanze sempre più sofisticate, praticamente inutili al fine della resa nel lavaggio, ma utilissime nel fattore estetico.
Gli sbiancanti ottici, ne sono un esempio clamoroso. Queste sostanze in pratica non hanno altro compito se non quello di depositarsi in uno stato di polvere sottilissimo sulle fibre, modificando così la lunghezza d’onda dell’ultravioletto, rendendola visibile all’occhio umano, facendoci vedere “un bianco, più bianco del bianco” dove in realtà le macchie sono solo nascoste. E’ evidente che, non solo sporcano invece di lavare, ma soprattutto vengono a contatto con la nostra pelle causando nelle persone predisposte, eczemi, o allergie, che in alcuni casi possono essere particolarmente gravi, in più, sono totalmente indissolubili in acqua, quindi dannosi per l’ambiente. Stessa cosa si dica per i profumi sintetici, aggiunti per simulare “un profumo di pulito” ma soprattutto, per nascondere il puzzo del tensioattivo, alcuni di questi, è stato dimostrato, causano problemi di disorientamento negli organismi acquatici. Come fare dunque, per limitare i danni, sia fisici, sia ambientali? Prima di tutto riducendo della metà la dose di detersivo raccomandata dal produttore, vi posso assicurare che oltre a risparmiare quattrini, il risultato sarà identico, e poi usare detersivi eco-compatibili. Il continente Europeo si è dimostrato particolarmente sensibile a questo problema tanto che esistono ben tre simboli di certificazione ecologica che sono apposti su detersivi a basso impatto ambientale, essi sono: ECOLABEL- Comunità Europea, CIGNO BIANCO- Scandinavia, Svezia, Islanda, Finlandia, e ANGELO AZZURRO Germania. E’ indubbio, che se vogliamo che un bene fondamentale come l’acqua, rimanga disponibile nella sua purezza anche per le generazioni future, qualcosa si debba fare, magari un’azione piccolissima ma fondamentale, come mettere meno detersivo nella lavatrice, o aceto al posto del brillantante nella lavastoviglie.

Enzo De Fazio




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