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La Cina è vicina?

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Pubblicato da in Attualità ·

Spetta/le Redazione

Purtroppo il 2011 si chiude con una notizia tragica, che se confermata, avrà ripercussioni negativa anche per gli anni a venire. Girano voci sempre più insistenti di una cordata d’imprenditori cinesi siano interessati ad acquistare alcune nostre cave. Lungi da atteggiamenti razzistici, questa eventualità sarebbe deleteria per la già traballante economia cittadina, perché, com’è già accaduto in altri settori, all’acquisizione delle concessioni, seguirebbe di sicuro anche l’importazione di manodopera a basso costo, con tutti i problemi che questo comporta. Ai nostri tartassati concittadini è stato già fatto ingoiare l’esorbitante costo della “strada dei marmi” che a parte uno snellimento considerevole del traffico pesante, non porterà alcun beneficio economico alla popolazione residente, che in questo caso sarebbe un gradito regalo all’imprenditoria estera.
La vendita di cave a imprenditori esteri sarebbe, a mio avviso, il secondo grande errore, mettendo al primo posto quello effettuato nei primi anni sessanta, quando si decise di vendere blocchi grezzi e tecnologia all’estero, e quando si è permesso a potenti multinazionali di entrare nell’affare del carbonato di calcio. E’ vero che raramente gli uomini prendono lezioni dal passato, ma sarebbe bastato leggere gli statuti di Elisa Baciocchi, sorella di Napoleone, che, già nell’ottocento, per rilanciare l’Accademia di Belle Arti cittadina, e il settore marmifero che languiva, decise di mettere una tassa esorbitante sui blocchi di marmo venduti grezzi, ma che decresceva, fino quasi a zero, se il marmo era lavorato in loco. I nostri imprenditori del settore, mentre sono dei veri maghi nel campo dell’innovazione tecnologica, non sono lungimiranti nei rapporti commerciali, mi ricordo perfettamente che in occasioni delle prime mostre Marmi e Macchine marinelle, molti di loro sorridevano con compatimento, quando i cinesi fotografavano le macchine utensili in mostra, costate milioni in decenni di esperimenti, per poi ritrovarsele alla prossima fiera perfettamente uguali a metà prezzo, ma con il marchio in ideogramma. Com’è quasi una bestemmia che il Marchio Registrato “bianco di Carrara” sia di una ditta cinese. Sono sicuro che, vista la crisi feroce che attanaglia tutti i settori, a qualcuno non parrà vero di potere incassare denaro fresco con quest’operazione, così a noi carrarini, non resterà altro che visitare le nostre cave come turisti, chiaramente a pagamento.

Enzo De Fazio




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